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Che tempo che fa

 By Marco Alfieri

Si è aperto a Parigi il summit mondiale dell’Onu sui cambiamenti climatici #Cop21. Centocinquanta leader partecipano alla conferenza, che terminerà l’11 dicembre. Obiettivo del summit, raggiungere un accordo sulla riduzione delle emissioni di carbonio per frenare il riscaldamento globale. A differenza della conferenza di Copenaghen del 2009, i leader del mondo non arrivano a Parigi a mani vuote: alle loro spalle c’è un lavoro diplomatico di anni voluto soprattutto dal presidente americano Obama che vuol essere il regista di un accordo planetario contro i mutamenti climatici, da lasciare come sua eredità politica. Per l’occasione Eniday ha messo insieme un po’ di numeri, storie, tabelle, articoli, video e previsioni su #Cop21, un appuntamento cruciale per il futuro di tutti noi. Ah, la conferenza sarà anche il primo grande evento internazionale in Francia dopo gli attentati di Parigi, ci saranno misure di sicurezza con pochi precedenti. Anche per questo ha gli occhi del mondo puntati addosso. Buona lettura (e visione)…

Cos’è la Cop21

È la ventunesima Conferenza delle parti (Cop) nell’ambito della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc). La convenzione Onu è il principale trattato internazionale sul clima: riconosce l’esistenza di un cambiamento climatico causato dall’attività umana e attribuisce ai paesi industrializzati la responsabilità principale nella lotta contro questo fenomeno. È stata adottata nel corso del Summit della Terra che si è tenuto a Rio de Janeiro nel 1992, ed è entrata in vigore nel 1994. È stata ratificata da 195 stati (a cui va aggiunta l’Unione europea), che rappresentano le parti aderenti alla convenzione. La Conferenza delle parti si tiene ogni anno nell’ambito di un vertice mondiale durante il quale sono adottate le misure per rispettare gli obiettivi della lotta ai cambiamenti climatici. Le decisioni possono essere prese solo all’unanimità, o per consenso. (Internazionale)

Le puntate precedenti

Incontri e trattati sul clima si susseguono ormai da più di 20 anni, ma la storia degli studi sul cambiamento climatico è ancora più lunga. Nella seconda metà del Novecento le ricerche sui gas serra (perlopiù anidride carbonica, CO2) nell’atmosfera iniziarono a ipotizzare che si potessero verificare aumenti della temperatura media sulla Terra, a causa dell’incapacità del pianeta di disperdere il calore accumulato proprio a causa di quei gas. Negli ultimi decenni dalla teoria si è passati alla pratica: la grandissima parte degli studi scientifici concordano sul fatto che la temperatura sia aumentata e principalmente a causa delle emissioni di gas dovute alle attività umane. In seguito a prove sempre più evidenti, come detto nel 1992 fu organizzata una prima conferenza a Rio de Janeiro, in Brasile, con lo scopo di mettere insieme un piano (ancora molto generico) contro il cambiamento climatico. Non essendoci regole chiare e condivise, per molti anni i singoli paesi agirono per conto proprio, litigando spesso su quale fosse la strategia migliore da seguire per ridurre le emissioni. Nel 1997 per fare ordine fu realizzato il Protocollo di Kyoto, che prevedeva una riduzione delle emissioni pari al 5% rispetto al 1990, obiettivo da raggiungere entro il 2012. Per alcune economie emergenti, come Cina e Corea del Sud, non furono posti obiettivi specifici, cosa che permise loro di aumentare di fatto le emissioni pur di non rallentare la loro crescita economica. C’era però una regola per rendere valido il Protocollo di Kyoto: essere approvato da tutti i principali produttori di emissioni, che da soli costituivano all’epoca il 55 per cento degli inquinanti. Stati Uniti e Russia non lo ratificarono, cosa che rallentò enormemente la sua attuazione. Nel 2004 il governo russo decise di adottare il Protocollo, cosa che infine lo rese operativo. Gli Stati Uniti ne restarono fuori con tutti gli inconvenienti del caso, compresa la difficoltà di negoziare nuovi accordi. Per superare lo stallo, nel 2007 fu firmato un nuovo impegno a Bali con l’obiettivo di superare Kyoto, ma trovare un accordo in grado di mettere tutti d’accordo non fu facile. In questo senso, la seguente conferenza del 2009 a Copenaghen, in Danimarca, fu un disastro: fu sì concordata una riduzione ulteriore delle emissioni, ma non fu firmato nessun trattato con regole chiare e vincolanti per farlo. (Il Post)

L'aumento della temperatura terrestre dal 1850 ai nostri giorni

Quali obiettivi

L’obiettivo della Cop21 è concludere il primo accordo universale e vincolante, applicabile a partire dal 2020 ai 195 paesi della convenzione, per limitare l’aumento delle temperature a due gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale. Secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la temperatura media della superficie della Terra e degli oceani è aumentata di 0,85 gradi tra il 1880 e il 2012, e a causa dell’aumento delle emissioni dovrebbe crescere ancora tra gli 0,3 e i 4,8 gradi entro il 2100. L’accordo di Parigi ha in primo luogo l’obiettivo di arrivare a una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Secondo l’Ipcc, per avere un riscaldamento non superiore ai due gradi, bisognerà raggiungere la neutralità carbonica al massimo entro la fine del secolo. Inoltre è necessario che la quantità accumulata di emissioni di CO2 d’origine umana non superi le 800 gigatonnellate di carbonio. Seconda questione chiave: l’accordo di Parigi dovrà determinare il modo in cui la reazione al cambiamento climatico sarà finanziata. Alla conferenza di Copenaghen del 2009 i paesi sviluppati si sono impegnati a investire cento miliardi di dollari, provenienti da fondi pubblici e privati, per consentire ai paesi in via di sviluppo di lottare contro i rischi legati al clima e di impegnarsi a favore di uno sviluppo sostenibile. Una parte di questi soldi devono arrivare dal Fondo verde per il clima, un meccanismo finanziario creato dall’Onu. Ma a giugno del 2015 solo 4 miliardi di dollari dei 10,2 promessi da una trentina di paesi per finanziare questo fondo erano stati sbloccati. (Internazionale)

E’ vero che il riscaldamento climatico si è fermato?

No, è falso. La temperatura media del pianeta continua ad aumentare, ma a un ritmo inferiore rispetto al trentennio finito nel 1998. Gli scettici hanno usato questo dato per screditare gli studi sul cambiamento climatico, ma se si guardano i dati è evidente che le temperature non sono diminuite. Inoltre, negli ultimi due anni l’aumento è stato più consistente ed è ormai certo che il 2015 sarà l’anno più caldo mai registrato nella storia. (Il Post)

Il timelapse delle emissioni globali di Co2 dal 1750 a oggi

Passato, presente e futuro delle emissioni

Come accade dai tempi del protocollo di Kyoto (Cop3, dicembre 1997) il mondo si divide tra paesi industrializzati, che hanno una responsabilità storica imprescindibile nel determinare quante emissioni sono state prodotte a partire dalla rivoluzione industriale, e paesi in via di industrializzazione ed economie emergenti, che sono invece i protagonisti principali delle emissioni attuali. Per emissioni cumulate complessive (1890-2012) il mondo si divide grossomodo in tre blocchi: il primo comprende Stati Uniti e Unione Europea, responsabili per poco più della metà; Cina, che rappresenta da sola il 25 per cento di queste emissioni; resto del mondo, che copre il restante 25 per cento. Nel linguaggio di Kyoto, i paesi del cosiddetto Annex 1, ovvero i paesi industrializzati, sono responsabili per il 70 per cento delle emissioni complessive. Rispetto alla realtà storica si possono considerare le emissioni attuali. La Cina rappresenta da sola il 25 per cento delle emissioni complessive, numero destinato probabilmente a crescere ancora nei prossimi anni. Nella top 10 per livello delle emissioni (in totale il 73 per cento del totale delle emissioni) fanno bella mostra di sé anche Iran, Indonesia, Brasile, India e Russia. È su questa dicotomia – responsabilità storiche rispetto a emissioni attuali – che si gioca l’intera partita sul futuro accordo sul clima. Considerando che i paesi che hanno le maggiori responsabilità storiche generano anche la maggiore fetta del prodotto interno lordo mondiale, quello che ci si attende dal negoziato non è che i paesi industrializzati riducano le loro emissioni, cosa che hanno cominciato a fare da tempo, ma anche e soprattutto che finanzino la riduzione delle emissioni dei paesi meno industrializzati. Il conto però potrebbe essere salato. Secondo l’ultimo World Energy Outlook appena pubblicato dalla Iea (International Energy Agency), per dare la piena attuazione agli impegni sul clima che le diverse nazioni hanno enunciato in vista del vertice di Parigi, sarebbe necessario un investimento complessivo di 13,5 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. Nonostante sia un investimento da spalmare nel tempo, resta una cifra di tutto rispetto se si considera che il Pil mondiale, secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2014 era pari a circa 54 trilioni. (LaVoce.info)

Il mondo delle emissioni è ancora diviso in blocchi...

Cosa determinerà il successo o meno del summit

Il tema dell’equità rappresenta un elemento fondamentale per salutare il successo del summit: conteranno di più le emissioni di oggi e di domani o quelle di ieri? La questione è ancora aperta e non è chiaro che forma di documento verrà adottata. Le scaramucce sono già iniziate: il segretario di Stato americano Kerry ha dichiarato giorni fa che le decisioni che verranno prese a Parigi non saranno “legally binding” ovvero giuridicamente vincolanti, anche perché “l’accordo non sarà un trattato”. (LaVoce.info)

Un’intesa ci sarà quasi sicuramente, anche se non è detto che il trattato posa essere solo un pezzo di carta privo di efficacia. Per questo, è fondamentale che questo accordo dia il segno che ci si sta muovendo nella direzione giusta, indicando l’obiettivo di contenimento dell’aumento della temperatura a 1,5-2 gradi, e soprattutto definendo delle strategie per recuperare lo scarto tra sforzi effettivi e sforzi necessari. Poi, è necessario che si stabiliscano regole per poter rafforzare gli obiettivi di riduzione delle emissioni, attualmente inadeguati, magari stabilendo una verifica quinquennale. Ancora, bisogna prevedere misure per garantire la sicurezza e la capacità di adattamento dei paesi più poveri e delle popolazioni vulnerabili. Infine, l’accordo deve fornire delle basi solide perché siano sbloccate le ingenti risorse finanziarie necessarie a compiere le trasformazioni tecnologiche che servono. (La Stampa)

Basterà?

Eccezion fatta per l’India, i principali Paesi del mondo hanno annunciato traguardi per la riduzione delle proprie emissioni di anidride carbonica. Conosciuti come gli “intended nationally determined contributions”, o Indc, questi impegni sono stati presi da 161 Paesi che, assieme, coprono all’incirca il 93%. Sfortunatamente, questi impegni non bastano a limitare l’aumento delle temperature globali di 2 °C – la soglia entro la quale occorrerà rimanere per scongiurare catastrofiche conseguenze economiche e sociali, stando all’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite. I contributi nazionali «fletteranno la curva delle emissioni fino a un incremento delle temperature di circa 3 °C entro la fine del secolo», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon in occasione del Gruppo dei 20, il forum internazionale per le principali economie del mondo. “Questo è certamente un progresso significativo, ma non basta”. (Mit Technology Review)

Non solo. Pensare di fermare il riscaldamento climatico riducendo un po’ le emissioni di CO2 potrebbe essere utopico (oltre che ridicolo), come lascia intendere questa analisi del New York Times.

 

(Guardate sotto la dispersione urbana di Città del Messico. Aiuto…!)

BUONI E CATTIVI PROPOSITI

“Sul clima siamo pronti a fare la nostra parte”, dice il primo inquinatore mondiale (la Cina)

Sei anni fa, tutti le avevano puntato il dito contro. Se la Conferenza sul clima, a Copenaghen, era fallita, la colpa era della Cina. Ma stavolta, scrive il Financial Times, Pechino non si tirerà indietro. E tra i suoi impegni formali ci sarà quello di fissare al 2030 il picco delle emissioni cinesi. Se infatti l’ingresso nel Wto nel 2001 le ha consentito di ristrutturare la propria economia per diventare una potenza dell’export, adesso un accordo a Parigi le consentirebbe di modernizzare le proprie inefficienti ed inquinanti industrie. Quel che è sicuro, la Cina continua a bruciare quantità esorbitanti di carbone e i risultati, sui polmoni dei cinesi, si fanno sentire da tempo. (Corriere della Sera)

Dieci anni fa la Cina ha sorpassato gli Usa diventando il principale paese emettitore di Co2

“Sul clima sono altri a dover fare la loro parte”, dice il quarto inquinatore mondiale (l’India)

“Nei prossimi giorni, a Parigi, il mondo deciderà il destino del nostro pianeta. Spero che la conferenza sul clima che inizia oggi produrrà un accordo che ripristini l’equilibrio fra ecologia ed economia — fra ciò che abbiamo ereditato e i nostri obblighi verso il futuro. La conferenza dovrà anche, spero, riflettere un impegno collettivo e globale che bilanci le responsabilità e le capacità da una parte, con le aspirazioni e i bisogni dall’altra. Si dovrà riconoscere che mentre qualcuno ha di fronte una scelta fra stili di vita e tecnologie, altri si trovano tra la privazione e la speranza.” Inizia così la lettera che il premier indiano Narendra Modi ha scritto al Financial Times. E la traduzione è presto fatta: l’India non ha cambiato idea. Il fardello della lotta al cambiamento climatico deve essere portato soprattutto dai Paesi ricchi. Insomma, l’India (quarto “inquinatore” mondiale, dopo Cina, Usa e Ue) non andrà oltre la riduzione, entro il 2030, di almeno un terzo dell’intensità di emissioni per unità di Pil rispetto ai livelli del 2005 e dell’impegno ad installare il 40% di capacità energetica da fonti non fossili. (Corriere della Sera)

Gli impegni contro il "climate change" presi dai primi 5 paesi emettitori (via Abo.net)

L’IMPEGNO DELLE AZIENDE

Le grandi aziende a inizio ottobre hanno scelto la settimana per il clima di New York per annunciare nuovi impegni in materia di sostenibilità. Colossi come Starbucks, Wal-Mart, Nike, Procter & Gamble, Goldman Sachs, Siemens, Philips, IKEA, Kellogg, SkyPower e BT si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo 100% fonti rinnovabili per l’approvvigionamento energetico, mentre altre cinque multinazionali (Unilever, Virgin, China’s Broad Group, la società telecom africana Econet e il produttore di cosmetici brasiliano Natura) hanno assunto l’impegno di ridurre a zero le emissioni entro il 2050. Anche le major dell’energia spingono per un accordo sul clima a Parigi. Il mese scorso gli amministratori delegati di 10 big dell’Oil&Gas (BG Group, BP, Eni, Pemex, Reliance Industries, Repsol, Saudi Aramco, Shell, Statoil e Total), in occasione dell’Oil and Gas Climate Initiative, hanno ribadito gli impegni comuni per contrastare i cambiamenti climatici: “il rafforzamento delle misure e degli investimenti per contribuire a ridurre l’intensità di gas ad effetto serra (GHG) del mix energetico globale, il sostegno e lo sviluppo di politiche chiare e stabili che siano in linea con un futuro a 2°C aiuteranno le nostre aziende a prendere decisioni consapevoli e a dare un contributo efficace e sostenibile per affrontare i cambiamenti climatici, la collaborazione in aree come l’efficienza, il gas naturale, la Ricerca e lo Sviluppo (R&D) e la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica (CCS) e un aggiornamento periodico e coerente circa i progressi compiuti.” (Abo.net)

Scrive Claudio Descalzi, Ceo Eni: “Non si può ignorare quello che dicono gli studi più autorevoli sull’evoluzione dell’energy mix: anche nello scenario che rispetta il traguardo dei 2°C, le fonti fossili copriranno nel 2030 più dei due terzi del fabbisogno di energia, mentre eolico e solare arriveranno a soddisfare solo il 6% della domanda. Si deve quindi individuare un percorso che garantisca la sostituzione graduale ed economicamente sostenibile delle fonti ad alto contenuto di carbonio con quelle più pulite, attraverso politiche chiare, valide su scala globale e capaci di attrarre investimenti. L’Europa deve parlare su questo con un’unica voce e mostrarsi come esempio. Ma se resta un’avanguardia solitaria non otterremo i risultati che servono. (Qui l’analisi integrale di Descalzi pubblicata da Il Sole 24Ore).

 

(Guardate adesso in due tabelle le preoccupazioni dell’opinione pubblica mondiale sul “climate change”...)

In America Latina e Africa si trovano i paesi più preoccupati...
...i principali paesi emettitori di Co2, invece, sembra sentano meno questa urgenza!

TRE STORIE DA LEGGERE

Un bellissimo reportage interattivo del Guardian sul fiume Mekong, uno degli epicentri del “climate change” mondiale.

In Papua Nuova Guinea sulle tracce di un progetto che potrebbe salvare l’ambiente trasformando la conservazione delle foreste in soldi.

Il New York Times ci porta tra i ghiacci della Groenlandia, dove si studiano i cambiamenti climatici e il futuro dell’ecosistema terrestre.

 

(a proposito di ghiacciai, il video sotto è fantastico…)

Lo stato dei ghiacci perenni negli ultimi trent'anni

Per approfondire, infine: A questo link si scarica un libricino divulgativo curato dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) che racconta il percorso (da Rio de Janeiro 1992 a oggi) che ha portato all’adozione dei “Sustainable development goals”; da questo link si accede ad un ottimo docuweb confezionato da Valigia Blu sul “climate change”; qui invece l’Economist spiega perchè il vertice di Parigi somiglierà ad un vero negoziato finanziario.

 

(e speriamo che alla fine di tutto non sia davvero…La morte a Venezia!)

informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.