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Azza, una speranza per l’Egitto

 By Laura Cappon

Alcuni anni fa una studentessa 16enne della Zahram Language School di Alessandria d’Egitto, Azza Faiad, ha fatto una scoperta che potrebbe segnare un punto di svolta per l’economia del suo paese: ha trovato un sistema per ricavare 163 milioni di dollari di carburante dal riciclaggio delle bottiglie di plastica. Dopo diversi premi e numerose conferenze in giro per il mondo, oggi Azza divide la sua giornata tra l’Università di Alessandria, dove frequenta la facoltà di ingegneria, e l’Egyptian Petroleum Research Institute (Epri), che ha deciso di mettere a disposizione un laboratorio affinché la giovane scienziata arrivi a brevettare il suo catalizzatore. In sostanza quel che per l’Egitto è un grande problema (l’enorme produzione e la gestione dei rifiuti), grazie ad Azza potrebbe trasformarsi in una risorsa insperata…

Alessandria è la seconda città d’Egitto. Una metropoli di 4 milioni di abitanti che racchiude due anime: quella europea e quella di una città che ha assorbito – complici l’aumento demografico e il conseguente impoverimento della società cittadina – l’influenza dell’Islam conservatore.

Il mar Mediterraneo che lambisce Alessandria si infrange sulle spiagge che distano pochi metri dalla “cornish”, il trafficatissimo lungo mare cittadino. Una linea di demarcazione tra la gloriosa Biblioteca Alessandrina, un patrimonio storico inestimabile che comprende monumenti di epoca romana, e le strade più strette perse tra edifici dall’aspetto decadente. Palazzi costruiti all’apparenza in maniera frettolosa e senza un chiaro piano urbanistico per far fronte al boom demografico degli ultimi due decenni.

Qui, alcuni anni fa, una studentessa della Zahram Language School allora 16enne ha fatto una scoperta che potrebbe segnare un punto di svolta per l’economia del suo paese. Lei è Azza Faiad, e ha trovato un sistema per ricavare 163 milioni di dollari di carburante dal riciclaggio delle bottiglie di plastica. Si tratta di un catalizzatore che riduce in maniera esponenziale il costo di conversione dai rifiuti di plastica al metano e propano, gas che a loro volta possono essere trasformati in etanolo. Un vero e proprio biocarburante perché i polimeri organici che Azza è riuscita a estrarre sono equivalenti a quelli del biogas naturale.

Azza Faiad

Dopo diversi premi – tra cui lo European Union Contest for Young Scientists- e numerose conferenze in giro per il mondo, Azza divide la sua giornata tra l’Università di Alessandria, dove frequenta la facoltà di ingegneria, e l’Egyptian Petroleum Research Institute (Epri). Questo istituto nazionale egiziano ha deciso di mettere a disposizione un laboratorio affinché la giovane scienziata, supportata da un team di esperti, arrivi a brevettare il suo catalizzatore.  Jeans, sneakers e hijab di colori vivaci sono i suoi capi abituali, uno stile molto comune tra le ragazze egiziane. Ma l’aspetto semplice non inganna perché le sue parole evidenziano subito una personalità forte e determinata. La stessa determinazione che molte giovani donne hanno già ben dimostrato scendendo in piazza nel 2011 e nei tumultuosi anni a seguire per chiedere un paese democratico.  «La mia ricerca è iniziata quando avevo 15 anni. Avevo deciso di partecipare a un concorso per giovani scienziati, l’obiettivo era quello di trovare delle soluzioni ai problemi che affliggono la società», spiega Azza. «L’idea di lavorare sulla fonti alternative mi è venuta mentre vedevo i tassisti ad Alessandria in fila alle stazioni di benzina». Le crisi di elettricità e carburante hanno rappresentato un fattore chiave per la politica interna, in particolare nel periodo del dopo rivoluzione. Nel 2013 la deposizione del presidente islamista Mohammed Morsi ad opera dell’esercito fu determinata anche dalle sommosse popolari provocate dalla carenza di gas e benzina. Secondo i dati della US Energy Information Administration (EIA), la domanda interna di gas è cresciuta dal 2004 al 2013 con una media annuale del 7%. L’ incremento ha provocato una diminuzione del 30% dell’esportazione di gas egiziano dal 2010 al 2013 mettendo il paese in serie difficoltà di bilancio anche a causa della scarsità di moneta straniera nelle casse statali.

L'intervento di Azza al TEDxAmsterdamWomen 2015

La scoperta del maxi giacimento Zohr lo scorso agosto da parte dell’ENI e l’accordo intergovernativo tra Russia ed Egitto che porterà alla costruzione della prima centrale nucleare nel Paese rappresentano indubbiamente una speranza per il fabbisogno energetico dei prossimi anni. Ma il futuro, a fronte di un’imponente crescita demografica e di progetti di sviluppo industriale sempre più ambiziosi, si gioca anche sulle fonti alternative. Con una popolazione vicina ai novanta milioni di abitanti l’Egitto produce circa un milione di tonnellate di plastica ogni anno, che grazie a questo nuovo catalizzatore potrebbero trasformarsi in 70 milioni di dollari di biocarburante. Quello che per l’Egitto è un altro problema, cioè l’enorme produzione e la gestione dei rifiuti, potrebbe dunque diventare una risorsa capace di ridurre l’utilizzo di denaro pubblico per l’importazione di gas e carburante.

In un paese complesso come l’Egitto, la scoperta di Azza assume un valore sociale anche alla luce della condizione femminile nel Nordafrica. Secondo le Nazioni Unite, la società egiziana continua a negare alle donne un accesso paritario all’educazione, all’occupazione e all’assistenza sanitaria. Il divario di genere è accentuato anche dalla povertà. Nelle aree rurali l’analfabetismo tra le donne raggiunge l’85%, un dato che scende al 57% nelle città. Gli indicatori dell’UNDP (United Nations Development Programme), inoltre, mostrano un aumento del 6% della presenza femminile nella forza lavoro tra il 1996 e il 2014, ma sino allo scorso anno le donne impiegate costituivano solo il 22,4% della forza lavoro. Sempre secondo l’UNDP, il numero di disoccupate è pari a tre volte quello degli uomini egiziani. Come denunciano diverse agenzie per lo sviluppo, per alcune di loro uscire dal mercato del lavoro – a prescindere dal livello di educazione- rappresenta anche una scelta obbligata dopo il matrimonio. Nelle famiglie più tradizionali, infatti, le mogli che lavorano sono viste come una minaccia alla stabilità e alla gestione del nucleo familiare.

«Mentre ero in viaggio verso una delle mie conferenze, un ragazzo russo mi ha chiesto se ero sposata» racconta Azza. «Nella sua visione delle ragazze musulmane, d’altronde, era una cosa normale. Sono una ragazza egiziana, ho il velo e quindi per lui dovevo per forza avere un marito». Per Azza, la ricerca scientifica sulle fonti alternative di energia e la lotta per l’emancipazione femminile sembrano andare di pari passo. «Sono una persona fortunata perché la mia famiglia mi sostiene in modo continuo e incondizionato», spiega. «Nessuno dei miei genitori si occupa di scienza o tecnologia. Mi ricorderò sempre quando mia mamma è venuta al Cairo per vedere il mio primo giorno all’Istituto Nazionale…».

(La webstory di Laura Cappon è una produzione Informant, ebook e giornalismo narrativo)

informazioni sull'autore
Laura Cappon
Giornalista professionista. Dal 2011, al Cairo, ha seguito come corrispondente per varie testate la transizione del dopo rivoluzione in Egitto. Da settembre 2015 è tornata a fare base in Italia e lavora come redattrice a Radio 2.