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La centrale dell’arte

 By Simonetta Sandri

Roma, Quartiere Ostiense. Una ex Centrale termoelettrica comunale intitolata a Giovanni Montemartini e un luogo dove l’archeologia classica convive con quella industriale. Un gioco di contrasti bianco-nero dove i vecchi macchinari ammiccano alle candide e maestose sculture dei Musei Capitolini. Una rinascita, da esplorare…

Energia delle macchine, energia della cultura. Un connubio fenomenale, un’esperienza unica. Rinascite. Se ne avevamo già raccontato qualche caso, ora succede anche a Roma, alla Centrale Montemartini, sulla via Ostiense, fra i Mercati Generali e la sponda sinistra del fiume Tevere. Costruita su un progetto tecnico-finanziario elaborato dal professor Giovanni Montemartini, Assessore al Tecnologico nella giunta del Sindaco Ernesto Nathan, la centrale viene inaugurata il 30 giugno 1912, su 20.000 metri quadrati e per un prezzo di 105.000 lire. Si tratta del primo impianto non privato a produrre elettricità a Roma, e grazie ad esso l’Azienda Elettrica Municipale (Aem, oggi Acea), nata nel 1909, vende energia elettrica a prezzi inferiori a quelli praticati dalle società private. Nei primi anni di esercizio, Comune e Azienda procedono alla progressiva elettrificazione dell’illuminazione pubblica della città, passando da 131.000 kWh “consumati” dalla rete elettrica stradale nel 1912 a 3 milioni e 300.000 nel 1915 fino a quasi 4 milioni e 400.000 nel 1920, mentre i lampioni passano dai 4.900 del 1915 ai 9.730 nel 1920. I macchinari produttivi della Centrale, gruppi di motori Diesel e un turbo-alternatore a vapore, sostituiti poi per un forte potenziamento nel 1933, sono forniti dalla ditta Franco Tosi di Legnano; tecnologia all’avanguardia all’epoca che si può ammirare ancora oggi.

La II Guerra Mondiale

L’Aem, all’epoca, è fra le prime aziende, a livello internazionale, ad adottare l’innovazione tecnica dell’“olio fluido” che assicura ai cavi elettrici una capacità speciale di isolamento. L’attività di questo gioiello tecnologico non si ferma nemmeno con la II Guerra Mondiale, rappresentando, al contrario, l’unico impianto di produzione di energia elettrica su cui Roma potesse fare affidamento all’arrivo delle truppe alleate, nel giugno 1944. La salvezza dalla distruzione da parte dei guastatori tedeschi la si dovette allo stratagemma dei dipendenti dell’azienda che avevano esposto sullo stabilimento le bandiere pontificie, facendolo così credere di proprietà Vaticana. Dopo la guerra la situazione dello stabilimento migliora (l’Aem intanto diviene Acea), ma a partire dagli anni Cinquanta, inizia il suo declino, per mancanza di automatismi, ormai indispensabili, gli alti costi di manutenzione e l’entrata in funzione di altri impianti. Nel 1963, una parte della Montemartini viene messa fuori servizio per cessare l’attività poco tempo dopo. Ma la rinascita arriva, puntuale, con un minuzioso restauro completato fra il 1989 e il 1990. Fino all’arrivo dei candidi dèi ed eroi, nel 1997. La storia e il suo odore lontano non vanno persi. Un recupero archeologico-industriale unico e originale, uno spazio quasi magico per ospitare mostre, esposizioni e, soprattutto, oggi, sculture.
La facciata è bellissima, un bianco sfolgorante che accoglie il visitatore. Manca il fiato.

L'entrata principale della Centrale Montemartini

Le sale interne

La parte inferiore è decorata per 4 metri a bugnato, quella alta ha cornici marcapiano, lesene, capitelli e fregi. Nel piazzale si può ammirare un’aiuola ovale con alcune eleganti palme e due lampioni, detti Cambellotti, dal nome del loro ideatore, Duilio, simbolo dell’illuminazione stradale romana. Eccoci allora a varcare il monumentale cancello in ferro battuto al piano terra, stile Liberty, e accedere a un’area situata al di sotto della “Sala Macchine”. La curiosità fa correre avanti, sulla destra si intravvede subito la “Sala Colonne”, che prende nome dai pilastri in cemento armato eretti per sostenere le sovrastanti caldaie (la “Sala Caldaie”). Tre ampi spazi oggi abitati da amici e compagni di pensieri silenziosi.
Nel 1997, infatti, fra queste ampie mura e gli scuri e ferrigni macchinari, sono arrivati i bianchi marmi romani dei Musei Capitolini, con la loro olimpica serenità. Ospiti poi rimasti. Lo splendido spazio museale, infatti, inizialmente concepito come temporaneo, in occasione del rientro di una parte delle sculture in Campidoglio nel 2005, alla conclusione dei lavori di ristrutturazione, è stato confermato come sede permanente delle collezioni di più recente acquisizione dei Musei Capitolini. Il contrasto bianco-nero coinvolge.

La “Sala Macchine”, forse la più bella, cui si accede attraverso maestose scale, riassume la grandiosità dei complessi architettonici dell’area monumentale di Roma. Al centro di essa vi è una lunga navata che corre parallelamente alle macchine, scandita da divinità di epoca imperiale. Le sculture sfilano, l’occhio si perde, la fantasia galoppa. In fondo alla sala appare la ricomposizione del frontone del tempio di Apollo Sosiano, decorato con un gruppo di sculture provenienti dalla Grecia. In fondo a sinistra, si accede, infine, alla “Sala Caldaie”, dove il visitatore resta incantato dalle ricostruzione delle decorazioni delle grandi residenze gentilizie poi passate all’Imperatore, come gli horti Sallustiani sul Quirinale e i Liciniani sull’Esquilino. Anche qui spiccano sculture provenienti da varie domus. Il contrasto qui è la grande caldaia a vapore, unica rimasta delle tre iniziali, e l’intrecciato complesso di tubi. Sembra di vedere Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”.
Qui incontrerete vari culti: quello per la tecnologia e la scienza e quello per la cultura e l’arte. Abilmente fusi. Una delizia per occhi, anima e spirito. Immersi nel silenzio del passato.

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informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.