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L’Europa energetica di Mattei

 By Lucia Nardi

Mentre a Roma, nel 1957, si firmavano i trattati che istituivano la Comunità economica europea, Enrico Mattei lavorava ad un’idea di strategia energetica continentale facendo dell’Eni un laboratorio di progetti. Gli anni Cinquanta furono infatti uno snodo importantissimo per le politiche energetiche: gli idrocarburi conquistano posizioni importanti e l’Europa è costretta a riflettere su un nuovo paradigma che nel lungo periodo dovrà ridimensionare il ruolo del carbone. Come sempre l’Archivio storico Eni è una miniera di informazioni… 

Della capacità di visione di Enrico Mattei molto si è parlato. Il fondatore e primo presidente dell’Eni era uomo in grado di immaginare con lucidità cosa sarebbe capitato – anche da un punto di vista energetico – all’Italia e all’Europa. Europa…già pensare al Vecchio continente come un’entità complessiva non è per niente scontato nel decennio successivo alla fine della Seconda guerra mondiale, quando Mattei è a capo prima di Agip e poi, dal 1953, di Eni. Non è scontato vedere come un corpo unico paesi che fino a qualche anno prima si sono fatti la guerra. Ma forse, proprio il desiderio di una pace stabile e duratura, richiede un ripensamento e la messa a punto di strategie finalmente comuni.

Mattei è un convinto assertore di questo nuovo punto di vista e già dagli anni Cinquanta parla, nei diversi contesti, della necessità di pensare all’approvigionamento energetico in chiave europea. E’ chiara, a lui più che ad altri, la voracità energetica che segnerà la crescita del Continente negli decenni successivi; d’altra parte l’Italia vive gli straordinari anni del boom economico: le industrie lavorano a ritmi serrati, le strade si riempiono di macchine, il Paese è un enorme cantiere a cielo aperto. Tutto questo fermento però non può essere – secondo Mattei – alimentato solo a carbone, su cui l’Europa ha costruito il proprio sviluppo. Fonte di energia quasi esclusiva per tutto l’Ottocento e il Novecento, ha determinato le fortune industriali di Inghilterra, Francia e Germania. Guardando una cartina economica dell’Europa prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, salta all’occhio la concentrazione industriale attorno all’asse Londra-bacino della Ruhr, lo stesso che individua la presenza di miniere di carbone.

La concentrazione industriale è lavoro e sviluppo. E proprio quell’asse e quella disponibilità energetica tracciano un confine tra le aree di serie A e quelle di serie B, tra sviluppo e sottosviluppo. Mattei intravede negli idrocarburi una fonte più “democratica” in grado di rompere il meccanismo che vede la crescita dell’Europa privilegiare nettamente solo le aree con disponibilità di carbone. Gli idrocarburi, reperiti sul territorio nazionale dei singoli Stati insieme a quelli trasportati dalle aree mediorientali e africane, consentiranno, secondo il Presidente dell’Eni, di rompere l’egemonia economica di alcune aree a discapito di altre.

Costruzione dell'Oleodotto Genova-Ingolstadt

D’altra parte gli idrocarburi dovranno affermarsi anche in virtù di un’altra serie di considerazioni. Tra queste lo sviluppo vorticoso del parco automobilistico, l’affermarsi dell’industria petrolchimica, l’evidente disponibilità di queste risorse in territori vicini all’Europa. Non è un caso che la progressione dei consumi di petrolio greggio dei paesi dell’Europa occidentale vedano 56 milioni di tonnellate nel 1950: 190 milioni nel 1960; 450 milioni nel 1970. La crescita è impressionante e lo è tanto di più il fatto che, prendendo il 1960 come anno di riferimento, solo poco più del 5% venga prodotto in paesi europei, oltre il 70% tra Africa e Medio oriente. L’asse Londra-Ruhr è quindi in discussione, nuovi scenari e nuovi assi si disegno sulla cartina energetica.

La politica che l’Europa deve ripensare a partire dagli anni Cinquanta ha questi nuovi scenari al centro, a cui si somma il fatto che l’industria petrolifera europea è rappresentata in quegli anni quasi esclusivamente dalle grandi compagnie internazionali, tutte con quartier generali fuori dall’Europa. Una situazione preoccupante in chiave di strategia complessiva. Enrico Mattei, in tutte le occasioni in cui ne ha l’opportunità, spiega il suo punto di vista e le azioni con cui intende contribuire alla politica energetica del continente. Un punto centrale è rappresentato dalla necessità, in tutti quei paesi in cui è possibile, di sostenere la ricerca di idrocarburi sul proprio territorio nazionale. Sono gli anni Cinquanta e l’Italia, grazie a Eni si è scoperta ricchissima di metano. A questo si aggiunge anche la realizzazione di grandi hub nelle coste mediterranee dell’Europa che portino al cuore del continente, gli idrocarburi acquistati/trovati in Africa e Medioriente. Da questo punto di vista è di fondamentale importanza la costruzione da parte di Eni dell’oleodotto, in accordo con diversi paesi europei tra cui Svizzera e Germania, dal porto di Genova a Ingolstadt, nel cuore della Baviera.

Una visione economica e politica, quella di Mattei, di grande respiro che già all’epoca fu accolta con favore e già all’epoca ebbe un successo non solo produttivo, ma anche culturale e sociale. Per questo nei giorni in cui si festeggiano i sessant’anni dei Trattati di Roma, che segnarono l’avvio del processo di integrazione europea, è giusto ricordare la visione del primo presidente di Eni, che immaginava un’unione europea anche a livello energetico.

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informazioni sull'autore
Lucia Nardi
Storica e archivista, è in Eni dal luglio 2003 in qualità di responsabile dell’archivio storico aziendale. Dal 2008 è Vice President per le iniziative culturali e membro della Commissione Cultura di Confindustria.