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Il mosaico ritrovato di Sétif

 By Simonetta Sandri

Simonetta Sandri racconta l’entusiasmante storia del restauro del grande mosaico policromo “Trionfo indiano di Dioniso” risalente al III secolo d.C. e ospitato dal Museo Archeologico Nazionale di Sétif, accogliente cittadina berbera dell’Algeria nordorientale, dove anticamente sorgeva la cittadina romanda di Cuicul: dall’organizzazione della scuola-cantiere alla partecipazione diretta dei tecnici algerini dei vari siti archeologici e museali dell’intero paese. Grazie a Eni e alla missione archeologica dell’università di Roma Tre si è potuto riscoprire un esempio di integrazione risalente ad un’epoca lontana. Un dialogo costruttivo Roma-Oriente che ha portato innovazione, creatività e originalità. Davvero qualcosa di unico…

(Le dune eterne algerine e le rovine dell’antica città romana di Cuicul, oggi Djemila)

Alcuni anni fa, in Algeria, dove la presenza del business Eni è sostenuta anche dallo storico legame tra i due Paesi (la società è nel paese dal 1981), è stato firmato un Protocollo d’Accordo tra il Ministero della Cultura algerino, l’Università degli Studi Roma Tre ed Eni Algeria Production BV, relativo all’attività di restauro del mosaico “Trionfo indiano di Dioniso”, risalente al III sec. d.C., ospitato dal Museo Archeologico Nazionale di Sétif, accogliente cittadina berbera dell’Algeria nordorientale, a circa 300 km dalla capitale.

L’iniziativa rappresentava un passo verso un più generale piano di riqualificazione culturale e di valorizzazione turistica dell’area di Sétif e Djemila (l’antica città romana di Cuicul), che ospita un notevole e ricco complesso di mosaici provenienti dagli scavi del sito antico.

Il mosaico, di considerevoli dimensioni, prima del restauro doveva essere adeguatamente pulito e consolidato, ma un intervento più importante avrebbe riguardato la ricomposizione del bordo di aggiustamento a decoro geometrico, all’epoca inedito, che si trovava nei magazzini del Museo. Quasi dimenticato. Il valore aggiunto, dal punto di vista scientifico, sarebbe stato anche quello di presentare al pubblico dell’Algeria e del mondo una bellezza ancora sconosciuta.

L’organizzazione di un laboratorio di formazione in situ, una sorta di scuola-cantiere, avrebbe fatto parte integrante del progetto, perché, attraverso la partecipazione diretta alle attività di restauro, si potessero aggiornare professionalmente i tecnici algerini dei siti archeologici e dei musei dell’intero Paese. Rendendoli in futuro autonomi nella gestione sia di eventuali opere di manutenzione che di altre opere di restauro.

Il riallestimento del museo di Sétif, volto a valorizzare quella stupefacente e unica opera musiva, in un’ottica più moderna, avrebbe chiuso il progetto. Alla fine si è realizzato tutto nei tempi e modi stabiliti. Con le modalità di gestione tipiche di un progetto industriale, seppure su scala minore.

Fonti: Eni World Oil and Gas Review

Ma torniamo indietro alla storia. Ripercorrendola.

La selezione dell’intervento ha, inizialmente, preso un po’ di tempo. L’Algeria è straordinariamente ricca dal punto di vista culturale e bisognava identificare un’opera su cui concentrare l’attenzione in un’ottica di valorizzazione del concetto comune di mediterraneità, nella vicinanza storica e culturale dei due paesi, nella scelta di una regione-territorio che potesse coniugare cultura e sviluppo dello stesso, oltre che nelle competenze italiane, note a livello internazionale, in materia storico-archeologica e di restauro.

Visitate, con i tecnici, varie strutture, come il Museo delle Antichità di Algeri, quello Nazionale Zabana di Orano e il Museo Archeologico di Sétif, la scelta era caduta su quest’ultimo, non tanto per l’evidente bellezza del manufatto (davvero impressionante) quanto per la sua valenza storico-scientifica. Nessuno sapeva, in particolare, come era composto, anticamente, il bordo geometrico che lo circondava. Non vi erano immagini, disegni o fotografie dell’epoca del suo rinvenimento, avvenuto negli anni ’60. La sfida era affascinante e archeologi, restauratori, tecnici, operatori, manager e rappresentanti istituzionali furono subito d’accordo ed entusiasti di iniziare l’avventura. Insieme.

Eravamo davanti a un grande mosaico policromo illustrante il “Trionfo Indiano di Dioniso” di dimensioni complessive importanti: 3,33 metri per 6 (la composizione centrale di 1,56 metri per 4,39 e l’altezza del fregio a girali di acanto di 0,77 metri).

Altre raffigurazioni analoghe erano conosciute in Africa e nella penisola iberica, ma la composizione di Sétif si distingueva per il numero dei personaggi sulla scena e la loro distribuzione su differenti piani distribuiti in profondità che sembrano suggerire la presenza di un modello pittorico. Stante sul carro al quale sono aggiogate due tigri, il dio fa la sua apparizione accompagnato da un corteo di Satiri e Menadi, comprendente anche Pan (il dio della campagna) e il precettore Sileno (nel mito, educatore di Dioniso).

L’elemento saliente è rappresentato dall’illustrazione di animali caratteristici di terre lontane (quali il dromedario, l’elefante e la giraffa) e di prigionieri che assicurano alla composizione una connotazione esotica: alla maniera dei sovrani ellenistici (evidente il modello di Alessandro), il dio trionfa sull’universo barbaro non ancora soggetto al suo potere. Ma Dioniso è il dio della salvezza e della gioia, e il suo è un trionfo festoso, evidenziato dal suo particolare abbigliamento (un abito color porpora e un mantello scarlatto). L’accostamento alla figura di Vittoria con il ramo di palma, quale si incontra sui sarcofagi prodotti negli ateliers di Roma a partire dalla tarda età degli Antonini, trova punti di contatto con l’iconografia del trionfo celebrato dall’imperatore.

Il pannello a soggetto mitologico è circondato da un bordo ospitante un ornato vegetale lussureggiante su fondo nero: esso consiste in girali di acanto racchiudenti centauri in lotta contro differenti specie di animali selvaggi e, ai quattro angoli, mascheroni fogliati con sul capo il kalathos (un tipico vaso-paniere a forma di giglio usato per contenere lana o frutta, simbolo di fertilità nell’antica Grecia). Palese il richiamo al rigoglio della natura. Una natura viva, immensa, potente, che abbraccia, invita, accoglie, avvolge e, infine, trionfa, magistralmente.

L’opera, un unicum nella tradizione musiva locale, è stata assegnata al III sec. d.C.  Sia la composizione centrale che l’eccezionale qualità formale del fregio esulano dal comune repertorio iconografico e compositivo africano e supera la qualità della produzione locale, pur considerevole. Essi rimandano, piuttosto, a tradizioni di ambiente microasiatico (forse della Siria) e si rifanno a elaborazioni ellenistiche. I modelli e l’altissimo livello di esecuzione permettono di formulare l’ipotesi che il mosaico sia opera di botteghe itineranti educate in officine del Mediterraneo orientale.

Queste informazioni, elaborate dalla Missione Archeologica dell’Università di Roma Tre, facevano comprendere l’importanza di quanto avevamo di fronte: un esempio di integrazione risalente ad un’epoca lontana. Un dialogo costruttivo Roma-Oriente. Un confronto che portava innovazione, creatività e originalità. Qualcosa di unico.

Particolari della fase di restauro del Trionfo Indiano di Dioniso...

La prima fase del progetto supportato da Eni avrebbe riguardato la ricomposizione del bordo geometrico, conservato nei magazzini del museo, per oltre trent’anni, su una trentina di porzioni di mosaico strappati dal loro allettamento originario, ridotti nello spessore mediante asportazione della residua malta sul retro e deposte con le tessere rovesciate su parti in tela. La ricostruzione corretta del bordo era fondamentale per la lettura dell’intero mosaico.

Dopo la realizzazione di un’accurata documentazione fotografica del suo stato, l’esecuzione di indagini diagnostiche e conoscitive, l’allestimento del cantiere nel museo stesso, la pulitura meccanica del retro delle sezioni, il consolidamento delle tessere, l’applicazione di bendaggi di sostegno e protezione per consentire il consolidamento, la disinfezione da colonie di microrganismi, la rimozione di depositi, la stuccatura delle fessurazioni e fratturazioni, l’integrazione delle lacune, la revisione cromatica ad acquerello per l’equilibratura delle stuccature e la restituzione grafica della mappatura di cantiere, il bordo sarebbe comparso in tutta la sua magnificenza e unicità, con solo qualche piccola lacuna.

La seconda fase, meno complessa dal punto di vista strettamente storico-scientifico, ma altrettanto entusiasmante, avrebbe riguardato invece la completa pulizia del mosaico. Gli antichi colori avrebbero ripreso il sopravvento e rischiarato gli ambienti già luminosi. Il nuovo allestimento del museo avrebbero completato il quadro. Tutto è andato secondo copione. L’inaugurazione si sarebbe svolta l’8 novembre 2009. Finalmente l’intervento di Eni aveva ridato splendore a un tesoro nascosto da tanti, troppi anni. La cultura e il Mediterraneo avrebbero riavuto un loro compagno importante…

informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.