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Cosa pensano i Sassi

 By Giampaolo Cerri

Abbiamo raccolto un girotondo di voci su Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, per capire come la città lucana sta vivendo (e preparando) la grande sfida che ha davanti e come un evento di questa portata può diventare un volano per tutto il sud Italia. Matera è anche il “gioiello” di una regione dov’è attivo, in Val D’Agri, il principale giacimento petrolifero onshore d’Europa. Nel 2008 la cittadina norvegese di Stavanger, “Oil Town” per eccellenza, è stata a sua volta Capitale Europea della Cultura, esempio riuscito di come le royalties petrolifere possano diventare uno strumento formidabile di crescita civile e culturale…

Che urlo, un anno fa. Erano le 17,48 del 17 ottobre, un venerdì che a Matera ricorderanno a lungo in molti, come il primo uomo sulla Luna o il gol di Marco Tardelli al Santiago Bernabeu di “Spagna 1982”. Non c’erano le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando, né il “campioni del mondo” sincopato di Nando Martellini, ma certo in Piazza S.Giovanni, cuore della Città dei Sassi, la gioia sprizzava dai volti di tutti: uomini, donne e bambini. Si dice che fossero 4mila. Quella sera d’ottobre, dolce perché pareva uno scampolo d’estate, Matera fu proiettata nel futuro: capitale europea della cultura 2019.

La festa – balli, canti, spumante stappato, abbracci – iniziata un secondo dopo l’annuncio in videocollegamento del ministro della Cultura, Dario Franceschini, durò fino a notte, il tempo di accogliere il rientro da Roma della delegazione ufficiale.

L’orgoglio di una città, di un’intera regione, fu rilanciato in tutto il mondo grazie ai social network, contagiando l’Italia intera.

La proclamazione di Matera città Capitale Europea della Cultura 2019

Un anno dopo, la festa è ovviamente svanita, ma per le strade di una delle città più belle del mondo è ancora palpabile l’euforia di essere in cammino verso un appuntamento della storia.

Oggi si lavora alla costruzione del progetto che ha convinto la Commissione europea a scegliere il gioiello lucano e non Siena, forse la più agguerrita e organizzata concorrente, così come Cagliari, Ravenna o Lecce.

La Fondazione Matera 2019, nata per dar corpo alla candidatura, è stata ricevuta il 16 settembre a Bruxelles per verificare lo stato di avanzamento del dossier. “Un incontro aperto e stimolante”, ha spiegato il sindaco materano Raffaello De Ruggieri a Tmr-Tele Radiovisione del Mezzogiorno, la tv della Lucania e non solo, che segue passo passo il farsi capitale di una città di 60mila abitanti. De Ruggieri, sindaco materano dal giugno scorso, e per statuto presidente della fondazione stessa, era accompagnato da Paolo Verri, il direttore, che ha lavorato al dossier vincente. Di là dal tavolo, quelli della Direzione generale Cultura che seguono l’iniziativa, con in testa Ulrich Fuchs, già direttore di Linz 2009 e di Marsiglia 2013, hanno chiesto, vagliato, esaminato. “Hanno registrato qualche lentezza dovuta anche alla turnazione democratica-elettorale”, ha spiegato il sindaco “e ci hanno detto che non si può perdere un minuto, accelerando nella governance e procedendo entro l’anno alla nomina del comitato scientifico e del management culturale”. Temevano, alla Commissione, che il cambio al vertice politico cittadino – De Ruggieri è stato eletto da una maggioranza di centrodestra contro l’uscente Salvatore Adduce, Pd – avesse ripercussioni.

De Ruggieri, 80enne, avvocato, ha lavorato una vita alla promozione culturale di quella città, presiedendo la Fondazione Zètema e figurarsi se si tira indietro.

L'intervista a TMR del sindaco De Ruggieri

Negli stessi giorni, in un’intervista a Vita, il sindaco ha ripercorso il suo lungo impegno per “trasformare la ‘vergogna’, la ‘cattiva coscienza’ in un orgoglio di appartenenza”. Si riferisce agli anni in cui i Sassi erano vissuti in Italia come un insopportabile emblema di arretratezza. In un’altra intervista, all’inizio dell’anno a Rai Storia, aveva ricordato con precisione date e personaggi: era il 1 aprile 1948, quando Palmiro Togliatti parlò della città come “l’infamia nazionale” e, due anni dopo, “era il 23 maggio del 1950”, quando Alcide De Gasperi definì Matera “vergogna nazionale”, per poi iniziare, nel 1954, la costruzione dei primi quartieri periferici e lo sfollamento del cuore antico della città che rischiava per renderla fantasma.

Da Roma vedevano “case scavate nella pietra, senza luce acqua corrente: umili e dimessi cavernicoli, sudici coabitatori di bestie”. Le pagine di Cristo si è fermato a Eboli, i racconti di Carlo Levi, maestro in quelle terre, ancora vivissime, e gli Americani che usavano le immagini delle dimore nel tufo per giustificare il Piano Marshall.

De Ruggieri e altri si assunsero una sfida, quella di capovolgere un destino che pareva scritto, e che ricorda tanto quella, odierna, della capitale europea, vale a dire rilanciare la città ripartendo proprio da quella tradizione secolare, da quel miracolo urbanistico, strappato alla terra, a partire dal nono secolo dopo Cristo, giorno per giorno da tanti anonimi capimastro, senza un architetto, senza un progetto.

A Bruxelles, probabilmente, erano arrivate anche alcune sue riserve espresse pubblicamente: “Ci sono due visioni”, aveva detto anche nella medesima intervista, “c’è chi pensa di celebrare la vittoria e chi pensa di governarla (…) celebrare la vittoria significa andare in piazza, mettere un palco, uno che suona e uno che balla. Noi, invece, dobbiamo attivare quelle aree di partecipazione operativa, attraverso la produzione diretta, e qui una delle mie critiche al dossier”. Progetto che, secondo il primo cittadino, “si è nutrito poco del territorio”, per esempio sottovalutando il Parco delle Chiese rupestri, ben 156, fra cui la straordinaria Cripta del peccato originale, affrescata splendidamente dai benedettini che vi si istallarono, fra i primi abitatori dei Sassi.

Lo speciale Matera trasmesso da Rai Storia

Correzioni di tiro a parte, la stessa Commissione, nel primo esame, ha concesso “alcuni accorpamenti, tenendo una quota di riserva libera dalle indicazioni del dossier”, ha chiarito lo stesso sindaco, correzioni a parte, dicevamo, Matera procede verso il grande appuntamento del 2019. E con lei una regione intera, ché la coralità del progetto ne è stata la caratteristica sin da subito, e d’altra parte nel consiglio della fondazione, col sindaco, c’è come vice il governatore lucano Marcello Pittella, e la rettrice dell’Università della Basilicata, Aurelia Sole. L’ateneo è coinvolto ben aldilà della cortesia istituzionale. “A Matera”, spiega la rettrice a Eniday, “abbiamo già portato temi vicini alla vocazione del territorio, dai corsi triennali in Beni culturali a quello di Paesaggio ambiente e verde urbano, alle lauree magistrali in Architettura e Scienza della Formazione primaria, Scienze del Turismo e la Scuola di specializzazione in Archeologia”. E l’Unibas ha partecipato “alla definizione di proposte del dossier, in particolare sui due progetti principali, I-DEA – l’Istituto Demo- Etno-Antropologico e ODS – l’Open Design School”.

Il primo, spiega la professoressa “rappresenta la memoria di questa regione, e consentirà di mettere in rete e rendere fruibile il patrimonio degli archivi della Basilicata; il secondo rappresenta la costruzione di un futuro basato sulla creatività e sull’innovazione”.

Le royalties petrolifere? È evidente che disporre di risorse da investire in cultura, formazione ricerca e innovazione è vitale per il nostro Paese

Non solo, la stessa rettrice, in settembre è stata al Tent London, “un ambiente molto stimolante in cui erano presenti molti giovani designer e in cui si presentava la rete Casa  Matera”. Occasione, per “confrontarsi sui temi del design e sulla possibilità di far diventare la città un punto di riferimento nel campo del design e delle discipline del progetto, un punto in cui fare incontrare metodologie e approcci diversi, quelli tipicamente europei con quelli della sponda sud del Mediterraneo”. L’università, promette non senza fierezza, “sarà il motore di questo processo”.

Sole, classe 1957, calabrese, ci vede anche una chance per tutto il Mezzogiorno: “Il Sud”, osserva, “ha bisogno di aprirsi all’esterno e di essere meglio conosciuto, Matera 2019 è una opportunità straordinaria, che ha già messo in moto questi due processi. È necessario, dunque, alimentare la cultura della collaborazione del confronto e dello scambio. Insomma il Sud deve imparare a fare sistema”.

Con lei, ingegnere civile che fa ricerca nel campo della valutazione del rischio idrologico-idraulico, viene facile tracciare un parallelo con un’altra capitale della cultura, Stavanger, in Norvegia, cuore dell’industria petrolifera di quel Paese, dove vengono estratti e movimentati buona parte di 2 milioni di barili che rappresentano la produzione giornalieri di quel Paese. Nel 2008, fra i fiordi la cultura europee scintillò anche grazie alle royalties derivanti dal greggio che la città volle investire sul progetto. Lontano da quei volumi, anche la Basilicata comunque coi pozzi della Val d’Agri e della Val Basento potrebbe far crescere Matera 2019?  “La risposta è facile: ovviamente sì”, dice la rettrice, “ma la questione, come si sa, è molto dibattuta, Attiene alla sfera delle decisioni di tipo ‘politico’ e riguarda la vita di tutta la nostra comunità. È evidente”, prosegue, “che disporre di risorse da investire in cultura, formazione ricerca e innovazione è vitale per il nostro Paese”.

Petrolio o no, Matera procede di gran lena verso il 2019. I Lucani fremono. Già prima della designazione la gente non vedevano l’ora di dedicarsi alla capitale. Un sondaggio dello scorso anno diceva che il 20% degli abitanti della Basilicata si dichiarava disponibile “a essere coinvolto nei progetti della candidatura”, il 18% “a fare il volontario” e il 28% voleva “partecipare a iniziative per rendere la città più bella”.

All’insegna dell’Open future, il futuro aperto che è lo stigma del dossier materano, la macchina è già in moto. Produrrà un’azione culturale all’insegna appunto dell’apertura e del digitale, capace di coinvolgere tutti, anche i più piccoli che, tra gli altri progetti, con Coderdojo, creeranno mappe, software persino app, e anche un museo volante (AirPort City) allestito dentro un pallone, racconteranno, anche con i più grandi, la Basilicata con tecniche di storytelling (il cluster B-Stories).

Matera 2019 sarà un grande cantiere capace di lanciare in tutto il Vecchio Continente stimoli culturali mixandoli a una tradizione secolare, quella propria di questa terra. Anche attraverso il cibo. Una ideale Via del Pane collegherà, già da quest’anno sei Paesi d’Europa, unendo “le tradizioni locali legate al pane (artigianato e festività) con forme di espressione artistica e culturale più contemporanee (dalla musica, alla poesia, all’architettura)”. E non senza risvolti sociali, come il coinvolgimento di persone disabili, ed esaltando il valore della comunità e della tradizione locale come quella, materana, “dei timbri con cui ogni famiglia marchiava il suo pane prima di portarlo al forno di comunità”, in un intreccio, “di design, storytelling e antropologia visuale”.

Solo alcuni dei progetti previsti: un movimento di start up culturali, di giovani di ritorno, di passione popolare, promette di lasciare un gran segno anche quando i riflettori saranno spenti, in quel 2020 che è pure una data simbolo per l’Europa stessa, in quanto scadenza di vari obiettivi strategici comunitari in vari campi.

A far data da allora, per esempio, a Matera s’attendono stabilmente 600mila turisti all’anno. Sta scritto nel dossier. Si rischia di rovesciare l’affermazione di Pier Paolo Pasolini che, dopo aver girato fra i Sassi il suo splendido Vangelo secondo Matteo, disse che “quanto più le cose sono piccole e umili, tanto più sono grandi e belle nella loro miseria”?

De Ruggieri, ancora nell’intervista a Vita, ha assicurato che, pur non volendo rispettare “la filosofia pasoliniana del valore del rudere e della povertà in sé”, ruderi e povertà, non saranno trasformati “in una sorta di Babilonia o Disneyland”.

 

DA LEGGERE: il reportage dalla Val D’Agri di Marco Bardazzi

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informazioni sull'autore
Giampaolo Cerri
Fiorentino, classe 1963, ha iniziato, più di 20 anni fa, facendo giornalismo sociale per Vita, si è occupato di università e ricerca con Campus, oggi scrive storie dove capita, ma più spesso su Sette, Donna Moderna, Vita e Metro.