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Acqua alta a Jakarta

 By Antonio Talia

A differenza delle altre grandi metropoli asiatiche Jakarta non deve affrontare solamente problemi di smog, sovrappopolazione e trasporto urbano: la capitale dell’Indonesia sta sprofondando tra i 5 e i 10 centimetri ogni anno. Che fare? Antonio Talia racconta la genesi del Giant Sea Wall, una gigantesca diga capace di strappare un’enorme area di terreno al mare, proteggendo Jakarta Nord dalle acque. La mega infrastruttura, tuttavia, prima di vedere la luce, dovrà vedersela con immense difficoltà tecniche e numerose controversie...

(Cover foto tratta da www.voanews.com)

Piogge torrenziali infestano la megalopoli del Sudest asiatico.

L’aria è malsana, i fiumi straripano minacciando bidonville e quartieri ricchi, nelle strade serpeggiano virus mutati dalle acque avvelenate: lo scenario è quello della Bangkok del Ventitreesimo Secolo descritta da Paolo Bacigalupi in La Ragazza Meccanica, romanzo che nel 2009 è stato incluso da TIME nella classifica dei migliori libri dell’anno e ha vinto i premi Hugo e Nebula, segnalandosi come un caposaldo del cosiddetto biopunk, il sottogenere fantascientifico a base di ecologia e biotech che da qualche anno sembra aver soppiantato il cyberpunk di William Gibson, Bruce Sterling e soci.

Nella distopia immaginata da Bacigalupi, le catastrofi ambientali hanno esasperato i conflitti sociali e il perno dell’economia globale si è spostato verso l’Estremo Oriente e il Sudest asiatico, costantemente minacciati da inondazioni e popolati da un’umanità alla disperata ricerca di alimenti non contaminati e nuove forme di energia.

Come tutta la fantascienza più riuscita anche La Ragazza Meccanica si basa su un’osservazione attenta dell’attualità, ma una certa percentuale del cupo futuro descritto dallo scrittore è già qui, e per viverla bisogna spostarsi circa 3mila chilometri a sud di Bangkok.

Bisogna approdare a Jakarta.

Il distretto finanziario di Jakarta colpito dalla pioggia monsonica

La capitale indonesiana oggi conta circa dieci milioni di abitanti, che diventano quasi 30 milioni calcolando l’area della cosiddetta Greater Jakarta, e rendono quello composto da Jakarta, Begasi, Bogor, Depok, Tangerang e Tangerang Selatan il quarto agglomerato urbano più popoloso del mondo dopo Canton, Tokyo e Shanghai. A differenza delle altre tre metropoli asiatiche, però, Jakarta non deve affrontare solamente problemi di smog, sovrappopolazione e trasporto urbano: questo sterminato reticolo di strade, canali e vicoli, sontuosi grattacieli e tristi baracche, è vittima di inondazioni assassine, capaci di mettere in ginocchio la città per settimane.

I fiumi esondano, l’acqua si infiltra nel terreno e lo indebolisce goccia a goccia. Jakarta sta sprofondando tra i 5 e i 10 centimetri ogni anno, con punte di 20 centimetri nelle zone costiere. Molti quartieri di Jakarta nord, l’area alla foce del fiume Ciliwung affacciata sulla baia, si trovano già diversi metri sotto il livello del mare.

Secondo numerosi studi scientifici, la forza combinata dei monsoni, del mare e dei tre fiumi cittadini rischia di inghiottire la megalopoli entro il 2050.

«Né il governo, né gli abitanti, né le società private che gestiscono parte del sistema idrico vogliono che si ripeta il disastro del 2007, o che la situazione peggiori – racconta il professor Yayat Supriatna, docente di pianificazione urbanistica all’Università Trisakti, tra gli esperti più consultati dall’amministrazione, – ma ci sono molte divergenze sulle misure da adottare».

Nella tarda serata del 2 febbraio 2007 le piogge stagionali raggiungono la massima intensità mai registrata, e si mantengono drammaticamente stabili per settimane. Il sistema di canali, dighe e chiuse che dovrebbe proteggere Jakarta entra in sovraccarico nel giro di qualche giorno, le acque tracimano allagando le strade, le squadre speciali di intervento ricevono migliaia di richieste ogni ora. Gli abitanti si riuniscono in gruppi di volontari, costruiscono dighe improvvisate con materiali di fortuna, comunicano le emergenze più imminenti via Twitter gettando le basi per la creazione di PetaJakarta, l’app che oggi viene utilizzata dalla maggioranza degli abitanti alle prime avvisaglie di monsoni.

Ma tutta questa mobilitazione non è sufficiente: alla fine di un febbraio da incubo si conteranno 80 vittime, 70mila abitazioni distrutte, oltre 500mila sfollati. Germi e virus moltiplicati dagli acquitrini hanno intasato gli ospedali con più di 200mila pazienti, intere aree sono state messe in quarantena, alcune centinaia di persone hanno contratto la micidiale febbre dengue.

I danni totali ammontano a quasi 880 milioni di dollari, e lo spettro del 2007 rimarrà per sempre stampato nella memoria di ogni cittadino di Jakarta.

Anche nel 2016, tra marzo e aprile, le alluvioni sono tornate a colpire la città, provocando ancora milioni di dollari di danni. Per non rivivere la tragedia del 2007 il governo e l’amministrazione cittadina hanno approvato Giant Sea Wall, un titanico progetto poi rinominato National Capital Integrated Coastal Development. L’idea di base? Costruire una gigantesca diga capace di strappare un’enorme area di terreno al mare, proteggendo Jakarta Nord dalle acque. Ma NCICD deve vedersela con immense difficoltà tecniche e con numerose controversie.

«Il progetto dovrebbe essere la risposta di lungo termine per proteggere Jakarta e le aree circostanti – spiega il professor Supriatna – e si articola in tre fasi, l’ultima delle quali vedrà la luce almeno nel 2045».

«La Fase A è un tentativo per migliorare i sistemi di protezione della costa già esistenti, e ha la massima priorità. Questi sforzi servono a rallentare i cedimenti già in atto attraverso la creazione di alternative alle attività di suzione e scolmo dell’acqua presente nel terreno, il rafforzamento della diga marina attualmente in funzione, l’aumento di potenza dei sistemi di drenaggio, la prevenzione relativa ai fiumi nelle aree nord della città, e includono anche la bonifica delle acque per evitare nuovi focolai di malattia. La Fase B comprende la creazione di giganteschi bacini idrici offshore, ed è necessaria perché non possiamo aspettarci che lo sfruttamento dei terreni e l’urbanizzazione di Jakarta rallentino così presto. I livelli del mare aumenteranno, i canali e i fiumi smetteranno gradualmente di immettersi direttamente nella Baia di Jakarta, quindi c’è bisogno di altre pompe di drenaggio, specialmente nella zona nord, e della costituzione di laghi artificiali per il contenimento temporaneo delle acque».

Il rendering del faraonico progetto Great Garuda

Ma è la Fase C, prosegue il docente, quella che dovrebbe condurre alla realizzazione di una delle più colossali opere ingegneristiche del pianeta: «La diga è stata ribattezzata Great Garuda perché avrà la forma di una Garuda, il capostipite di tutti gli uccelli secondo l’Induismo, che è anche il simbolo nazionale dell’Indonesia. Si tratta di un’opera lunga 40 chilometri e alta 24, del costo di 40 miliardi di dollari, capace con le sue ali di abbracciare l’intera baia e proteggerla». Il Giant Sea Wall – o Great Garuda, come ormai lo chiamano tutti- non è solo una diga, ma un progetto di nuova città con tanto di strade a pedaggio e trasporto pubblico a strapiombo sul mare, uffici e abitazioni di lusso per circa 300mila abitanti.

Nato da un consorzio tra imprese indonesiane e olandesi e dall’idea dello studio di architettura KoiperCompagnons di Rotterdam, il progetto è subito stato bersagliato dalle critiche: «Esistono diversi problemi con la fase finale di NCICD, – spiega Supriatna – il primo dei quali riguarda i pescatori della costa. La loro comunità è stata coinvolta poco o nulla nelle discussioni sul progetto, e non esiste una risposta chiara agli interrogativi sul futuro delle zone di pesca. Inoltre, se la pianificazione e l’esecuzione saranno realizzate attraverso i fondi statali, bisogna chiedersi se l’Indonesia avrà poi budget sufficiente per l’operatività e la manutenzione del Giant Sea Wall. Infine, anche se l’esperienza degli olandesi in opere del genere è immensa, il successo delle misure adottate nei Paesi Bassi per fermare le acque non garantisce che una soluzione simile sia adatta alla Baia di Jakarta. Ogni nazione, d’altra parte, ha le sue proprie caratteristiche geografiche, ambientali e anche politiche».

Le preoccupazioni di Supriatna sono condivise da Hendricus Andy Simarmata, anche lui esperto di pianificazione urbana, ricercatore all’Università dell’Indonesia e una delle voci ambientaliste più note in città: «Le prime controversie sono emerse quando non si è tenuta alcuna consultazione pubblica sul progetto. Il governo non ha invitato gli esperti a considerare insieme alcune domande. Bisognerebbe chiedersi: la Baia di Jakarta ha davvero bisogno di una simile ‘strategia d’attacco’? Sono state fornite delle spiegazioni dettagliate relative all’impatto sulla pesca? Sulla barriera corallina? Sulla vita dei pescatori? Ci sono troppe storie che non sono state ancora raccontate sul Great Garuda».

Secondo Simarmata, strappare terra al mare per proteggere Jakarta rappresenta davvero l’extrema ratio: «I suggerimenti che offro al governo di Jakarta sono principalmente tre: redistribuire le funzioni urbane più importanti in aree periferiche, ad esempio le università a est e i trasporti marittimi a nord ovest, perché Jakarta ha bisogno di ridurre la pressione causata dall’urbanizzazione di Jakarta stessa. Bisogna anche recuperare gli ecosistemi di aree come Teluk Jakarta, dove le foreste di mangrovie e le spiagge di fango creavano forme di protezione naturale dalle alluvioni. E infine dobbiamo migliorare il trasporto pubblico di massa attraverso la realizzazione di un sistema di metropolitane sotterranee. Jakarta sta entrando in una drammatica fase di crisi urbana che è soprattutto una crisi ecologica, per questo abbiamo bisogno di una vera unità governativa di gestione-crisi».

Hendricus Simarmata, Yayat Supriatna e anche i progettisti olandesi della KoiperCompagnons ritengono che il riscaldamento globale, sommato alle peculiari condizioni della città, sia una delle cause che sta accelerando l’inabissamento di Jakarta: «La rapidissima urbanizzazione della città contribuisce al surriscaldamento attraverso i problemi dei trasporti, la riduzione progressiva degli spazi verdi, la gestione impropria dei rifiuti. Se non siamo preparati a fronteggiare i cambiamenti climatici, Jakarta dovrà affrontare sfide future che possono diventare imprevedibili», conclude Simarmata.

Ogni anno i cittadini di Jakarta si attrezzano per le inondazioni con un miscuglio di stoicismo e sfiducia. Da settembre a marzo consultano PetaJakarta senza sosta, e chi può permetterselo fa scorta di beni di prima necessità, senza dimenticare di tenere un canotto in casa per ogni evenienza. Jakarta non è solo la quarta megalopoli del pianeta, è un monito: affrontare e risolvere i suoi problemi oggi può voler dire essere preparati a quando le stesse emergenze potrebbero colpire altrove.

informazioni sull'autore
Antonio Talia
Giornalista, editor di Informant. Collabora con Linkiesta, South China Morning Post, Il Foglio e altre testate. In precedenza si è occupato di Asia, prima come freelance, poi come corrispondente AGI a Pechino dal 2006 al 2013. Per Canal Plus ha realizzato un documentario sulle gang che da Singapore controllano il calcioscommesse mondiale.