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La rivincita dell’oro blu

 By Demostenes Floros

Il gas naturale sarà l’unica fonte fossile che vedrà crescere i consumi assoluti, soprattutto in Europa e Asia, entro la fine del prossimo decennio, con un’incidenza positiva su economia e livelli di emissioni di CO2. Nei giorni importanti del summit sul clima #Cop21 Demostenes Floros racconta lo scenario energetico e geopolitico dei prossimi anni e le scelte strategiche delle grandi potenze… 

(Questo articolo è un’anticipazione dal numero 30 della rivista Oil)

Ad oggi, le fonti fossili costituiscono all’incirca l’87% del mix energetico globale. Ancora per i prossimi decenni, petrolio, carbone e gas naturale saranno le principali materie prime preposte al funzionamento delle nostre economie, in attesa di uno sviluppo poderoso, quanto urgente, delle fonti rinnovabili, nonché di un’auspicabile soluzione inerente al tema spinoso delle scorie radioattive. Di fatto, i problemi ambientali non sono più rinviabili.

Tra le principali fonti fossili, il gas naturale – di cui il pianeta Terra è ricco – presenta dei chiari vantaggi in termini di minor inquinamento, soprattutto nei confronti del carbone, ma anche del petrolio, rispetto al quale è meno costoso. Inoltre, le nuove tecnologie hanno permesso un miglior utilizzo del suo potere calorifico – basti pensare ai nuovi motori delle automobili se paragonati anche solo con quelli di un decennio fa – ed è relativamente facile da immagazzinare e trasportare. In realtà, quasi tutte le stime relative ai mix energetici futuri indicano un incremento nell’uso del gas naturale.

Ne consegue che gli stati, i quali posseggono ingenti riserve di “oro blu”, avranno la possibilità di esprimere un maggiore rapporto di forza all’interno dello scacchiere internazionale. Su tutti, emerge prepotentemente il ruolo della Federazione Russa, attualmente il principale esportatore di gas naturale al mondo, nonché esportatore netto di energia primaria e, in prospettiva, il suo ulteriore rafforzamento attraverso il ruolo dell’organizzazione denominata GECF, Gas Exporting Countries Forum, da più parti erroneamente ribattezzata l’OPEC del gas.

L’obiettivo è quello di mettere in luce il legame esistente tra gas naturale ed influenza geopolitica. D’altronde, questo concetto era ben chiaro a Vladimir Putin il quale, nel lontano 2003, consapevole che l’oro blu avrebbe fatto da ponte tra l’era delle fonti fossili e quella delle rinnovabili, ebbe a dire: “Il ruolo della Russia nei mercati energetici mondiali determina in larga misura la sua influenza geopolitica”.

Il mix energetico globale e le stime sul trend

Nel 2014, i consumi di energia primaria globale hanno toccato i 12.928 Mtep. Rispetto all’anno 2013, sono aumentati dello 0,9%, equivalente a 198 Mtep, all’incirca il 133% dei consumi annuali dell’Italia (149 Mtep), per dare un ordine di grandezza. In particolare, il trend crescente 2014/13 mostra una decelerazione, sia nei confronti del +2% registrato nel 2013/12, dove la domanda era stata di 12.730 Mtep, sia se paragonato con il +2,1% medio annuo dell’ultimo decennio. Le cause risiedono, con ogni probabilità, nella crisi economica e, in parte minore, nella migliore efficienza energetica raggiunta.

Nel 2014, la Repubblica popolare di Cina è stata il principale consumatore di energia al mondo con 2.972 Mtep seguita dagli Stati Uniti (2.299 Mtep), dall’Unione europea (1.611 Mtep) e dalla Federazione Russa (682 Mtep). Il livello di dipendenza cinese dalle importazioni è stato del 16%, poco superiore rispetto a quello statunitense (13%), ma molto più basso se confrontato con quello europeo (54%). La Federazione Russa invece si caratterizza per essere esportatore netto per il 92% dei propri consumi.

La Cina ha un livello di consumi totali superiori agli USA ma, mentre la prima possiede il 22% circa della popolazione mondiale, i secondi ne rappresentano solo il 4,5%. Più precisamente, mentre ogni cinese consuma in media 2,2 tonnellate equivalenti di petrolio (tep) pro capite in un anno, un cittadino americano ne consuma 7,2 tep.

Il paniere energetico globale 2014 è, in grandissima parte, costituito da fonti fossili: in particolare, petrolio 33%, carbone 30%, gas naturale 24%. In termini relativi, la composizione del paniere è sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente. Il gas naturale occupa un ruolo di primaria importanza dal momento che copre poco meno di un quarto dei consumi globali.

In termini assoluti, abbiamo invece assistito ad un incremento di tutte le fonti. In particolare, il petrolio ha segnato +0,8% (+1,1% nel 2013/12), il carbone +0,4% (+2,8% nel 2013/12, maggiore incremento assoluto +103 Mtep, 42% della nuova domanda), il gas naturale +0,4% (+1,1%  nel 2013/12), l’idroelettrico +2% (+2,7 nel 2013/12), il nucleare +1,8%  (+0,6% nel 2013/12), le rinnovabili +12% (+16%, nel 2013/12). Le stime mostrano che i consumi globali totali al 2030 cresceranno in misura significativa sino a toccare i 16.720 Mtep. In termini relativi, la componente del gas rimarrà sostanzialmente invariata rispetto alla situazione presente a differenza di quelle del petrolio e del carbone che, si stima, caleranno di 4 punti percentuali. Come vedremo successivamente in dettaglio, l’utilizzo del gas crescerà considerevolmente in termini assoluti.

 

Il mondo del gas in cifre

Prospettive future nelle principali economie mondiali

Prendendo in esame il mix energetico delle più importanti economie, possiamo trarre una serie di considerazioni. L’Ue presenta il minore uso di fonti fossili (76%) a fronte di una media mondiale dell’87 percento. Ciò è senza dubbio dovuto al maggior utilizzo del nucleare e delle rinnovabili. Nelle altre principali economie, invece, la percentuale delle fonti fossili è compresa tra l’80 e il 90 percento. In Giappone, la terza economia del pianeta, essa raggiunge il 93 percento.

Il mix energetico di Giappone (43%), Ue (37%) e Stati Uniti (36%) si contraddistingue per un maggiore consumo di petrolio rispetto alla media globale (33%) e a quello delle altre maggiori economie. Repubblica Popolare di Cina (17%) e Federazione Russa (22%), in termini relativi, sono invece i minori consumatori di petrolio. In termini assoluti, gli USA sono i principali fruitori di petrolio al mondo. Il mix energetico di Cina (66%) e India (57%) presenta il maggiore impiego di carbone tra le principali economie mentre quello di Federazione Russa (12%) ed Italia (9%) il minore. In termini assoluti, la Cina è il principale consumatore di carbone; seguono Stati Uniti e India. Il mix energetico della Federazione Russa e quello dell’Italia si distinguono per il maggiore utilizzo di gas naturale: rispettivamente, il 54 e il 34 percento. Anche il paniere statunitense presenta un notevole utilizzo di gas (30%), di cui però una quota significativa derivante dal fracking.

Secondo l’IEA, nel 2013 la percentuale di shale gas sul totale del gas prodotto negli USA era pari al 39,5 percento. In base a stime di Gazprom – non ufficialmente confermate – tale valore avrebbe raggiunto il 52,5% nel corso del 2015. Repubblica Popolare di Cina (6%) e India (7%) sono invece gli stati che fanno il minor uso della fonte fossile meno inquinante. Le precedenti considerazioni devono essere valutate alla luce del livello di dipendenza dall’estero di ogni singolo stato. Tra le grandi economie importatrici di materie prime, gli unici ad aver diminuito la propria dipendenza sono gli Stati Uniti – dal 21 al 13% nel periodo compreso tra il 2011 e il 2014 – grazie alla tecnica rivoluzionaria, nonché contraddittoria da un punto di vista economico ed ecologico, della fratturazione idraulica. Al contrario, la Cina ha visto aumentare la propria dipendenza al 16% (nel 2011 era il 6 percento). Nel decennio 2003-2012, i consumi cinesi sono più che raddoppiati in termini assoluti, incrementando la loro quota sul totale mondiale dal 12,5 al 23 percento. La Federazione Russa è il principale esportatore netto di energia. Nel 2014, Mosca ha ceduto sui mercati internazionali 629 Mtep, pari al 48% di quanto prodotto e al 92% di quanto internamente consumato.

Prendiamo ora in considerazione le tendenze relative ai consumi energetici al 2030, in aumento a 17.720 Mtep in base alle stime dell’International Energy Agency. In forte crescita quelli di Cina (4.010 Mtep), India (1.364), Federazione Russa (770 Mtep) e resto del mondo (6.384 Mtep); in lieve calo quelli di USA (2.197 Mtep), Ue (1.552) e Giappone (434 Mtep).

La domanda di gas degli Stati dell’Asia-Pacifico passerà da quella corrente pari a 280 Gmc3 ai 400 Gmc3 previsti per il 2025. Questa situazione è tendenzialmente irreversibile, oltre ad essere la logica conseguenza della rapida redistribuzione geografica dell’attività manifatturiera verso l’Asia

La situazione attuale e i prossimi scenari del gas

La Federazione Russa è il primo paese al mondo per riserve provate di gas naturale, con poco meno di 50.000 Gmc3. Seguono l’Iran, il Qatar e gli USA. I maggiori produttori e consumatori di gas al mondo sono rispettivamente, Stati Uniti e Federazione Russa. Più precisamente, nel 2014, gli Stati Uniti sono stati i primi produttori di gas al mondo con 782 Gmc3. Nel 1996, il loro output era stato pari a 528 Gmc3, leggermente diminuiti a 515 Gmc3 nel 2006. La considerevole inversione di tendenza da allora verificatasi è scaturita per effetto dello shale gas. Nonostante gli USA abbiano scalzato la Federazione Russa dal primo posto – quest’ultima produceva 579 Gmc3 nel 1996 e 632 Gmc3 nel 2006 – a causa dell’ammontare dei propri consumi totali pari a 815 Gmc3, Washington è comunque costretta ad importare gas dall’estero.

L’output gasiero statunitense – convenzionale e non – sta diminuendo da tre mesi a questa parte per effetto della fermata di un gran numero di impianti di perforazione. Secondo Bank of America Merrill Lynch, nel 2016, per la prima volta da un decennio, la produzione potrebbe registrare una diminuzione.

La Federazione Russa, il Qatar e la Norvegia sono rispettivamente i maggiori esportatori di gas mentre Unione Europea, Giappone e Cina sono i principali importatori di oro blu. Da ultimo, le stime future relative ai consumi di gas a livello globale ci indicano che l’aumento al 2030 sarà del 33,5%, più precisamente dai 2.844 Gmc3 dell’anno 2012 a 3.797 Gmc3. In particolare, i maggiori incrementi riguarderanno la Cina (da 123 Gmc3 a 353 Gmc3), l’India (da 49 Gmc3 a 116 Gmc3) ed il resto del Mondo (da 1.192 Gmc3 a 1.712 Gmc3).

Secondo quanto emerso durante il 15° Italian Energy Summit, il gas naturale sarà l’unica fonte fossile che vedrà crescere i consumi assoluti in Europa, entro la fine del prossimo decennio.

La Federazione Russa, dal “rapporto di costrizione” con l’Europa al “mercato dei due forni” con l’Eurasia

Sino ad oggi, il rapporto energetico tra Unione europea e Federazione Russa è stato caratterizzato da una sorta di costrizione reciproca. Nel medio periodo, la crescita più rapida rispetto a quella dell’Ue della domanda di gas dei paesi dell’Asia-Pacifico offrirebbe a Mosca la possibilità di muoversi all’interno di un nuovo contesto euroasiatico dell’energia, da tempo stigmatizzato come “Il mercato dei due forni”. Per la precisione, la domanda di gas degli Stati dell’Asia-Pacifico passerà da quella corrente pari a 280 Gmc3 ai 400 Gmc3 previsti per il 2025.

Questa situazione è tendenzialmente irreversibile, oltre ad essere la logica conseguenza della rapida redistribuzione geografica dell’attività manifatturiera verso l’Asia dal momento che la sola Cina, già nel 2011, era la prima potenza industriale del pianeta con il 21,7% della produzione manifatturiera globale. Per di più, l’Unione Europea è stata incapace di resistere alle pressioni americane, soprattutto nella vicenda ucraina. Non solo. Ha contribuito al tentativo, poi fallito, di isolare politicamente la Russia, ritenendo addirittura di poterne farne a meno anche per quanto attiene gli approvvigionamenti energetici di gas naturale, come più volte auspicato dall’ex Commissario per l’energia, Günther Oettinger. Così facendo, essa sembra invece avere ottenuto l’accelerazione di tale processo, dal momento che le relazioni politiche e commerciali tra Mosca e Pechino paiono essere tornate quelle dei primissimi anni Cinquanta.

In base a recenti valutazioni, la Cina è il principale consumatore di carbone al mondo da 25 anni a questa parte, raggiungendo una quota di impiego di questa risorsa superiore a quella di tutte le altre economie del mondo messe insieme. Secondo M. Verda, “grazie al costo contenuto, il carbone rappresenta infatti stabilmente la principale fonte di energia delle grandi economie emergenti, una situazione che nelle previsioni dell’IEA è destinata a continuare nei prossimi decenni”.

Nello scenario di riferimento, i consumi cinesi dovrebbero crescere costantemente anche nel prossimo decennio, arrivando a 10.200 Mtep nel 2030. Quest’ultimi, già oggi, sono quasi 2,5 volte quelle di tutti i 28 paesi Ue messi insieme e, nel 2020, saranno il doppio di quelle statunitensi”. Intanto, però, il governo di Pechino ha già annunciato che potrebbero continuare a crescere fino al 2030.

Questi dati mettono in evidenza l’impellente necessità, anzitutto della Cina, ma anche dell’India, di modificare la struttura del proprio mix energetico, muovendo dal massiccio utilizzo di carbone – rispettivamente pari al 66% ed al 57% dei propri consumi totali – verso il più “pulito” e meno costoso (anche rispetto al petrolio) gas naturale, ad oggi utilizzato solamente per il 6% da Pechino ed il 7% da Nuova Delhi.

Per questi motivi, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese hanno ulteriormente rafforzato la loro alleanza strategica, volta cioè alla ricostruzione di un nuovo ordine mondiale, firmando di recente una serie di nuovi accordi in campo energetico, in particolare nel settore del gas, oltre alla costruzione delle cosiddette Rotta Occidentale e Rotta Orientale.

Nel corso dei prossimi 30 anni, il gasdotto Altai trasporterà 30 Gm3 di gas dalla penisola di Yamal e dalla Siberia Occidentale verso la Cina attraverso il Kanas Pass, senza passare per i territori del Kazakhstan e della Mongolia. Tale intesa è complementare a quella raggiunta per la Rotta Orientale (Eastern Route) ed integra il “take or pay” trentennale russo-cinese stipulato nel maggio 2014 per la fornitura di 38 Gm3 di gas naturale attraverso la pipeline Power of Siberia, la quale non si rifornirà da Yamal, bensì dalle riserve della Siberia centrale e nordorientale. Le forniture potrebbero essere pagate utilizzando yuan e rublo al posto del dollaro. I lavori per la costruzione della Eastern Route sono già iniziati in entrambe le direzioni, anche se è probabile che le forniture slitteranno di uno o due anni rispetto alla data, comunque non vincolante, del 2018. La Eastern Route porterà il gas in 8 provincie del nord-est della Cina (compresa Pechino). Per la Western Route rimangono invece da fissare alcuni aspetti relativi al prezzo della materia prima.

 

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Anche i combustibili fossili possono ridurre le emissioni di anidride carbonica

Tra i nuovi accordi energetici c’è anche il petrolio

Nel corso del 2014, Pechino ha acquistato il 36% di petrolio in più da Mosca (665 mila b/d) e l’8% in meno da Riyadh che, pur rimanendo il primo fornitore dell’Impero del Centro con 997 mila b/d, vede diminuire la propria quota relativa dal 19 al 16 percento. A maggio, inoltre, la Federazione Russa è diventata il primo fornitore di petrolio della Cina, scavalcando l’Arabia Saudita. Nel 2015, Riyadh rimane ancora il principale fornitore di greggio di Pechino, seguito a stretta distanza dall’Angola, ma le esportazioni di petrolio russo verso la Cina sono aumentate di un terzo rispetto a maggio 2014. Questo cambio di passo non ci pare motivato dalla preferenza per qualità meno costose di greggio russo, bensì da una scelta squisitamente politica.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, dall’inizio dell’anno, Gazprom Neft ha iniziato a regolare le proprie esportazioni di petrolio verso la Cina in renminbi anziché in dollari. Dal punto di vista dei mercati petroliferi, l’egemonia del dollaro non è al momento in discussione. Tuttavia rimane sul tavolo il tema del superamento della centralità del dollaro, così come lo sganciamento dei prezzi del greggio dalle politiche monetarie della Federal Reserve.

L’evoluzione del legame esistente tra gas naturale ed influenza geopolitica emerge con chiarezza nella momento in cui la Federazione Russa punta il suo baricentro verso l’Asia, orientandosi anche nella direzione di paesi consumatori come il Giappone e la Corea del Sud, quindi scontrandosi con produttori di gas naturale liquefatto come l’Australia. Quest’ultima, quand’anche riuscisse ad evitare l’abbandono dei maggiori progetti in costruzione relativi all’export di LNG, a causa dei prezzi eccessivamente bassi del barile, sarà comunque costretta a margini di vendita meno vantaggiosi.

La Federazione Russa, anche grazie al gas, sta delineando con maggior chiarezza il nuovo concetto di Eurasia, il cui perno è il recente livello d’integrazione politico-economica raggiunto lo scorso 28 maggio dall’Unione doganale con Bielorussia e Kazakhstan (cui sono prossimi alla piena adesione Armenia e Kirghizistan) e le sempre più consolidate alleanze diplomatico-militari dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva della CSI (OTSC) e dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO).

Una risorsa di cui deve beneficiare il maggior numero di popoli

Il gas naturale è, senza dubbio, una delle risposte – se non la risposta per eccellenza – alla sfida per lo sviluppo sostenibile e la lotta all’inquinamento del pianeta nel 21° secolo in primo luogo, in virtù delle minori emissioni rispetto alle altre fonti fossili tradizionali. Il problema che abbiano dinnanzi, quindi, consiste nel capire come potere utilizzare tale risorsa nel miglior modo possibile affinché ne traggano beneficio il maggior numero di stati e popoli. Si tratta perciò di un tema che va ben oltre i pur legittimi vantaggi di uno stato o di una singola major.

Nella consapevolezza che il proprio ruolo nei mercati energetici globali determinerà in larga misura la sua influenza geopolitica, la Federazione Russa, nel 2001, ha fortemente promosso la nascita di un organismo internazionale denominato GECF, Gas Exporting Countries Forum, il cui obiettivo è la promozione del gas naturale come risposta ad uno sviluppo sostenibile. Esso è composto da 12 stati e 2 paesi con lo status di osservatori. A differenza dell’OPEC, il GECF non concorda livelli di produzione, né si pone l’obiettivo di influenzare i prezzi. Forse, è per questo motivo che fu definito da Jonathan Stern, Direttore dell’Oxford Institute for Energy Studies, “un’organizzazione relativamente caotica”. Non è certo un mistero per nessuno che attorno ai gasdotti South Stream, Nord Stream, Turkish Stream e Nord Stream II, siano esplose una serie di contraddizioni che, in alcuni casi, sono sfociate in una guerra. Precisamente, gli eventi in Ucraina rappresentano un vero e proprio conflitto geopolitico che ha come protagonisti gli Stati Uniti d’America da una parte e la Federazione Russa dall’altra. Tale scontro vede la presenza della Cina in appoggio alla Russia (non tragga in inganno l’astensione in sede Onu sulla Crimea), seppur da una posizione più defilata. Dal punto di vista energetico, l’amministrazione USA ha perseguito una strategia – probabilmente, al tramonto – che aveva come obiettivo la riduzione delle forniture russe di gas all’Europa e la futura sostituzione di quest’ultime con lo shale americano.

Al momento, gli Stati Uniti sono il principale produttore di gas al mondo, essenzialmente grazie al fracking, i cui limiti tuttavia stanno emergendo in maniera sempre più evidente. Dubbi emergono anche in merito alla possibilità che gli USA riescano a mantenere l’attuale produzione di tight oil, di cui lo shale gas è un by-product. Se così fosse, con ogni probabilità si avrebbe un effetto negativo anche in merito al trend – attualmente decrescente – del livello di dipendenza di energia di Washington. Infatti, sui 2.010 Mtep prodotti (a fronte dei 2.299 consumati) la voce principale è proprio il gas con 668 Mtep, seguita dal petrolio con 520 Mtep.

informazioni sull'autore
Demostenes Floros
Analista geopolitico, docente presso il Master in Relazioni Internazionali Italia-Russia dell’Università di Bologna Alma Mater, oltre ad essere responsabile e docente del terzo corso di Geopolitica istituito presso l’Università Aperta di Imola (Bologna). Collabora con l’Energy International Risk Assessment-EIRA e la rivista di geopolitica Limes.