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Mangiare, con cura

 By Eniday Staff

L’allarme risuona con esatta periodicità da almeno cinquant’anni, come fosse la sirena delle fabbriche di una volta, che lanciava il suo sordo ululato ad ogni cambio di turno. L’allarme dice che siamo troppi, che mangiamo troppe risorse alimentari, inquiniamo troppo l’acqua e l’atmosfera, consumiamo troppe risorse energetiche, che la manna del benessere ha un fondo e prima o poi tutto questo finirà…

I più pessimisti dicono, appunto, che stiamo raschiando il fondo del barile, immagine simbolica che lascia aperto l’equivoco se il barile contenga aringhe affumicate o petrolio. Come tutti gli allarmi, anche questo, chiamiamolo ecologico e globale, corre spesso il rischio di subire qualche influsso ideologico, così da perdere il suo carattere di avvertimento, cioè qualche cosa a cui si può e si deve rispondere positivamente, per diventare nefasta previsione, contro la quale ormai ben poco si può tentare.

Cibo per tutti?

Ora, premesso che indubbiamente occorre ridurre ogni spreco, è effettivamente lecito domandarsi con quali risorse energetiche il mondo potrà andare avanti e con quali risorse alimentari sarà mai possibile sfamare un’umanità crescente. Del primo argomento ci siamo occupati molte volte. Del secondo meno. Eppure entrambi stanno ai primissimi posti di quella sorta di graduatoria delle emergenze insostenibili indicata già nel lontano 1972, da “I limiti dello sviluppo”, il celebre rapporto del Massachusetts Institute of Technology redatto da Dennis Meadows per conto del Club di Roma. E la risposta a quel quesito fondamentale (avremo tutti da mangiare) ha sempre ottenuto una risposta claudicante e difficile: per sfamare quei 10 miliardi di persone che presto saremo serve una maggiore produttività agricola. Ma una maggiore produttività esclude le tecniche agricole più sostenibili dal punto di vista ambientale. In altre più sintetiche parole: dare un pasto a tutti, certo, ma non bio. Oppure è vero il contrario? Non nel senso che si potrebbe sfamare quei quasi 2 miliardi di persone che già oggi non si nutrono abbastanza con eleganti cibi da agricoltura biologica certificata, ma che esiste la possibilità di dare il necessario a tutti senza forzare inutilmente la mano a madre natura.

A sostenerlo è uno dei più autorevoli agronomi europei, Marc Dufumier, francese, autore di un recente libro intitolato “L’agroécologie peut nous sauver” (L’agroecologia può salvarci). Dufumier parte schierato, è contrario alle pratiche agricole intensive su larga scala, ma nemmeno si pone su un versante radicalmente opposto, quello di un’agricoltura in micro scala tutta biologica e chilometri zero. Da professore emerito dell’autorevole AgroParisTech, forse l’unica scuola di ingegneria agronomica europea, Dufumier ragiona con i numeri. E affronta la questione su tre diversi piani, non contraddittori, ma, anzi, necessariamente complementari.

Produzione, distribuzione e ambiente agricolo

Da una parte ci sono 10 miliardi di bocche da sfamare e un’agricoltura che è così come la conosciamo oggi: un po’ troppo intensiva in certe aree del mondo e un po’ poco produttiva in alcune altre. Per nutrire adeguatamente una persona, spiega Dufumier, serve l’equivalente di circa 200 chilogrammi di cereali all’anno. Oggi, nel mondo, se ne producono circa 2.500 miliardi, che, diviso per quanti siamo sulla Terra, ovvero 7 miliardi e mezzo, fa 330 chilogrammi a testa all’anno. Se fossimo già oggi 10 miliardi, farebbe comunque 250 chilogrammi pro capite di che ingozzarci. Ma, allora, perché nel mondo ci sono 800 milioni di persone che mangiano meno della metà di quello che servirebbe loro ed un altro miliardo che soffre di carenze alimentari? Il problema non è quanto si produce, ma come questi prodotti vengono distribuiti. Insomma: non è una questione agronomica, ma un dramma sociale.
Il secondo volet del problema, così come lo presenta Dufumier, è quello delle tecniche agricole. Riassunto all’estremo: abbiamo inseguito la produzione per ettaro di terra invece di moltiplicare gli ettari coltivati; abbiamo intensificato le rese, attraverso incroci varietali e ora con gli OGM, a scapito della conservazione dell’ambiente agricolo.

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Una tecnica di agricoltura intensiva con campi a forma circolare, caratteristica dell'irrigazione a pivot centrale (NASA)

Dufumier che gli ecosistemi agricoli modificati dall’uomo in maniera sostenibile mantengono una straordinaria complessità e capacità di resistenza alle avversità, mentre nelle grandissime superfici monocolturali tipiche del continente americano, questi ecosistemi sono praticamente cancellati, al punto che, paradossalmente, la produzione unitaria tende ormai a decrescere. Ad avviso del professore francese servirebbe maggiore attenzione nel verificare gli effetti delle pratiche agricole, proprio per preservare il più possibile il funzionamento naturale dell’ambiente colturale, limitando allo stretto necessario l’apporto di fertilizzanti e fitofarmaci.

Questione di carne

Terzo ed ultimo aspetto: molto dipenderà da che cosa mangeremo. Nel mondo, il ricorso alla carne è in rapido declino in Occidente e in particolare in Europa (a parte i Francesi, che non sembrano voler rinunciare alla loro entrecôte), ma altrove, dove la povertà ha fatto posto al benessere, la carne è l’ingrediente principale delle pietanze. Ma c’è un problema non minore: per ogni caloria di origine animale servono da 3 a 10 calorie di origine vegetale. Più carne si mangia, conclude Dufumier, più il mondo avrà bisogno di accrescere la produzione agricola di base destinata ai mangimi, che è anche la meno pregiata. Conclusione di Dufumier: coltivare più terre, con meno macchine e più braccia, con meno fertilizzanti e fitofarmaci e più attenzione agli equilibri ecosistemici, per mangiare meglio e, soprattutto, per far mangiare tutti.

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