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Un marziano all’Eni

 By Marco Alfieri

Uno dei primi giorni che sono entrato all’Eni, poco più di un mese fa, un neo collega davanti ad una macchinetta del caffè mi ha consegnato una massima che ho fatto subito mia. “Ricordatelo sempre: questa azienda è talmente grande e sparpagliata nel mondo che l’unico modo per immaginarsela è guardarla in fotografia…”

Marco Alfieri è un giornalista freelance, ha lavorato tra l’altro a Il Sole 24 Ore e La Stampa, è stato direttore de Linkiesta.it. Attualmente, tra le altre cose, fa il “cacciatore di storie” dentro Eni

La mia preferita è quella che ho messo in copertina: due donne in Tanzania che aspettano forse un passaggio o un pullman, chissà; una seduta su un muretto come si sta in panchina e una in piedi al suo fianco. E sopra le loro teste una vecchia insegna Agip con il Cane a sei zampe.

Ma ce ne sono per tutti i gusti e da tutte le latitudini: dal gelo artico alle piattaforme offshore più inaccessibili (con vista mare blu), dai deserti africani ai tramonti kazaki, dai bambini vispi del Ghana al volo mozzafiato su Maputo, dalle spade nella roccia in Norvegia al bocchettone di una pipeline in Egitto. Ti accompagnano fin dall’ingresso del Quinto palazzo uffici, il cuore dell’upstream (le attività che vengono svolte prima del trasporto o della raccolta del gas e cioè l’esplorazione per la ricerca di nuovi giacimenti, la perforazione e la messa in produzione dei pozzi), in una gimcana di corridoi e uffici. Pareti e divisori pieni zeppi di cartoline dal mondo, frammenti colorati dai confini dell’impero, schegge di vita quotidiana spedite dai dipendenti in giro per il globo (vedi sotto la fotogallery). Me-ra-vi-glio-se!

Uno dei primi giorni che sono entrato all’Eni, poco più di un mese fa, un neo collega davanti ad una macchinetta del caffè (segnatevelo subito: le macchinette del caffè all’Eni sono una miniera di notizie per chi come me va a caccia di storie da raccontare) mi ha consegnato una massima che ho fatto subito mia. “Ricordatelo sempre: questa azienda è talmente grande e sparpagliata nel mondo che l’unico modo per immaginarsela è guardarla in fotografia…”

Credo avesse ragione.

Sinceramente non ho ancora trovato un altro modo per afferrare una multinazionale da 85mila addetti di cui “solo” – e “solo” ovviamente è un eufemismo – 25mila in Italia. Già il vedere dipendenti, fornitori o contrattisti spostarsi da un palazzo all’altro di quel headquarters diffuso che è diventato San Donato (di solito li riconosci alle rotonde o sulle strisce pedonali con badge al collo e plico di carte sottobraccio, ansimanti sotto il sole) sembrano un’enormità; figurarsi il concepire che tutto questo nugolo di gente rappresenta nemmeno un terzo dell’intera popolazione di Eni.

Il punto è che in Italia non siamo abituati a dimensioni del genere. Nella patria delle fabbrichette ad avere 5-600 dipendenti vieni già catalogato una grande azienda.

Questa è la seconda cosa che impara (la prima sono le fotografie) un marziano alle prese con la più grande azienda italiana (una delle prime venticinque del mondo): grandi realtà significano tutta una sventagliata di procedure, protocolli e autorizzazioni sconosciute a chi ha vissuto quasi sempre nei giornali e in ambienti di lavoro tendenzialmente destrutturati. Non puoi usare il tuo pc personale agganciandolo alla wifi aziendale; devi firmare ogni volta che lasci in custodia le chiavi dell’ufficio; in ogni palazzo del gruppo che vai devi farti abilitare il badge e soprattutto devi ricordarti sempre il numero di matricola, sempre, altrimenti se ti fermano sei fritto…

La terza cosa che impari, la più importante – giorno dopo giorno, persona dopo persona, riunione dopo riunione, ufficio dopo ufficio, corridoio dopo corridoio, palazzo dopo palazzo, mensa dopo mensa, macchinetta dopo macchinetta -, è che questa è un’azienda dove succedono un sacco di cose innovative, tecnologiche, di frontiera. E quando dico un sacco di cose intendo nel senso letterale del termine.

Quella di Enrico Mattei è una presenza onnipresente e insieme inafferrabile, dentro e fuori San Donato. Per un certo immaginario collettivo dopo la stagione eroica del dopoguerra l’azienda è andata avanti quasi con il pilota automatico, facendo cose in giro per il mondo ma non si sa bene cosa. Non è così

Vi faccio un elenco sommario delle cose che ho scoperto in quaranta giorni di San Donato (l’ordine di citazione è assolutamente casuale):

La partecipazione di Eni al programma ExoMars dell’Agenzia spaziale europea (la controllata Tecnomare costruirà un innovativo trapano spaziale).

La tomografia assiale computerizzata (Tac) che i ricercatori fanno alle rocce per caratterizzarle, come fossero persone umane.

Il super computer che sfrutta un algoritmo avanzatissimo per scoprire nuovi giacimenti di energia.

Un’aula 3D stile Nasa dove vengono simulati gli interventi di sicurezza negli impianti.

Il drone sottomarino per la pulizia delle pipeline.

Un piano di education che inserisce i ragazzi africani nelle fila dell’azienda.

Un rapporto di collaborazione sulle nuove frontiere dell’energia con il Mit di Boston.

I vestiti “intelligenti” (wearable technologies) per chi lavora in piattaforma o negli stabilimenti che “suonano” se qualcosa non funziona nella sicurezza.

L’oasi naturale nata sulle gambe della piattaforme offshore in Adriatico (più cozze per tutti).

L’elettrificazione di mezzo Congo compiuta da Eni in accordo con le autorità locali.

Il varo e l’arrivo in Norvegia della piattaforma intelligente di nuova generazione Goliat.

La ex dipendente Eni che si scopre fotografa di grande talento (e organizza una mostra).

E tralascio volutamente la storia passata, i ricchissimi archivi fotografici, i documenti, le carte, i video che hanno scandito le tappe di questa grande azienda paese (passerò un pezzo di agosto a rovistarci dentro per estrarre cose belle per Eniday, promesso).

Cito solo una chicca tra le tante, decisamente inaspettata: l’anno scorso l’elegantissima rivista inglese Monocle ha dedicato un servizio all’ex villaggio Eni di Corte di Cadore, voluto da Enrico Mattei e costruito dall’architetto Edoardo Gellner tra il 1954 e il 1963. E’ stato uno dei primi esperimenti di villaggio sociale dove i dipendenti del Cane a sei zampe venivano a villeggiare, sparsi tra la colonia, il campeggio e le villette immerse nel verde. Conoscevate questo proto welfare aziendale? Io no.

Il bel servizio di Monocle sul Cadore

Alcune sere fa raccontando a mia moglie ciò che avevo scoperto (anche) quel giorno, pensavo all’immagine che come tanti avevo di Eni prima di entrarci.

In fondo cos’è Eni per il grande pubblico? In queste settimane ho fatto un piccolo test con amici e persone che conosco. Il risultato, assolutamente non scientifico ma significativo, l’ho catalogato in quattro diversi gruppi di rispondenti:

Primo. Per una minoranza di “incazzati” Eni è né più né meno Exxon, Shell, Total o BP. Un’azienda petrolifera “brutta, sporca e cattiva” che sfrutta paesi e comunità locali. Semplicemente irredimibile.

Secondo. Per un plotone di nostalgici Eni è l’azienda ora e sempre di Enrico Mattei. Risposta fatta seguire molto spesso da un sussiegoso “ah, quando c’era Mattei…”. Si stava meglio quando si stava peggio.

Terzo. Per un manipolo di Millennials Eni “è quella di Enjoy”, che ti fa spostare per la tua città comodamente in car sharing. Generazione Startup.

Quarto. Per la gran parte delle persone cui ho fatto il quiz Eni è genericamente “l’azienda petrolifera italiana”, detto senza alcuna inflessione spregiativa ma neutrale. Maggioranza silenziosa.

Fil rouge di tutti e quattro i cluster del sondaggio: nessuno sa bene cosa faccia davvero Eni! Mi sono chiesto perché mai così poca gente fuori da San Donato conosca questa grande storia italiana diventata globale e mi sono dato un paio di risposte (ma potrei sbagliarmi): un fisiologico low profile perché quando si opera in business sensibili meglio restare sottocoperta, comunicare il minimo indispensabile e sempre in modo istituzionale.

E poi, forse, la persistenza del cosiddetto “mito di Bascapè”. Come se l’azienda si fosse fermata al 1962, la sera del tragico incidente (avvenuto appunto a Bascapè, vicino Pavia) che ha spezzato la vita di Enrico Mattei.

Quella del fondatore è una presenza onnipresente e insieme inafferrabile, dentro e fuori San Donato. Quasi totemica. Per un certo immaginario collettivo dopo la stagione eroica del dopoguerra l’azienda è andata avanti quasi con il pilota automatico, facendo cose in giro per il mondo ma non si sa bene cosa. Questo ha regalato a Eni un blasone inestimabile e un posizionamento all’avanguardia ma è diventata anche una sorta di trappola identitaria, perché il mito per essere tale va vivificato, trasfuso giorno dopo giorno, come quando un figlio diventa a sua volta genitore.

Altrimenti non escono fuori le nuove storie, le nuove competenze, le nuove frontiere, i nuovi primati. Non si umanizza una grande azienda e un business complicato che è fatto tutti i giorni, continuamente, di e da persone incredibili ma insieme normali; gente che ha fatto il giro del mondo o che ha curricula alla Indiana Jones e te lo racconta tranquillamente in mensa.

 

Non credo si percepisca bene cosa voglia dire estrarre idrocarburi da quattromila metri sotto terra, con duemila metri di acqua sopra, tutto lo sforzo e le persone che servono, il materiale, lo studio e le strutture che ci stanno dietro, anche solo il procurarsi e ingegnerizzare ciò che serve per lavorare

La quarta cosa che impara un marziano come me è che Eni è anzitutto una grande azienda tecnologica. I suoi ricercatori, proprio in partnership con il Mit Energy Initiative, studiano ad esempio tecnologie di aumento del fattore di recupero del greggio o conducono ricerche sui materiali per lo sfruttamento del solare, addirittura per superare il silicio come tecnologia fotovoltaica e sostituirlo con materiali organici. “La gente qua sa fare cose incredibili”, mi ha raccontato un giovane ricercatore di Bolgiano. “Non credo si percepisca bene cosa voglia dire estrarre idrocarburi da quattromila metri sotto terra, con duemila metri di acqua sopra, tutto lo sforzo e le persone che servono, il materiale, lo studio e le strutture che ci stanno dietro, anche solo il procurarsi e ingegnerizzare ciò che serve per lavorare. E’ una catena molto complicata, certamente incredibile…”

Definire Eni una Energy company è quantomeno limitativo! Solo che fuori non lo si percepisce affatto, prevalgono le letture di maniera (dopodichè è giusto che i media scovino quel che devono, denuncino, figurarsi se da giornalista non lo penso, a ciascuno il suo). Ma una grande azienda come Eni ha molto più da raccontare che da temere, statene certi.

Anzi, se vogliamo dirlo con un filo di retorica (ma senza nemmeno esagerare, credetemi), lavorare con Eni significa lavorare per il tuo paese se solo non ci vergognassimo di definire i nostri interessi nazionali. È una delle poche aziende interessanti che abbiamo in Italia (ahimè). Incrocia energia, interessi nazionali, innovazione, tecnologia, competenze umane di prim’ordine, potere, presenza internazionale. Nelle zone sensibili del pianeta un presidio Eni c’è sempre. Ce ne vorrebbero semplicemente di più e se cresciamo poco in un mondo diventato straordinariamente globale è (anche) perché abbiamo poche portaerei del genere. Ma questo è un altro discorso e ci porterebbe fuoristrada.

Quel che è importante dire qui è che Eniday servirà a raccontare il mondo dell’energia, le sue persone e le nuove frontiere in modo nuovo, con la creatività e gli strumenti digitali di un network di talenti sparsi su tutto il pianeta, uniti dalla passione per lo storytelling. Spesso anche all’interno dell’azienda non si conoscono del tutto quante cose belle e straordinarie fanno i colleghi in giro per il mondo.

Un paio di anni fa è stato fatto un contest interno, intitolato “Write Award”. Da tutte le provincie dell’impero Eni i dipendenti hanno spedito piccoli racconti e reportage. Ne è uscito uno spaccato vibrante di una popolazione piena di talento e passioni. E’ uno spirito che Eniday vuol coltivare e far crescere, lavorando sui confini e negli interstizi dell’azienda dove di solito si intercettano le tendenze e le storie più interessanti. C’è chi ha raccontato “il Sahara libico con la mia famiglia”, chi “il mio Congo”, chi “un rocambolesco viaggio di lavoro sui Pirenei”, chi “una tempesta nell’amazzonia ecuadoriana”, chi “la frontiera di Wahga”, chi “il giorno della mia assunzione”, chi “la prima volta al lavoro…da papà”, chi “le donne al campo”, chi “pagine dal mio diario in Indonesia” e avanti così per decine e decine di racconti.

Alla rivista aziendale "Gatto Selvatico" collaborarono i più grandi scrittori italiani del Secondo dopoguerra

Infine c’è una quinta e ultima cosa che mi ha colpito in queste prime settimane di Eni: la quantità di frasi celebri, vere o presunte, attribuite a Mattei. Una la trovo particolarmente efficace, anche se probabilmente non l’ha mai pronunciata: “il futuro è di chi lo sa immaginare…”. Il fondatore per primo, non senza polemiche, aveva chiamato i migliori scrittori e intellettuali del secondo dopoguerra a raccontare dalle pagine del “Gatto Selvatico”, la rivista aziendale, un paese che stava cambiando in modo vorticoso. A scorrere i nomi dei collaboratori c’è da restare a bocca aperta: Anna Banti, Giorgio Bassani, Giovanni Comisso, Carlo Emilio Gadda, Natalia Ginzburg, Goffredo Parise, Leonardo Sciascia, Mario Soldati e tanti altri.

Cos’era quella narrazione se non una specie di storytelling ante litteram? Questa è la nuova vecchia sfida che abbiamo davanti. Riscoprire il gusto di rendere gli italiani orgogliosi di una grande storia qual è Eni. “Una start up, con sessant’anni di storia alle spalle…”

Ps. Altre cose (un po’ più amene ma altrettanto importanti) che mi hanno colpito in questi primi giorni di Eni:

Il kebab e i piatti vegetariani in mensa.

La differenza esibita tra “geologo” e “ingegnere”.

Le riunioni infinite.

I tantissimi giovani che ci lavorano.

L’uso compulsivo di Outlook Calendar.

Il pendolarismo interno Milano-Roma.

E poi la frase: “adesso chiedo e ti faccio sapere…”

Colonna sonora consigliata

L'Estate addosso (Lorenzo Jovanotti, 2015)
informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.