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Il papà del petrolio

 By Simonetta Sandri

In Russia ogni settembre si festeggia l’Oilmen’s day, la giornata dei lavoratori del settore Oil & Gas. I russi iniziarono a celebrarlo quarant’anni fa nella regione di Tyumen, in Siberia, ma alle sue origini potrebbe esserci addirittura un grande scienziato del diciottesimo secolo: Mikhail Lomonosov. Considerato il Leonardo da Vinci russo, Lomonosov fu il primo a sostenere, nel 1757, che petrolio e metano sono prodotti della trasformazione di materiale biologico in decomposizione in molecole di idrocarburi. Simonetta Sandri racconta la vita avventurosa di Lomonosov, perchè i suoi studi sono così importanti e perchè, la Russia, è così un tutt’uno con il petrolio…

La prima domenica di settembre di ogni anno, in Russia, si festeggia l’Oilmen’s Day. E’ un giorno di festa, dove spesso i colleghi si riuniscono e dove molte aziende del settore organizzano divertenti giornate di autentico team building. In un Paese petrolifero come questo (il secondo produttore al mondo dopo l’Arabia Saudita), quasi tutti i Ceo delle grandi Compagnie ringraziano i propri collaboratori per i risultati raggiunti e augurano loro un futuro radioso nella fortunata posizione di “uomini (e donne) del petrolio”. Arrivano anche molte email da parte dei colleghi russi. Tutti a congratularsi per questo ruolo privilegiato. Le origini di questa festività non sono immediatamente chiare. Si sa con certezza che fu istituita da un Decreto del Presidio Supremo Sovietico del 1˚ ottobre 1980 e che i lavoratori del settore iniziarono di fatto a celebrarlo quarant’anni fa nella regione (Oblast) di Tyumen. Da una statuetta dell’anno scorso che si congratula con il suo possessore per il 40˚ anniversario dell’Oilmen’s day, altre ricerche portano ad alcune deduzioni basate su fatti storici. In particolare, si torna con la memoria al “gas blow out” di Beryozovo, nel 1953, evento accidentale che confermò l’ipotesi di enormi riserve di idrocarburi della Siberia Occidentale e che la trasformò in autentico primo polo energetico del paese. L’esplorazione nella regione di Tyumen (oggi la terza per superficie, che si estende dal confine con il Kazakistan fin oltre il Circolo Polare Artico e che racchiude due Distretti Autonomi, quello dei Chanty-Mansi e quello di Jamalia) non era stata particolarmente incentivata agli inizi del secolo, a causa della sua lontananza dalle principali vie di comunicazione oltre che della frammentazione dei prospect disponibili.

La decisione di (ri)prendere gli studi geologici dell’area fu presa dopo lo studio accurato dei materiali disponibili negli anni ’30 e ’40, necessità sottolineata dalle raccomandazioni della Prima sessione della sezione della Siberia occidentale dell’Accademia Sovietica delle Scienze, nel 1945. Nel gennaio 1948, il Ministero della Geologia decise di organizzare alcune missioni esplorative a Novosibirsk e Tyumen. I tempi si rivelarono però molto lunghi. Le ricerche, basate spesso su dati imprecisi, non diedero grandi risultati: in oltre 55 aree esplorative non una sola scoperta. Ma la tenacia è una virtù di questo Paese e, nel 1953, il caso l’aiutò. Il programma originario nell’area di Tyumen prevedeva la perforazione di un pozzo (che più tardi avrebbe inaugurato la scoperta della più grande provincia petrolifera del mondo nella Siberia occidentale) da qualche parte vicino alla città di Beryozovo, che si trova sulla riva del piccolo fiume di Kazym, un affluente del fiume Ob. Tuttavia, quel punto si rivelò inaccessibile alla compagnia di spedizione che trasportava i carichi da Tyumen alle zone settentrionali. Così i geologi decisero di spostare il futuro sito due chilometri più vicino alla periferia della città, poiché qui vi era una strada e fonti di approvvigionamento di acqua e di materiali da costruzione. Il sovrintendente alla perforazione, l’ingegner Alexander Bystritsky, considerò lo spostamento accettabile per realizzare il lavoro assegnato al suo team. L’impianto era stato installato in soli due mesi, un tempo record per le condizioni del nord. Le attività di perforazione erano iniziate il 29 settembre 1952, ma il 23 luglio 1953, gli specialisti avevano deciso di sospendere il pozzo R-1, considerando la missione compiuta.

Poiché era stato considerato secco e non ci si attendeva, pertanto, sorprese, vennero trascurate alcune norme di sicurezza di base. Ad esempio, si realizzò un test a foro scoperto, senza adottare alcuna precauzione contro la possibile perdita di controllo del pozzo e un blow out spontaneo. Le annotazioni del Glavtyumengeologia negli archivi pubblici della Regione di Tyumen e gli archivi di Beryozovo conservano un documento intitolato “Una relazione sul gas blow out al pozzo R-1 di Beryozovo”. Una “fontana” di gas (alta 40-50 metri) emergeva alla superficie nell’antica città siberiana di Beryozovo, segnando l’inizio di una nuova era, quella della produzione di petrolio e di gas della Siberia occidentale.

Se questo evento ha probabilmente dato origine alle festività dell’Oilmen’s day, un altro uomo, grande scienziato russo, potrebbe esserne alle origini. Parliamo di Mikhail Lomonosov e pensiamo ad alcune delle sue parole ispirate agli eventi descritti e, in particolare, a quando disse che “il Russo potrebbe crescere con la Siberia”. Michail Vasil’evič Lomonosov, nato nel villaggio di Denisovka (poi ribattezzato Lomonosovo in suo onore) su un’isola del Mar Bianco nel governatorato di Arcangelo), il 19 novembre 1711 e morto a San Pietroburgo, il 15 aprile 1765, è stato un grande scienziato, naturalista e linguista. Considerato il Leonardo da Vinci russo, Lomonosov fu il primo a sostenere, nel 1757, che petrolio e metano sono prodotti della trasformazione di materiale biologico in decomposizione in molecole di idrocarburi. L’amore per lo studio e la dedizione ad esso furono, per Lomonosov, talmente grandi che, nel dicembre del 1730, abbandonò il villaggio di origine e, unendosi a una carovana di mercanti di pesce, si diresse a Mosca, in pieno inverno e a piedi. I suoi esordi furono duri, poiché dovette guadagnarsi da vivere e si vide obbligato a iscriversi ad una scuola per fanciulli, a 19 anni. La sua intelligenza e capacità d’impegno impressionarono i maestri e, al termine dell’anno, con il loro aiuto riuscì a entrare nell’Accademia Moscovita di Studi Classici. A Mosca, Lomonosov fu costretto a rigide economie ma la sua forza di volontà superava ogni limite. Dopo un periodo di studi in Germania, tornò in Russia nel 1741. L’anno successivo, fu nominato assistente nel dipartimento di fisica dell’Accademia delle Scienze, divenne membro dell’Accademia e fu nominato professore di chimica nel 1745, fondando il primo laboratorio di chimica della stessa Accademia. Desideroso di migliorare il sistema educativo russo, il 25 gennaio 1755 si unì al suo patrono, il conte Ivan Šuvalov, per fondare l’Università Statale di Mosca. Creata dall’imperatrice Elisabetta di Russia, l’Università era situata originariamente sulla Piazza Rossa e fu poi trasferita nella sede neoclassica di via Mochovaja, sotto il regno di Caterina II di Russia. Nel 1940, l’università fu intitolata a Lomonosov.

Tra il 1948 e il 1953, fu costruito un nuovo complesso universitario a Vorob’ëvy gory sotto la direzione dell’architetto Lev Rudnev. Questo è oggi l’edificio principale, il più alto dei sette grattacieli moscoviti progettati durante il periodo stalinista e noti come Sette Sorelle. E’ un’opera prestigiosa, maestosa, impressionante e bellissima. Ma perché, per noi, Lomonosov è così importante?

La teoria biogenica del petrolio di Lomonosov fu confermata, nel 1877, da un altro russo, il chimico Dmitrij Ivanovič Mendeleev, inventore della tavola periodica degli elementi. Mendeleev investigò la composizione dei giacimenti petroliferi e favorì la costruzione della prima raffineria in Russia. La sua prima visita ai campi di Baku era avvenuta nel 1863 (quattro anni dall’esplorazione del primo pozzo in Pennsylvania) e qui era tornato nel 1876, per un confronto diretto con le soluzioni tecniche ammirate durante i suoi viaggi in America

Lo scienziato sviluppò quella che è definita la “teoria biogenica del petrolio”, secondo la quale, appunto, il petrolio deriva dalla maturazione termica di materia organica rimasta sepolta (quindi in assenza di ossigeno), che si decompone in un materiale ceroso (il pirobitume o cherogene), che, in condizioni di elevata temperatura e pressione, libera idrocarburi. Una volta prodotti, gli idrocarburi risalgono verso l’alto, grazie alla loro bassa densità, e si accumulano in rocce porose, che costituiscono le “trappole petrolifere” (o reservoir). Perché le rocce possano costituire un reservoir è necessario che esse si trovino al di sotto di rocce meno permeabili (normalmente argille o evaporiti), sì che gli idrocarburi non abbiano la possibilità di risalire fino alla superficie terrestre. Questo fino ad oggi sappiamo tutti e ciò applichiamo. Lomonosov docet. La sua teoria biogenica del petrolio (“l’olio di roccia’ [il petrolio greggio, o il petrolio] si originò da minuscoli corpi marini morti e da altri animali che sono stati sepolti nei sedimenti e che, trascorso molto tempo sotto l’influenza di calore e pressione, si trasformò in ‘olio di roccia’“) fu confermata, nel 1877, da un altro russo, il chimico Dmitrij Ivanovič Mendeleev, inventore della tavola periodica degli elementi. Mendeleev investigò la composizione dei giacimenti petroliferi e favorì la costruzione della prima raffineria in Russia. La sua prima visita ai campi di Baku era avvenuta nel 1863 (quattro anni dall’esplorazione del primo pozzo in Pennsylvania) e qui era tornato nel 1876, per un confronto diretto con le soluzioni tecniche ammirate durante i suoi viaggi in America. Poi ancora nel 1880, anno a partire dal quale avviò molte ricerche sulle proprietà chimico-fisiche della nafta, con particolare riferimento ai processi di distillazione. I risultati di questa sua attività d’indagine, ricerca e analisi furono notevoli, anche sul piano fiscale (portarono a una diminuzione delle imposte sui prodotti petroliferi). Per questo Mendeleev fu considerato come uno dei fondatori dell’industria petrolifera del suo paese.

Ma torniamo un attimo all’ipotesi di Lomonosov, che venne respinta, agli inizi del XIX secolo, dal chimico e geologo tedesco Alexander von Humboldt e dallo studioso di termodinamica Gay-Lussac: essi pensavano che il petrolio è, in realtà, un materiale primordiale della Terra eruttato da grandi profondità (“teoria abiogena”). Sempre dalla Russia sarebbe arrivata la spinta verso questa teoria del petrolio abiotico. Dopo la seconda guerra mondiale, infatti, l’Unione Sovietica, temendo difficoltà di approvvigionamento di petrolio, aveva lanciato un vasto programma esplorativo sul suo territorio e in tale contesto, Nikolai Alexandrovitch Kudryavtsev, aveva presentato la sua teoria nel 1951, sostenuto poi da altri geologi russi e ucraini, tra i quali Peter N. Kropotkin, K.A. Shakhvarstova, Grygori N. Dolenko, Victor F. Linetskii, Vladimir B. Porfir’yev e Emmanuil B. Chekaliuk. Tra il 1951 e il 1965, un numero crescente di geologi pubblicò articoli che dimostravano fallimenti e contraddizioni della vecchia ipotesi di “origine biogenica”. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la teoria del petrolio abiotico conobbe un grande interesse anche in Occidente in seguito alla pubblicazione, nel 1999, di The Deep Hot Biosfera, di Thomas Gold. La teoria vuole che gli idrocarburi esistano nel mantello fin dalla formazione del pianeta e che tali enormi quantità di idrocarburi sotterranei migrino lentamente alla superficie formando i pozzi dai quali oggi estraiamo petrolio e gas. L’idea alla base è in contrasto con il postulato del peak oil, perché secondo essa gli idrocarburi sarebbero abbondanti nel pianeta ma di difficile ricerca. Grandi discussioni e critiche, se ne potrebbe parlare ancora a lungo e anche più tecnicamente. Noi volevamo solo ricordare come gran parte della storia del petrolio arrivi dalla Russia e dal pioniere Lomonosov. E forse l’importanza dell’Oilmen’s day nasce proprio (anche) da questo…

informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.