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La rivoluzione in cucina

 By Simona Manna

Nella Repubblica del Congo circa l’80% degli abitanti cucina con il metodo tradizionale delle “tre pietre”, un sistema che comporta spreco di risorse e rischi per la salute. Eni, presente da anni nel paese africano, sta sviluppando un progetto che potrebbe cambiare la vita delle famiglie congolesi. Si tratta della realizzazione delle “stufe migliorate”, capaci di rendere la cottura del cibo più veloce e sicura, con l’obiettivo di incentivare una micro imprenditorialità locale che poi dovrà costruirle, ripararle e commercializzarle nei villaggi…

Nei paesi cosiddetti sviluppati la cucina è Masterchef, è ricette sempre più elaborate o l’eterno dibattito sull’unire o separare carboidrati da proteine. In tutti gli altri paesi, e in primo luogo in Africa, la cucina è un fuoco circondato da tre pietre, sopra le quali campeggia una pentola fumante: dentro – c’è poco da dibattere – il cibo che si è riuscito a mettere insieme. Il problema vero, però, non è solo “mettere insieme il pranzo con la cena” ma soprattutto il rischio quotidiano di cucinare con i sistemi tradizionali, ossia usando legno o carbonella, la cui cattiva combustione produce fumi dannosissimi per la salute. Nella Repubblica del Congo, circa l’80% degli abitanti cucina con il metodo tradizionale delle “tre pietre”. Eni, che nel paese investe da anni per la promozione dell’accesso a servizi energetici moderni, sta sviluppando un progetto che potrebbe cambiare la vita delle famiglie congolesi.

Si tratta della realizzazione delle “stufe migliorate”, che renderebbero la cottura dei cibi più sicura, riducendo gli impatti sulla salute delle persone. Stufe che, se tutto va come previsto, saranno poi riproducibili in loco, creando la base di una imprenditorialità locale.

Gli obiettivi del progetto

“L’idea nasce dal progetto sull’Accesso all’energia, che rientrava nell’ambito del Sustainable Energy for All delle Nazioni Unite” spiega Francesca Ferrazza, Vice President di Knowledge Management System, dove si trova l’ufficio progetti in cui è stato pensato e materialmente creato il prototipo della stufa migliorata. “Inizialmente il progetto fu commissionato al Politecnico di Milano – specifica – ma poi è passato totalmente a noi. Il Politecnico, comunque, ha elaborato il design del prototipo e il manuale di assemblaggio della stufa”. Un dispositivo “necessario”, precisa, visto che “tipicamente, in realtà di quel tipo, gli strumenti sono piuttosto rudimentali e spesso cucinano anche al chiuso, nelle capanne, senza nessuna aspirazione”.

Gli obiettivi delle stufe migliorate, come racconta Jacopo Tonziello, ingegnere dell’area Knowledge Management System che ha realizzato il prototipo, sono dunque quelli di ridurre le emissioni di inquinanti e gas nocivi per la salute, trovare una soluzione tecnologica migliorativa per la cottura, diminuire le emissioni di CO2 riducendo il footprint ambientale e impiegare materiali che si possano reperire anche in loco, per garantire una facile realizzazione/riparazione delle stufe.

Il risultato è una struttura cilindrica a L, sopra la quale si può appoggiare una pentola di media grandezza. I modelli, in realtà, sono due, come illustra Tonziello, “una versione raffinata in acciaio e una interamente costruita con materiale riciclato, con l’idea che così possa essere realizzata in loco con materiale di recupero”. Ora questi prototipi sono in fase di test presso il centro di ricerca Eni di Bolgiano. I risultati sinora sono ottimi: l’efficienza termica aumenta di circa il 30% rispetto al sistema a tre pietre, mentre si riducono notevolmente le emissioni in termini di monossido di carbonio (-50%) e di particolato (-75%).

Ecco il prototipo di stufa migliorata

L’idea di una startup

Una volta messa a punto, nei prossimi mesi la stufa migliorata sarà testata direttamente in loco da famiglie o strutture come scuole o ospedali, all’interno del progetto Hinda (avviato da Eni nell’area intorno al campo onshore di M’Boundi, nel distretto congolese di Hinda, che coinvolge 22 villaggi per una popolazione totale di oltre 25 mila persone), per valutare l’adattabilità del progetto al contesto e alla cultura locale.

Parallelamente, si cercheranno artigiani congolesi che siano in grado di costruire autonomamente queste stufe: selezionati e formati da personale Eni, formeranno una startup, ossia una cooperativa che produrrà e commercializzerà le stufe in Congo. L’idea è che già nel 2017 questa startup possa essere realtà. “Abbiamo elaborato un piccolo manuale per la costruzione e l’assemblaggio” spiega Francesca Ferrazza, “in modo tale che poi gli artigiani siano in grado di operare da soli”.

Ovviamente l’avvio della startup è vincolato a una valutazione della fattibilità tecnica ed economica per la costruzione e la vendita in loco. La validità del progetto sarebbe decisiva anche sul piano economico, dunque: consentirebbe la creazione di una imprenditoria locale, favorendo e sostenendo la crescita economica di micro-imprese locali e, nel piccolo di ogni nucleo familiare, assicurerebbe un risparmio, visto che la stufa migliorata consuma meno carbonella rispetto ai sistemi tradizionali.

La stufa è facilmente assemblabile, in pochi passaggi. Questo consente, in futuro, di creare una cooperativa di artigiani che potrà costruirle autonomamente

L’accesso all’energia

Anche questo significa combattere la povertà energetica, sviluppare strumenti che consumino meno risorse ambientali e che possano aumentare il tempo a disposizione per altre attività. In ogni stufa migliorata si può aggiungere un generatore termoelettrico che converte parte del calore prodotto in energia elettrica.

In parole povere, si tratta di una fonte di energia utile, ad esempio, per la ricarica dei telefoni cellulari (nonostante l’Africa sia uno dei continenti più poveri, la telefonia mobile è diffusissima) o alimentare una lampadina a led che faccia luce la sera, permettendo ai bambini di studiare anche al calar del sole. Parliamo di pochi watt, ma fondamentali se pensiamo a zone dove l’illuminazione è un lusso per pochi…

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informazioni sull'autore
Simona Manna
Giornalista professionista dal 2003, sarda da sempre. Dopo diverse esperienze lavorative (Corriere della Sera, Il manifesto, El País), attualmente lavora per l’agenzia di stampa AGI e collabora stabilmente con la testata Oil e il portale Abo.net.