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Nella valle dei tesori nascosti

 By Marco Bardazzi

In viaggio per la Val d’Agri, sulle strade del più grande giacimento onshore d’Europa, tra annusatori d’aria e orecchi elettronici: una rete di rilevazioni ambientali che non teme confronti. 

Facciamo subito un test. In questa foto sotto si vede uno scorcio del più grande giacimento di petrolio e gas onshore in Europa e c’è un pozzo di perforazione di Eni: provate a individuarlo.

Non è semplice, vero? Eppure siamo in Val d’Agri, in Basilicata, in mezzo a quello che talvolta viene definito il “Texas d’Italia”. Un’immagine che ti porti dietro quando arrivi sulle strade di questa valle verde e pensi di trovare paesaggi petroliferi texani.

In realtà due cose si dimenticano spesso, quando si parla della Basilicata e delle risorse naturali che ospita nel sottosuolo. La prima è che nessun luogo, in tutta l’Europa continentale, è ricco di idrocarburi come questa splendida parte d’Italia. La seconda è l’attenzione con cui negli anni si è riusciti a renderla produttiva limitando l’impatto sull’ambiente e rispettando il territorio.

In Val d’Agri ci sono attualmente 27 pozzi in produzione (nella foto si intravede la torre di “Monte Enoc 5”, è al centro in prossimità di un palo del telefono). Sono collegati da 100 km di condotte completamente sotterranee e invisibili, che li mettono in rete con il Centro Oli Val d’Agri (COVA), a sua volta punto di partenza dell’oleodotto – anche in questo caso invisibile – che trasporta la produzione direttamente alla raffineria di Taranto. Una rete di monitoraggio ambientale copre un’area di 100 km quadrati tutto intorno al COVA, con 8 punti di monitoraggio per ogni km2. Le rilevazioni sono capillari e riguardano tutto: 6 centraline per la qualità dell’aria; 8 “nasi elettronici” che annusano costantemente l’area del Centro Oli; 4 misuratori del rumore; 26 punti di campionamento delle acque di superficie; 22 piezometri per scandagliare le acque sotterranee. E ancora: 15 stazioni di rilevamento dell’attività microsismica e 53 punti di biomonitoraggio lichenico. Nei 100 km2 intorno al Centro Oli, Eni ha poi attivato 223 siti di campionamento della flora e 156 dedicati alla fauna locale.

Un’attenzione all’ambiente paragonabile a questa, in Europa, esiste solo intorno ad alcuni giacimenti in Norvegia, Gran Bretagna e Olanda. Ma i 100 km quadrati intorno al COVA battono tutti. In Olanda, a Groninga, c’è per esempio un giacimento attivo da oltre 50 anni che in media ha prodotto 6 volte di più dei circa 80 mila barili di petrolio al giorno che vengono convogliati al COVA: eppure la rete di monitoraggio ambientale olandese è assai meno capillare di quella che esiste in Basilicata. E anche il centro di trattamento di Corrib, in Irlanda, ritenuto un modello su scala europea, ha un’estensione assai minore di quello della Val d’Agri e non raggiunge lo stesso livello di monitoraggio dell’aria, degli odori, dell’acustica o un analogo controllo sulle acque.

Viaggiare sulle strade tra Viggiano e Grumento Nova, nel cuore della valle, è un’esperienza fatta di silenzi, paesaggi mozzafiato, grandi spazi. I ritmi sono spesso quelli secolari dell’agricoltura locale, scanditi da concerti di cicale e accompagnati da profumi che si intonano alla grande tradizione della cucina lucana e ai suoi peperoni “cruschi”. E i pozzi? O le “trivelle”, come li chiamano i critici, usando un termine che non ha niente a che fare con la tecnologia del mondo dell’energia? Ci sono, ovviamente, ma lasciano un’impronta paesaggistica e ambientale assai minore di quello che si pensa.

Vediamone uno: “Monte Enoc 5”, quello semi-invisibile della foto iniziale. Per trovarlo occorre entrare in un bosco e raggiungere una piazzola non più grande di un campo da calcio.  Spento il motore dell’auto che ci ha condotto fino a qui, l’unico rumore che si sente in mezzo alla campagna è un leggero brontolio che fatica a competere con le cicale e con qualche cane che abbaia nei dintorni. Il derrick, la torre di perforazione, visto da vicino è imponente, ma assai meno di un traliccio dell’alta tensione. Basta uno sguardo per capire perché era difficile individuarlo in lontananza: le torri e i relativi impianti qui vengono mimetizzati con colori che sono stati studiati da Eni per integrarsi con l’ambiente circostante. Fatta salva la cima del derrick, di un rosso luminoso per obblighi di sicurezza legati ai voli aerei, tutto il resto è “color Val d’Agri”.

Quando la torre avrà esaurito il suo lavoro e raggiunto il giacimento, verrà smontata e l’area diverrà qualcosa di simile a questa, nelle vicinanze, dove il pozzo è a regime: raggiunge i 3500 metri sottoterra, ma all’esterno l’ingombro è minimo e il “campo da calcio” potrebbe effettivamente essere usato per…una partita a calcio.

L’impatto acustico sull’ambiente è altrettanto contenuto. Proviamo a entrare dentro la torre di perforazione, il punto più rumoroso in assoluto (all’esterno i suoni arrivano assai attutiti). Avete mai visto un pozzo mentre perfora il sottosuolo? Ecco com’è in questo breve video:

Uno sguardo dentro la torre di perforazione "Monte Enoc 5" di Eni

E quando la perforazione sarà finita e il pozzo entrerà in produzione a regime? Torniamo al pozzo precedente, quello in mezzo al “campo da calcio”: in questo video c’è tutto il rumore che si sente, cioè zero. A disturbare il silenzio della Val d’Agri in questo caso è solo il suono della ghiaia sotto i miei piedi.

Il silenzio è d'oro

Monte Enoc 5 è uno snodo della rete che Eni ha realizzato in questi anni in Val d’Agri, che fa capo al Distretto Meridionale (DIME), con sede in un antico convento a Viggiano. La rete complessiva è quella ricostruita in questa grafica:

Un reticolo strategico

La produzione è riassunta nella tabella qui in basso, che rende l’idea a colpo d’occhio del perché la Basilicata e la Val d’Agri siano il cuore della cultura dell’energia nel nostro Paese. Per raggiungere questi risultati, nel 2014 Eni ha registrato un numero di occupati nel settore petrolifero in Basilicata pari a 3.530 persone, in aumento del 23,2% rispetto al 2013 e del 45,4% sul 2012. Il 54% dei lavoratori dell’indotto è residente in Basilicata. Per quanto riguarda i dipendenti diretti, il DIME ha un organico di 409 persone, in crescita del 17,5% rispetto al 2013 (tutti i lavoratori del DIME sono assunti a tempo indeterminato).

Una presenza significativa

Sono tutti numeri che raccontano una storia con significati che vanno oltre gli obiettivi imprenditoriali che Eni si è data in questa area. Il senso più ampio lo ha sintetizzato bene il direttore del DIME, Enrico Trovato, un giovane manager che ha già girato i giacimenti di mezzo mondo prima di prendere la guida delle attività nel Distretto Meridionale. “Nelle difficoltà perduranti dell’economia del Mezzogiorno – ha spiegato nel presentare l’ultima edizione del Local Report di Eni – ci fa ben sperare la crescita di Eni Basilicata, che continua negli anni, sia in termini occupazionali che di qualità. Per un’azienda che mette al centro delle sue attività il valore delle persone, l’aumento costante di lavoratori specializzati è un importante indicatore di fiducia. E questo pensiamo possa avere un significato anche per il territorio della Val d’Agri, che da un’industria solida, competitiva e sostenibile può trovare sempre maggiore slancio per progettare il suo futuro”.

Del resto il petrolio in Basilicata fa parte della storia e delle ricchezze naturali, è una risorsa lucana DOC come il grano, gli olivi o i vigneti dell’ottimo Aglianico del Vulture. Nell’antica Tramutola, in Val d’Agri, sono presenti affioramenti naturali di idrocarburi che si narra fossero già noti all’epoca in cui i monaci benedettini arrivarono nella zona nel Medioevo. Per secoli di quelle sostanze che sgorgavano dalle viscere della terra non si sapeva cosa fare. Furono studiate con cura solo a partire dal XIX secolo e agli inizi del XX secolo l’Ispettorato del Corpo Reale minerario affidò le prime vere e proprie rilevazioni. Nel 1912 la Società Petroli d’Italia (SPI) stipulò i primi contratti con i proprietari dei terreni locali, ma le ricerche in Basilicata a quel tempo non diedero i risultati che si speravano.

Un tipico affioramento naturale di idrocarburi nella zona di Tramutola

Nel 1933 a provarci fu l’AGIP e stavolta l’esito fu positivo. Nel 1937 fu scoperto il giacimento di Tramutola, che fu mantenuto aperto per un decennio con attività di ricerca e coltivazione. L’AGIP continuò a esplorare la zona fino al 1959, quando perforò un ultimo pozzo a Tramutola, risultato sterile.

Per un lungo periodo, l’Italia e la Basilicata persero lo spirito pionieristico necessario per stimolare la caccia ai tesori del sottosuolo. E rinunciarono così a sfruttare una risorsa di cui la fragile economia lucana avrebbe senza dubbio beneficiato. Del resto erano gli anni Sessanta, il petrolio sgorgava a fiumi nei paesi arabi e nonostante il boom economico e la crescente necessità di trovare fonti di energia per sostenerlo, l’Italia e l’Europa sembravano accontentarsi di guardare fuori dai confini continentali per soddisfare la domanda interna.

Fu solo con l’arrivo dell’austerity, nel pieno della crisi petrolifera del 1973 seguita alla guerra dello Yom Kippur, che si decise di tornare a cercare il petrolio in Basilicata. L’AGIP ottenne nel 1975 i permessi per una nuova campagna esplorativa e finalmente scoprì in Val d’Agri quello che si rivelò ben presto come il più grande giacimento di idrocarburi su terraferma in tutta Europa.

La Val d’Agri, con le sue ricchezze sopra e sotto il suolo, ora ha un doppio primato europeo da sfruttare al meglio: quello delle risorse e quello degli strumenti per estrarle in modo sostenibile e nel rispetto del territorio

Il resto è storia recente e cronaca quotidiana. La Val d’Agri ha ancora un enorme potenziale in termini di riserve di gas e olio e può continuare a produrre ricchezza per i suoi abitanti e per l’intera regione. Dal 1988 al 2014, Eni ha versato alla Basilicata 1,6 miliardi di euro in royalty legate all’attività estrattiva. Scuole, università, centri storici, servizi di assistenza e di protezione civile in tutta la regione sono finanziati da questa industria, che crea occupazione in una zona d’Italia meravigliosa, ma nella quale molti giovani sono spesso costretti ad arrendersi alla necessità di emigrare per carenza di opportunità all’altezza delle loro aspettative.

L’alta attenzione che in Basilicata è stata giustamente dedicata alla tutela dell’ambiente, ha permesso di creare un modello produttivo all’avanguardia anche sul piano del monitoraggio del territorio. I 100 km quadrati di rilevazione intorno al COVA lo dimostrano. La Val d’Agri, con le sue ricchezze sopra e sotto il suolo, ora ha un doppio primato europeo da sfruttare al meglio: quello delle risorse e quello degli strumenti per estrarle in modo sostenibile e nel rispetto del territorio.

Adesso ci si interroga sulla possibilità di importare qui modelli di integrazione che non appartengono solo ai paesi scandinavi, ma anche ad altre regioni italiane. Lo ha spiegato in modo efficace in un’intervista il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, sostenendo che turismo, industria e cultura non sono in conflitto ma complementari e serve di più di tutti e tre: “Lo dimostra Ravenna con i suoi 8 siti Unesco, con il distretto energetico di rilevanza internazionale che impiega oltre 5000 addetti che è a 500 metri dalla spiaggia di Marina, una delle più ambite. Agricoltura, pesca, turismo e industria estrattiva non solo convivono, ma si aiutano impiegando le stesse strade, gli stessi servizi, gli stessi alberghi” (La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 agosto 2015, pag. 2).

Condivisione, integrazione, convivenza. Sono concetti che si sposano bene con l’antica ospitalità della Val d’Agri e con le sue tradizioni, incluse quelle religiose. Dall’alto del colle che domina la valle, il santuario dedicato alla Madonna Nera del sacro monte di Viggiano sembra vigilare sui ritmi e le attività delle comunità che lo hanno costruito. L’immagine della Madonna dal volto olivastro, realizzata pare nel VI secolo, è sopravvissuta a persecuzioni, razzie e tre invasioni di Saraceni. Per alcuni secoli è rimasta addirittura sepolta in una buca, dove l’avevano riposta i fedeli in fuga dagli assalitori musulmani. La tradizione vuole che sia stata l’apparizione di fuochi sul monte di Viggiano a indicare il luogo dove era custodita e a farla ritrovare. Oggi è la Patrona e Regina della Lucania, per decisione negli anni ’60 di papa Paolo VI.

Una terra con così tanta storia e tradizioni, ha in sé tutto quello che serve per percorrere la via dell’integrazione e della convivenza anche tra le diverse realtà dell’industria, dell’agricoltura e della cultura. La strada verso una crescita seria e sostenibile passa da qui.

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Marco Bardazzi
Direttore Comunicazione Esterna, Eni