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I Romani di Liverpool Bay

 By Simonetta Sandri

Il Nord del Galles ospita un terminale gas che ben si integra con il paesaggio incontaminato circostante. In un equilibrio quasi perfetto tra Uomo e Natura, si riscopre anche il passato, quello di un’antica Roma dai fasti lontani…

(Immagine di copertina di Carole Raddato, Flickr)

Eni è presente nel Regno Unito dal 1964, con partecipazioni in 5 aree produttive. Nel 1989, ha iniziato le attività esplorative nella baia di Liverpool, dove tra il 1990 e il 1992 sono stati scoperti campi a olio e gas. Nel 1995, è stata avviata la produzione del primo gas nel campo di Hamilton North e nel 1996 la produzione del primo olio nei campi di Douglas e Lennox. Nel 2014, Eni ha raggiunto una partecipazione al 100% agli asset di Liverpool Bay, diventando il primo operatore. Liverpool Bay si trova nel Galles, una regione che, seppur condivida da vicino la sua storia politica e sociale con il resto della Regno Unito, ha mantenuto una distinta identità culturale ed è ufficialmente bilingue: oltre 560 mila persone parlano e scrivono in gallese, antica lingua celtica. Ma c’è altro.
Quando siamo partiti per visitare il Point of Ayr Gas terminal, nel nord del Galles, non sapevamo che l’atterraggio a Chester, capoluogo della contea di Cheshire, non lontano dal confine con il Galles, ci avrebbe portato in un’antica fortezza legionaria romana, poi diventata città romana della provincia di Britannia.

Point of Ayr Gas Terminal di Liverpool Bay (reptonix.awardspace.co.uk)

Fondata nel I secolo d.C., la città venne chiamata Deva o Castra Devana, dal nome del vicino fiume Dee, e fu, inizialmente, costruita dalla II legione Adiutrix nel 75 circa d.C., come accampamento permanente, per poi essere completata dalla ventesima legione romana, la Legio XX Valeria Victrix, che ne fece il suo quartier generale presumibilmente fino alla fine del IV d.C. Arruolata da Augusto, la Legio Valeria, il cui nome ha origine incerta (o per un legame con la gens Valeria o per il suo valore militare), prestò servizio in Spagna, in Illiria e in Germania, prima di partecipare all’invasione della Britannia voluta dall’Imperatore Claudio nel 43 d.C. Essa fu una delle legioni che si occupò della costruzione del Vallo di Adriano e probabilmente anche del Vallo di Antonino. Alcuni lingotti risalenti al I secolo d.C. ritrovati nella stessa Chester indicherebbero che l’acquedotto all’epoca era ancora in costruzione. I primi edifici erano in legno, poi venne utilizzata l’arenaria locale, per la sua probabile e crescente importanza, con un vallo alto 6 metri e un fossato a difesa della postazione.

Ricostruzione di Deva (Łukasz Nurczyński, Wikimedia)

Il forte di Deva seguiva il classico schema romano: un rettangolo con angoli arrotondati, 4 porte di ingresso in corrispondenza dei 4 punti cardinali. Essa conteneva quartieri militari, granai, bagni termali e un edificio che poteva essere stato il quartier generale del governatore di Britannia. All’arrivo delle Legio Valeria, lo spessore delle mura venne incrementato, furono aggiunte 22 torri, ampliato il fossato. Fu poi costruita la via Devana, che univa da sud Deva a Camulodunum (in celtico la fortezza del dio della guerra Camulo, l’odierna Colchester), mentre un’altra strada secondaria attraversava Deva da est a ovest. All’inizio del III secolo d.C., Settimio Severo fece costruire e potenziare il forte e una linea difensiva, il vallo di Wat, che proteggesse Deva dalle incursioni delle tribù celtiche dei Ordovici e dei Deceangli. Poco a poco, intorno al forte, sorse un insediamento civile (canabae legionis) che si amministrava autonomamente.

The Romans in Chester

Botteghe di artigiani e commercianti fiorirono rapidamente. Vi era anche un grande complesso termale per i legionari: bagni in calcestruzzo rivestiti di pietra di 85 x 85 metri di lato, un ingresso monumentale (vestibulum), una sala per gli esercizi ginnici (basilica thermarum), una sauna (sudatorium) una zona con piscina di acqua fredda (frigidarium), una con acqua tiepida (tepidarium) e una con acqua calda (calidarium). Completava il tutto, all’esterno, uno spazio aperto per la ginnastica (palaestra). Oggi alcune rovine sono visitabili nei giardini romani di Chester. L’anfiteatro di Chester, ove avvenivano varie rappresentazioni e che era in grado di ospitare fino a 7000 visitatori, fu invece scoperto nel 1929, venne protetto dalla Società Archeologica di Chester e oggi è gestito dall’English Heritage. Situato a est delle mura di Chester, con nella parte nord, la bella statua dedicata alla dea Nemesi, rappresenta uno degli anfiteatri meglio conservati in Gran Bretagna.

Resti dell'anfiteatro di Deva (Carole Raddato, Wikimedia)

L’edifico ellittico scoperto nel 1939, invece, e la presenza di elementi, come la cinta muraria in arenaria, oltre al ritrovamento di tubature di quell’edificio con il nome di Gneo Giulio Agricola (unica testimonianza archeologica di edificio archeologico britannico sotto il suo possesso) fanno pensare che Deva fosse stata il quartier generale dello stesso Agricola e dunque la sede del primo governo provinciale della Britannia. Altro indizio, il porto, uno dei punti migliori per conquistare l’Irlanda, che era nei progetti di Agricola. Tanti misteri.
Quando, con Adriano, il consolidamento fu preferito alla conquista, Deva perse la sua importanza a favore di Londinium. Resta il fatto che il nome Chester ricorda il latino castrum (accampamento) che, entrato nella lingua inglese, ha dato origine a tutte le città con il suffisso -chester e -caster, antichi forti romani. E poi, il 4 e il 5 giugno si festeggia il Roman Chester Festival. Un passato comune che rende curiosi e unisce. Indipendentemente dai ruoli avuti. Perché la cultura e la bellezza sono ponte e fonte di dialogo oltre che grande strumento di comprensione reciproca. Da esplorare.

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informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.