Human

E luce fu!

 By Gabriella Galloro

Luce: del sole, di un fuoco, degli alberi di Natale, dei negozi, di una lampadina accesa di notte. Allegria, festa… speranza. Oggi vi raccontiamo come la luce può fare la differenza. Perché se vivi nel campo profughi più grande del mondo, al confine tra Kenya e Somalia, avere la possibilità di studiare anche di notte, o quando fa buio, ti permette di avere una speranza di futuro…

(Cover foto di Thomas Mukoya/Reuters)

Sette del mattino, a Milano d’inverno. Suona la sveglia, dalle fessure della tapparella abbassata si capisce che fuori è ancora buio. Tanto vale accendere la luce e iniziare la giornata… L’elettricità, che grande scoperta! Ma cos’è la luce? Se ne parlassi con Isaac Newton sicuramente inizierebbe con la sua complicata teoria corpuscolare, basta non farsi sentire da Hertz, però! Che altrimenti mi farebbe tutta una spiegazione a sostegno della teoria ondulatoria…

Alle 7 del mattino, è già da mal di testa… a me la luce (da buona siciliana) mette allegria, mi fa subito pensare al sole e al mare, mi ricorda le città illuminate per Natale, mi permette di scegliere i colori per i miei disegni e di leggere quando tutti dormono, semplicemente accendendo una lampadina. Eppure ci sono luoghi nel mondo in cui la luce non è così scontata e in cui accendere una lampadina significherebbe accendere una speranza.

Uno di questi luoghi è Dadaab, il campo profughi più grande del mondo, una città che si trova nel distretto di Garissa, in Kenya. Il campo di Dadaab è stato costruito nei primi anni Novanta dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati per accogliere i profughi somali in fuga dalla guerra civile e, nel corso degli ultimi trent’anni, ha offerto una soluzione abitativa, seppur precaria, alle popolazioni martoriate da guerre e carestie in una delle zone più povere del mondo. Oggi ospita 350.000 persone di cui la metà bambini in età scolare, molti dei quali nati proprio nel campo.

Metà della popolazione di Dadaab è in età scolare

A Dadaab sono state costruite ben 33 scuole, non sufficienti a soddisfare la domanda di formazione; ma soprattutto a mancare è la luce. Oggi vi racconto questa storia, perché ancora una volta quando si parla di energia e di accesso all’energia, quest’azienda riesce a stupirmi. Perché Eni è fatta di persone che riescono a sentire vicine anche popolazioni distanti, per cultura e tradizione, e che riesce a mettere a fattor comune soluzioni creative per risolvere problemi importanti.

Di Dadaab conosco poco, inizio una ricerca che mi porta sui siti internazionali più rilevanti. Quello che più mi colpisce è un lungo articolo uscito sul Guardian, leggetelo se vi va…

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Per Eni, invece, tutto inizia nel 2015, quando l’Amministratore Delegato, Claudio Descalzi, partecipa a una lezione in videoconferenza con i ragazzi del campo profughi organizzata da Vodafone Foundation. Dopo questa lezione l’AD scrive un post sul blog aziendale, considera questa esperienza unica, “un’occasione per rimettere le nostre comuni problematiche quotidiane nella giusta prospettiva”.

Ancora una volta è l’energia a fare la differenza, perché durante la video lezione quello che colpisce è l’energia che questi ragazzi dimostrano di possedere, in un contesto veramente difficile.

Il progetto di Eni coinvolgerà 7mila studenti entro il 2017

Parte così una call for ideas, tutta Eni viene coinvolta… nasce il progetto “Eni porta una luce a Dadaab”. Perché la possibilità di avere la luce anche di notte è stata la chiave di volta che ha contribuito allo sviluppo dell’uomo. La luce porta con sé la possibilità studiare a ore considerate impensabili (a Dadaab i testi scolastici circolano in numero limitato e si devono fare i turni), di creare corsi di alfabetizzazione per adulti (che a causa della guerra hanno dovuto interrompere gli studi) e di aumentare i corsi per i bambini. Oltre ovviamente a una conseguente maggiore sicurezza. Tutto questo è reso possibile dall’energia solare.

I primi impianti costruiti da Eni sono stati istallati nelle scuole “Friends Primary School” nel campo di Ifo e nella “Bidii Primary School” del campo di Hagadera. Con la luce sono arrivati anche i primi computer… Quello che sta avvenendo in questi giorni però è solo il primo passo. Entro il 2017 le scuole coinvolte nel progetto dovrebbero passare da 2 a 8, il che significa coinvolgere circa 7mila studenti (dai 3 ai 16 anni) e 150 insegnanti.

In questo percorso Eni è accompagnata dalla fondazione AVSI, una ONG attiva nei progetti di sviluppo che coinvolgono soprattutto l’aspetto educativo dei bambini, futuro del mondo. Che storia, eh! Certo la strada è ancora lunga, e di cose da fare ce ne sono tante ma l’importante è iniziare… perché l’energia dei ragazzi è quella più importante ed è solo grazie a giovani istruiti che si può sperare in un futuro migliore.

informazioni sull'autore
Gabriella Galloro
Vivo in un mondo di colore, tra fantasy e fantascienza, con un occhio alla realtà. E lavoro nella Media Production Eni.