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Mattei l’apripista

 By Marco Alfieri

Se chiudiamo gli occhi e saliamo sulla macchina del tempo vediamo che 60 anni fa in Iran successero alcune cose che rischiarano il presente. L’ho scoperto lavorando sugli archivi Eni. Una foto, un documento inedito, un video ingiallito dal tempo, un bigliettino autografo, una lettera…piano piano mi si è spalancato davanti il mondo di Enrico Mattei, l’apripista geniale di un nuovo modo di rapportarsi con i paesi mediorientali e africani usciti dalla decolonizzazione. È una storia affascinante che merita di essere riscoperta tanto più oggi che l’Iran sta tornando ad essere un player energetico e geopolitico di importanza mondiale. Se il presidente Rouhani ha inaugurato il suo primo storico viaggio in Europa partendo da Roma lo si deve anche al fondatore dell’Eni che sessant’anni fa spianò la via della Persia a tutto il sistema Italia…

(La prima piattaforma Agip nel permesso di Barghansar, offshore della penisola arabica, 1961)

Le grandi potenze tornano in Iran e oggi come allora ci sono contratti da riscrivere, il grande gioco tra paesi amici rivali nel business, vecchi e nuovi legami da riscoprire. Viaggi di affari che si susseguono dalla scorsa primavera, missioni diplomatiche, ambasciate che riaprono, ministri degli esteri che stringono mani. C’è persino un nome che ricorre e ha a che fare con il nostro presidente della Repubblica (lo vedremo dopo).

Tutto comincia con l’Iran deal e la fine delle sanzioni. Secondo molti osservatori il destino del settore Oil & Gas nei prossimi anni dipenderà in gran parte da quel che accadrà in Iran. Il ritorno di Teheran sullo scacchiere internazionale è considerato uno degli eventi economici e politici più rilevanti del 2016.

Se chiudiamo gli occhi e saliamo sulla macchina del tempo vediamo che 60 anni fa in Iran successero alcune cose che rischiarano il presente. L’ho scoperto lavorando sugli archivi Eni. Una foto, un documento inedito, un video ingiallito dal tempo, un bigliettino autografo, una lettera… piano piano mi si è spalancato davanti il mondo di Enrico Mattei, l’apripista geniale di un nuovo modo di rapportarsi con i paesi usciti dalla decolonizzazione.

E’ una storia lunga, affascinante che merita di essere riscoperta tanto più oggi che l’Iran sta tornando ad essere un player energetico che firma accordi con la Cina, l’Italia e la Francia. Se il presidente Rouhani ha inaugurato il suo primo storico viaggio in Europa partendo da Roma lo si deve anche al fondatore dell’Eni che sessant’anni fa spianò la via della Persia a tutto il sistema Italia.

Così parlò il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, all'arrivo del presidente Rouhani in Italia...

Giuseppe Accorinti nel suo libro “Quando Mattei era l’impresa energetica”, racconta bene dove nasca la strategia internazionale del Cane a sei zampe.

Mattei a metà degli anni ’50 avviò rapporti del tutto nuovi con i governi dei paesi produttori. Aveva capito che quei paesi si sarebbero inevitabilmente appropriati della ricchezza del loro sottosuolo, fino a quel momento gestita secondo le regole e i prezzi definiti dalle grandi compagnie internazionali del petrolio.

Quando l’Eni nacque le sette maggiori compagnie petrolifere (Standard Oil California, Standard Oil New Jersey/Esso, Gulf, Texaco, Mobil, Bp e Shell) controllavano più del 90% delle riserve mondiali del petrolio al di fuori di Stati Uniti, Messico e paesi comunisti; il 90% della produzione; il 75% della capacità di raffinazione, vendendo il 90% del petrolio nel commercio internazionale. Il che consentiva loro di esercitare un controllo informale dell’economia del petrolio nel mondo mantenendo i prezzi a livelli molto proficui. Fino al 1959 l’Italia pagava prezzi più alti che le altre nazioni europee occidentali anche se era più vicina al Medio oriente e avrebbe dovuto beneficiare di costi di trasporto più bassi.

Il successo dell’azione politica di Mattei nei confronti dei paesi arabi e africani usciti dall’esperienza coloniale, derivò proprio dalla coraggiosa e inaspettata azione di rottura delle regole petrolifere operata con la ripartizione delle royalties proposta nel 1956 all’Egitto di Nasser e nel 1957 all’Iran dello Scia. Mattei conquistò cosi grande popolarità e consenso non solo nei paesi interessati ma anche in altri paesi non produttori. Due gli elementi essenziali di cui si avvalse con grande abilità negoziale. Il primo fu che l’Agip non veniva percepita dai governi e dai popoli dei paesi emergenti come l’azienda di un paese ex-coloniale. Il secondo invece fu un elemento soggettivo: Mattei riuscì, in pochi anni, ad avviare rapporti di personale amicizia con i tanti capi di Stato che presero il potere negli Stati arabi e africani al termine della colonizzazione nel secondo dopoguerra: il Re del Marocco Mohammed V, i tre grandi capi dell’Africa mediterranea (l’egiziano Gamal Abd el-Nasser, il tunisino Habib Bourguiba, l’algerino Ahmed Ben Bella) e lo Scia di Persia Reza Pahlavi che Mattei incontro varie volte a Roma e a Metanopoli.

Il superamento di una duna di sabbia nel deserto libico, 1960

(Perforazione e produzione a Abu Rudeis, Egitto, primi anni Sessanta)

Continua Accorinti: Il contrasto con le società internazionali divenne violento quando nel 1956 Mattei decise di portare l’attacco direttamente nel settore dell’upstream di quei paesi che fino ad allora erano stati una sorta di riserva di caccia delle “sette sorelle”. Mattei offriva la possibilità agli Stati di diventare operatori entrando in joint venture con Eni Agip, con la conseguenza che la ripartizione dei profitti non sarebbe più stata operata sulla base dello storico fifty-fifty ma si sarebbe giunti a quel 75% e 25%, la cosiddetta “formula Mattei”, che determinò una rivoluzione nel mondo del petrolio internazionale. Contemporaneamente decise di “aggredire” i mercati africani ed europei portando nei paesi una forte concorrenza nei prezzi, nella qualità dei prodotti, nei servizi offerti e nella dimensione degli investimenti. Inoltre nei paesi africani che non ne erano dotati costruì anche delle raffinerie.

Questa offensiva costrinse le società internazionali ad assumere posizioni radicali nella divisione del profitto, nella proprietà e nel controllo con i paesi produttori: e questo fece di Mattei un pioniere nelle relazione con il Terzo Mondo. Naturalmente le “sette sorelle” crearono un fronte di reazione per cui, sia in Africa che in Europa, ostacolarono in ogni modo la penetrazione delle aziende Eni. Molti comportamenti contro il Cane a sei zampe erano ispirati direttamente dai governi dei paesi da cui provenivano i loro azionisti – Usa, Regno Unito, Olanda e Francia – preoccupati, in particolare gli americani, che l’Italia tramite Mattei potesse diventare una pedina della strategia di penetrazione sovietica nel “Terzo Mondo” e impegnati a smobilitare con il minimo danno di immagine l’ormai ingombrante retaggio coloniale…

Proprio la vicenda iraniana illumina il “grande gioco” dell’energia consumatosi sessant’anni fa e arrivato fino ai nostri giorni.

(Campagna di ricerca geologica a Tamazred in Tunisia e pozzi petroliferi in Marocco, fine anni Cinquanta/inizio anni Sessanta)

LA NAZIONALIZZAZIONE DEL PETROLIO IRANIANO E LA NASCITA DEL CONSORZIO (documenti dagli archivi Eni)

Il 1951 fu un anno chiave per l’Iran: fu infatti l’anno della nazionalizzazione dell’industria petrolifera, voluta dal Primo Ministro persiano Mohammad Mossadeq. La nazionalizzazione segnò la fine del monopolio petrolifero dell’AIOC (Anglo Iranian Oil Company), accusata da Mossadeq di lasciare agli iraniani solo le briciole degli enormi profitti generati dalle estrazioni di petrolio. L’AIOC venne sostituita dalla NIOC (National Iranian Oil Company). Alla nazionalizzazione seguì un periodo di crisi, poiché l’Anglo-Iranian chiuse le sue installazioni sul territorio iraniano, lasciando il paese privo di strutture e di tecnici competenti, e quindi incapace di sfruttare i suoi giacimenti. Gli inglesi attuarono poi un vero e proprio embargo nei confronti del petrolio iraniano, che di fatto ne impediva la vendita alle maggiori società petrolifere mondiali.

L’unica soluzione per accedere nuovamente alle risorse petrolifere iraniane era coinvolgere le altre grandi compagnie internazionali. Il 1954 fu infatti l’anno di nascita del cosiddetto “Consorzio”, che ottenne nello stesso anno una vastissima concessione sul territorio iraniano, sulla base di un accordo di divisione dei profitti al 50%. Il Consorzio era di fatto costituito dalle più importanti compagnie petrolifere mondiali. L’ENI, nonostante avesse manifestato l’intenzione di aderire al Consorzio, non fu presa in considerazione, pertanto dovette iniziare a considerare la possibilità di avviare una collaborazione autonoma con la NIOC. Mattei riteneva infatti che le trattative per la formazione del Consorzio avessero un carattere essenzialmente politico, e che vi fosse esclusa per principio la partecipazione di un’azienda italiana. Mattei aveva dunque chiara, molto più di quanto non lo fosse per il Ministero degli Esteri, la situazione dell’ENI e dell’Italia nel sistema petrolifero mondiale, ed intuì perciò immediatamente la necessità di trovare un canale verso l’Iran alternativo al Consorzio.

L’IRAN IN CIFRE

L'Oil Book dell'Iran nella infografica di Abo.net

1956-1957: L’ACCORDO ENI-NIOC

L’occasione capitò nel luglio 1956 quando il Dott. Floridia della STOI, che aveva appena concluso un accordo con la Nioc per la costituzione di una società mista per la raffinazione ed il commercio del petrolio iraniano in Italia (IRANCO), ricevette l’incarico di sottoporre ad enti o gruppi italiani la possibilità di partecipare ad un’impresa di ricerca e sfruttamento petrolifero in Iran, a parità di condizioni con enti iraniani. L’eventuale società avrebbe dovuto prevedere la partecipazione al 50% di un ente o gruppo italiano e per il restante 50% di un ente o gruppo iraniano, inoltre tale società avrebbe potuto ottenere dei permessi di ricerca per tutto il territorio iraniano, ad eccezione delle zone del Consorzio, fino ad un massimo di 12 permessi da 20.000 Ha. ciascuno.

Un documento riservato, datato 9 luglio 1956, riassumeva i punti fondamentali degli accordi presi con Floridia in seguito all’approvazione da parte del presidente dell’ENI delle sue proposte. L’ENI si dichiarava interessata alle possibilità di azione in Iran ma senza, alemno per il momento, esporsi in prima persona. Pertanto la missione sarebbe stata ufficialmente inviata dalla SAIP, anche se “il Governo Iraniano sarà però confidenzialmente informato che trattasi di società controllata dall’ENI”.

La missione venne preparata nel corso del mese di luglio. La delegazione dell’ENI (ufficialmente a nome della SAIP) si trattenne in Iran dall’8 al 22 Agosto 1956. La missione venne inoltre accompagnata dal Dott. Floridia e, oltre ai necessari accertamenti tecnici, avviò anche concrete trattative per la sottoscrizione di un accordo fra l’ENI e la NIOC. Da parte iraniana tali trattative furono condotte in prima persona dal presidente della NIOC Morteza Bayat, e dal Sig. Ahmed Maybud “incaricato del Governo Iraniano per trattare gli affari petroliferi del Paese”. La relazione presentata il 23 Agosto 1956 dal Dr. Jaboli e dal Dr. Jacoboni descriveva in maniera dettagliata l’andamento delle trattative, durante le quali emerse chiaramente come il referente principale per la conclusione dell’accordo fosse l’incaricato dello Shah, Maybud, e non il presidente della NIOC.

(Sui monti Zagros Eni riuscì a trovare del petrolio a più di 3000 metri…)

Nel frattempo i partecipanti alla missione dell’ENI avevano anche compiuto dei sopralluoghi nelle regioni in cui sarebbe stato possibile ottenere una concessione, ed avevano individuato tre zone principali: 5000 kmq di bassofondo marino nella zona nord della penisola arabica; 11.000 kmq nella regione di Abadeh, al confine con la concessione del Consorzio); 6.000 kmq nella regione costiera di Makran (Oceano Indiano).

Accanto alla relazione di Jacoboni e Jaboli è presente nella documentazione relativa alla missione in Iran anche un documento di carattere più generale, intitolato “Alcune impressioni sulla politica petrolifera del governo iraniano”. Il documento tentava di ricostruire l’orientamento del governo iraniano relativamente alla questione petrolifera, fortemente condizionata dal Consorzio che aveva a disposizione una vastissima concessione nelle zone del paese considerate più fruttifere. Non avendo gli strumenti per modificare questo stato di cose, il governo iraniano si proponeva di valorizzare le zone rimaste libere orientandosi principalmente verso la collaborazione con gruppi italiani, tedeschi e giapponesi, con i quali costituire delle società miste. I paesi in questione, disponendo di scarsissime risorse petrolifere, avrebbero condotto le operazioni di ricerca con impegno maggiore di quello dimostrato dal Consorzio, e nel progetto del governo iraniano avrebbero anche svolto un’azione riequilibratrice sulla vita politica del paese, eccessivamente influenzata dallo strapotere economico degli angloamericani.

Il materiale raccolto nel corso della missione venne immediatamente sottoposto all’analisi di numerosi consulenti e soprattutto di Enrico Mattei, che assunse immediatamente un ruolo di tramite tra l’ENI e i rappresentanti dei governi iraniano e italiano. Nel corso del settembre 1956 Mattei ricevette infatti a Roma la visita di Ahmed Maybud, con il quale revisionò i termini dell’accordo stipulato in agosto e al quale chiese di sottoporlo con la massima urgenza allo Shah, impegnandosi a fare lo stesso presso il governo italiano. Già in data 13 ottobre Mattei comunicò a Maybud di aver ricevuto l’approvazione delle autorità italiane a procedere, anche se in realtà il nulla osta ufficiale del Ministro del Commercio con l’Estero Bernardo Mattarella (papà dell’attuale presidente della Repubblica Sergio), arrivò soltanto il 5 gennaio 1957, in seguito ad una riunione del Comitato dei Ministri dell’Eni del 28 dicembre 1956.

Un accordo petrolifero con l’Iran, ai termini stabiliti in agosto, era considerato in generale vantaggioso per entrambi i paesi: esso avrebbe innanzitutto garantito all’Italia importanti risorse di petrolio senza un grande esborso di valuta, l’Iran avrebbe poi costituito un enorme sbocco per le esportazioni di macchinari e materiali, e vi erano infine promettenti possibilità di stringere vantaggiosi accordi anche per l’estrazione ed il trattamento del gas naturale.

All’approvazione governativa ufficiale, nel gennaio 1957, seguirono tre mesi di trattative condotte dall’Eni sui due canali paralleli della NIOC e del governo iraniano: Mattei si occupò in prima persona delle relazioni con lo Shah e con i suoi ministri, contando sulla mediazione del sig. Maybud e dell’ambasciatore italiano a Teheran Renato Giardini.

Tali trattative si conclusero infine con l’accordo definitivo ENI-NIOC del 14 Marzo 1957, stipulato da Mattei in persona a Teheran. L’accordo prevedeva la nascita di una società a partecipazione paritetica iraniana e italiana, la SIRIP, che avrebbe eseguito lavori di ricerca su tre zone dell’estensione complessiva di 23.000 Kmq. I rischi iniziali dei lavori di ricerca sarebbero stati completamente a carico dell’ENI, e la società avrebbe inoltre ceduto il 50% del profitto netto allo stato iraniano a titolo di royalty, imposte e tasse, mentre il restante 50% degli utili sarebbe stato diviso tra i due soci della SIRIP.

L’accordo del 14 Marzo necessitava per entrare in vigore dell’approvazione della Camera e del Senato iraniano, in seguito alle quali avrebbe assunto lo status di legge dell’Iran in materia petrolifera. Naturalmente tale approvazione era subordinata al nulla osta dello Shah, per cui nei mesi immediatamente successivi alla firma dell’accordo di Marzo Mattei intensificò la sua corrispondenza con Giardini e con Maybud, per sollecitare l’interesse e l’impegno del capo di Stato iraniano.

L’approvazione di Reza Pahlavi si rendeva ancora più urgente alla luce dell’agitazione provocata nel mondo delle compagnie petrolifere, ed in particolare nel Consorzio, dall’accordo ENI-NIOC. Come prevedibile richiese tempi piuttosto lunghi, sia a causa di dissidi interni fra il governo iraniano ed il Parlamento, sia per la lunga assenza (3 mesi) dello Shah, impegnato in un viaggio in Europa. Vi era inoltre il sospetto che parte del ritardo fosse dovuto all’opposizione delle compagnie inglesi e statunitensi del Consorzio.

(Impianto per le perforazioni sottomarine a Barghansar, offshore della penisola arabica)

Luglio fu il mese decisivo per l’approvazione dell’accordo NIOC-ENI da parte del Parlamento iraniano: il ritorno dello Shah in Iran accelerò sensibilmente le decisioni della Camera e del Senato, di fronte ai quali lo stesso Shah tenne due discorsi in cui esprimeva un parere più che positivo riguardo ai rapporti del suo paese con l’ENI, e più in generale con l’Italia.

L’ambasciatore Giardini comunicò dettagliatamente a Mattei il contenuto dei due discorsi. Entrambi contenevano attacchi molto violenti nei confronti dell’ingerenza statunitense negli affari dell’Iran, pur non volendo sconfessare gli stretti ed indissolubili rapporti esistenti fra i due paesi, così al Senato il 17 luglio: “Noi siamo amici degli americani e continueremo ad esserlo perché ci siamo schierati e militiamo nel loro campo. Riconosciamo che la loro assistenza e i loro aiuti ci sono indispensabili per la ricostruzione del paese ma resti ben chiaro che non tolleriamo ingerenze nei nostri affari interni e che non vogliamo essere ridotti al ruolo di loro servi”.

In entrambi i discorsi si faceva poi esplicito riferimento alle interferenze e agli intrighi orditi dagli americani per ostacolare gli accordi con l’ENI, giunti persino alla diffusione nell’opinione pubblica iraniana di critiche all’operato dello stesso Shah. La legge sul petrolio venne approvata da Camera e Senato il 31 Luglio 1957, e il 3 Agosto venne ratificato nel quadro della nuova legge l’accordo tra l’ENI e la NIOC.  Il 6 settembre 1957 Mattei è in visita in Iran con Gronchi presso lo scià di Persia Reza Pahlavi. Il Petroleum Act entrò in realtà ufficialmente in vigore l’8 Settembre 1957.

Il viaggio del presidente Gronchi in Iran, 6 settembre 1957...
... e l'invito per Mattei e Gronchi alla cena di gala dallo Scià di Persia Reza Pahlavi

La ratifica del contratto permise di rendere immediatamente operativa la SIRIP, che iniziò i suoi lavori tra le polemiche ancora in corso soprattutto da parte americana. Il governo degli Stati Uniti si oppose all’accordo e tentò anche di farlo annullare dallo Scià e l’Ambasciatore Usa in Italia James Zellerback avvertì che l’accordo avrebbe danneggiato le relazioni fra l’Italia e gli Stati Uniti.

La preoccupazione principale era quella di mantenere i termini dell’accordo stipulato dal Consorzio sul pattuito 50%-50%, ed eventualmente di ottenere nuove zone mantenendo lo stesso tipo di contratto. Questo secondo obiettivo presentava però alcune difficoltà, poiché le compagnie USA dovevano scontrarsi con la concorrenza di nuove compagnie, in particolare di quelle giapponesi, attirate in Iran proprio dalla possibilità di stipulare contratti con la ormai famosa “formula Mattei”.

Nel frattempo la questione del contratto iraniano stava uscendo dai confini del paese, anche perché l’ENI si premurò di inviare copie del contratto con la NIOC a tutti i paesi con risorse petrolifere che potevano essere interessati a stipulare un accordo dello stesso tipo (Bolivia, Cile, Indonesia, Venezuela, Svezia).

 

“CERCAVAMO L’ORO NERO…”

Il geologo Lauro Messori nel 1959 partecipò alla prima spedizione italiana in Persia, alla ricerca di giacimenti petroliferi. Un’avventura durata due anni tra le sperdute valli dei monti Zagros e il Golfo dell’Oman. Qui uno stralcio dell’intervista che diede al Resto del Carlino il 12 aprile 2011.

“L’agip mineraria – spiega il geologo – cercava giovani pronti a partire all’avventura. Mi feci avanti, anche se per me si trattava di un salto nel buio. Andare in Iran, conosciuta ancora come Persia, con un aereo a elica partito da Roma, è stata un’esperienza indimenticabile. La nostra squadra doveva prelevare e studiare i campioni di roccia e terreno per valutare se nel territorio fossero effettivamente presenti giacimenti di petrolio. All’epoca non esistevano carte geografiche quindi ci dovevamo basare sulle foto aeree”.

Missioni esplorative di Agip mineraria in Iran, 1958-1961

“L’elicottero dell’Agip — continua Messori— ci veniva a prendere nel campo base per portarci nelle località da esplorare. Sperduti tra le montagne entravamo spesso in piccoli villaggi, tra le pendici dei monti, dove gli autoctoni non avevano mai visto stranieri. Figuratevi poi degli italiani! La gente non capiva il mio lavoro, non era chiaro perché io prelevassi delle pietre e le portassi via per analizzarle. Per questo motivo sono stato accusato di essere uno stregone, intento a rubare i segreti della montagna. Era proprio un altro mondo”.

“I comodi taxi di Teheran diventarono presto un ricordo quando iniziammo a spostarci su cavalli, trasportando rocce sui ghiaioni dei monti Zagros. Lavoravamo sopra i 2000 metri, anche 3000, con al seguito una carovana di asini carichi di materiale. D’estate si sfioravano i 50 gradi, d’inverno nevicava spesso”. La squadra di Messori lavorò anche nel Makran, regione tra l’Iran e il Pakistan. “Alcune zone di quest’area erano sotto il controllo di banditi, che gestivano le coltivazioni di oppio. La loro paura era che le terre venissero confiscate per far posto alle trivelle per l’estrazione del petrolio. Una sera i banditi hanno fatto irruzione nel campo, erano armati, noi siamo dovuti scappare su delle vacche”.

Lauro Messori ricorda con lucidità molti di quegli avvenimenti che visse in una terra così lontana, ricordi anche divertenti: “Il Natale del 1959 l’ho trascorso nel Makran, la lontananza da Reggio si faceva sentire, così decisi di cucinare i cappelletti. Tutta la squadra mangiò il piatto della tradizione emiliana, per dolce un’improbabile zuppa inglese, imbevuta però nella vodka. In questo modo ho cercato di ricostruire l’atmosfera della mia terra…”

informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.