Human

HALO Trust e le cacciatrici di mine

 By Helen Broadbridge

Il sole deve ancora sorgere mentre Cristina Cachilale Praia, 23 anni, e le sue colleghe si allineano. Alle loro spalle le montagne emergono dall’oscurità e il ponte ferroviario è un’ombra pallida che attraversa la valle. Ascoltano con attenzione il briefing, poi alzano la visiera, stringono i giubbotti blu a prova di esplosione ed escono mentre si sta facendo mattino…

Fa parte di un progetto unico nel suo genere sostenuto da Eni e istituito da The HALO Trust, la più grande organizzazione umanitaria del mondo dedicata allo sminamento. Istruendo e utilizzando delle squadre femminili per la rimozione delle mine, HALO crea uno spazio di responsabilizzazione per le donne come Cristina, affinché possano diventare più forti, assumere il controllo del proprio futuro e aiutare a plasmare le proprie comunità.
Durante i tre decenni di guerra civile in Angola sono state posate decine di migliaia di mine terrestri. I combattimenti sono terminati nel 2002, ma le mine sono rimaste per uccidere e mutilare. HALO lavora qui dal 1994, ha liberato oltre 840 campi minati e distrutto 95.000 mine grazie all’impegno del personale impiegato localmente.
Si tratta di un paese contraddistinto da grandi disuguaglianze: la capitale, Luanda, è una delle città più costose del mondo, ma quasi il 50% degli angolani vive in condizioni di incredibile povertà. Le opportunità occupazionali per le donne sono particolarmente scarse. Riconoscendo il ruolo vitale che queste possono svolgere nel rendere sicura l’Angola, nel marzo 2017 HALO ha lanciato il progetto 100 Women in Demining Project. A oggi sono state istruite e impiegate per lo sminamento 34 donne, Eni ne ha finanziato un’intera squadra, la stessa in cui lavora anche Cristina.

angola-halo-trust
Eni finanzia una squadra femminile dedicata allo sminamento in cui lavora anche Cristina. Nel maggio di quest'anno, il team Eni ha fatto visita al progetto di HALO “100 Women in Demining Project” sperimentando in prima persona le difficili condizioni del campo minato di Kanenguerere (Photography by Scout Tufankjian)

Nel campo HALO ci siamo fermati a chiacchierare fuori dalla tenda di Cristina. Il campo minato è a due faticosissime ore di macchina dalla più vicina città di Lobito, per questo tutte le donne vivono nel campo durante il ciclo di 24 giorni di lavoro per poi tornare a casa durante la settimana di pausa.

Per un futuro migliore

Cristina è silenziosa, ma quando sorride (e accade spesso) il suo calore è coinvolgente. La sua vita era molto difficile prima che si unisse al progetto. Stava studiando sodo, ma non aveva un lavoro per mantenere il figlio di quattro anni, Milson, ed era dura tirare avanti. Quando ha sentito parlare dell’opportunità di lavoro di HALO, ha deciso subito di candidarsi, desiderosa di costruire un futuro migliore per entrambi.

Ricordo mentre mi stavo recando al colloquio. Ero nervosissima perché il mio nome non era stato chiamato per il primo gruppo di reclutamento. Quando hanno pronunciamo il mio nome per il secondo gruppo, ho esultato. Non riuscivo a capacitarmi di aver ottenuto il lavoro. Poi mi sono emozionata e ho ringraziato il Signore

Il lavoro è duro, il caldo implacabile, le donne procedono faticosamente sul ripido versante della montagna utilizzando metal detector e facendo attenzione ai suoi segnali. Quando ne avvertono uno, il lavoro successivo consiste nel raschiare via centimetro per centimetro la terra cotta dal sole. Se appare un bordo rivelatore della presenza di una mina, questa deve essere accuratamente contrassegnata e distrutta.
Attualmente le donne stanno liberando i campi minati di Kanenguerere per garantire un futuro sicuro agli abitanti del villaggio e al gruppo etnico dei Mucabal che pascola il bestiame dalle corna a spirale nelle vicinanze del fiume. Le mine terrestri sono state posate nel 1984 dalle forze governative per proteggere la ferrovia dagli attacchi e sono rimaste lì, un flagello letale in questo aspro paesaggio. Qui sono state trovate delle mine a frammentazione che, una volta innescate, si sollevano nell’aria sparando un’ondata di frammenti metallici. Prima che Cristina e le 100 donne iniziassero i lavori di rimozione, i bambini piccoli correvano a piedi nudi attraverso il pericoloso campo: un passo sbagliato avrebbe potuto causare lesioni o la loro morte.

angola-halo-trust
Nel caldo intenso, Cristina libera accuratamente il terreno mentre cerca con il suo metal detector un segnale che potrebbe indicare la presenza di una mina (Photography by Scout Tufankjian)

Cristina ci racconta che i lati positivi del suo lavoro la ricompensano delle temperature impegnative, dei serpenti e degli scorpioni.
“La cosa più difficile è inerpicarsi sulle montagne sotto il sole cocente con tutta l’attrezzatura e l’acqua, ma il lavoro mi permette di aiutare anche i miei sette fratelli più piccoli, oltre a mio figlio.”
È comprensibile che a tutte le donne manchi la propria famiglia quando sono lontane ma, in compenso, sono diventate sorelle l’una dell’altra.

Dopo il lavoro

Accaldate e impolverate, le colleghe di Cristina tornano dal campo con gli stivali e la divisa di ordinanza. La vita qui è estremamente semplice, le tende color cachi formano un rettangolo netto sul pendio esposto, ciascuna offre spazio per dormire a quattro donne. All’interno la terra è nuda, in un angolo c’è una catasta di canna da zucchero (dolcetti dopo una lunga giornata) e un mucchio di patate sovrapposte. Dormono su brande provviste di zanzariere e coperte colorate. L’acqua per lavarsi proviene dal fiume; una processione di donne, con catini colorati sulla testa, serpeggia verso i lavabi di fortuna.
Appaiono poi trasformate, con gli abiti splendenti contro il sole. Quando le donne si riuniscono nella tenda più vicina, trasformandosi in una massa vorticosa di rumore e fermento, a Cristina viene chiesto di dipingere le unghie di Florinda. Altre intrecciano i capelli o guardano avidamente l’ultima soap opera portoghese appena il generatore si attiva: un importante scorcio di normalità in questo luogo remoto e duro.

angola-halo-trust
Il legame tra le donne è forte. Si considerano sorelle e, sebbene la vita nel campo sia spartana, è importante concedersi un po’ di normalità anche in un luogo così remoto. Qui Cristina, assistita da Avelina, dipinge le unghie di Florinda mentre si rilassano dopo una dura giornata (Photography by Scout Tufankjian)

Sono tutte orgogliose di ciò che stanno facendo per rendere sicuro il proprio paese e di creare nuovi ruoli per le donne, in un campo tradizionalmente considerato “per uomini”. Come afferma con forza Cristina:”Questo tipo di lavoro non è solo da uomini. Anche noi possiamo fare quello che fanno loro.”
Per Cristina la questione ha anche un aspetto personale, poiché ricorda la nonna quando le parlava dei familiari uccisi in guerra. Si fa seria ricordando le descrizioni delle fughe dai soldati attraverso i campi minati. È contenta di poter contribuire a rendere sicura l’Angola.“È un bene per il nostro paese e per la sua gente. Questo significa che le persone possono coltivare la loro terra e prendersi cura dei propri animali”.
HALO, con il supporto di Eni, sta aiutando le donne come Cristina ad acquisire la propria indipendenza, creando delle opportunità affinché possano concretizzare le proprie potenzialità. Mentre dà i tocchi finali alle unghie di Florinda, Cristina mi parla con la sua tipica tranquillità dell’aspirazione di prepararsi per diventare paramedico nel campo minato con HALO, prima di tornare un giorno agli studi e realizzare il sogno di diventare medico.

LEGGI ANCHE: Distretto di medicina di Marco Alfieri

informazioni sull'autore
Helen Broadbridge
With a background in writing and design, Helen is Digital Communications Manager for The HALO Trust and is based in the UK. She visited the 100 Women Project in Angola earlier this year with renowned photographer Scout Tufankjian, living with the women in the field to document their lives and the impact of their work.