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Non solo acqua a Waru

 By Marilia Cioni

Abuja non è la tipica città africana

Le strade sono ampie e ben asfaltate, il traffico scorre fluido e ordinato, gli impianti elettrici e le strutture igienico-sanitarie funzionano a dovere. Questo perché Abuja è una città giovane: negli anni ’80, il centro urbano preesistente si è molto esteso, fino a diventare la capitale nazionale. La sua posizione centrale e una combinazione etnica neutra, l’hanno resa adatta – sia dal punto di vista socio-culturale che della sicurezza – a ospitare la sede dell’autorità e rappresentare il Paese nella sua totalità. Tuttavia, nei pressi di Abuja, si sono verificati una serie di insediamenti informali, per ospitare l’afflusso di migranti in cerca di opportunità nella capitale. Negli ultimi anni, è arrivata una nuova ondata di persone in cerca di rifugio: i cosiddetti “sfollati interni” (IDP, Internally Displaced Persons), termine con il quale gli operatori umanitari identificano coloro che fuggono da un conflitto all’interno del proprio Paese. Queste persone provengono dalla Nigeria settentrionale e fuggono da Boko Haram, il violento movimento insurrezionalista islamico nato nello Stato del Borno nel 2009, il quale ha dato origine a una crisi che si è rapidamente estesa ad altri stati della Nigeria nordorientale e ai paesi confinanti. Nonostante le numerose campagne militari, il gruppo continua a essere attivo, al punto che – secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – a partire dal 2018 in Nigeria sono stati registrati oltre 2 milioni di IDP, disseminati in campi e insediamenti in tutto il Paese.

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Un grande afflusso di migranti si è insediato ad Abuja a causa dei conflitti in corso nel nord del paese

Waru, solo mezz’ora a sud del ricco quartiere Maitama di Abuja, è uno di questi. Nato come un insediamento di migranti in cerca di lavoro nella grande città, negli ultimi anni è arrivato ad ospitare una popolazione di oltre 4000 persone, un terzo delle quali, fuggiti da Boko Haram. Un gruppo di casette in mattoni, baracche di lamiera e capanne di legno, scomode strade sterrate, qualche negozietto, una macchia di verde qua e là: a Waru mancano perfino i servizi di base, tra cui l’elettricità, l’acqua e i servizi igienici. Quando tre anni fa è iniziato l’afflusso di IDP, gli abitanti di Waru li hanno accolti a braccia aperte, condividendo il poco che avevano. Tra la comunità ospite e quella ospitante sono nate amicizie e sono stati celebrati matrimoni.
Waru è uno dei siti in cui Eni e la FAO stanno implementando dei progetti orientati a promuovere l’accesso ad acqua pulita e sicura mediante la trivellazione di pozzi alimentati da impianti fotovoltaici, destinati sia all’uso domestico che all’irrigazione. Il primo pozzo, entrato in funzione il 15 novembre scorso, si trova proprio nel cuore della comunità e conta 18 rubinetti posizionati nel quartiere per garantire la massima facilità di accesso.
“Per me si tratta di un miglioramento sostanziale” spiega Alice, madre trentenne di due figli residente a Waru da due anni. “Il pozzo, trovandosi a pochi metri da qui, rende molto più facile il lavaggio dei vestiti. Prima ero costretta a camminare fino all’altro capo del campo per prendere l’acqua, potendone trasportare solo una certa quantità alla volta. Inoltre, quest’acqua è potabile e gratuita”.

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Il primo pozzo, nel quartiere di Waru ad Abuja, è stato costruito per realizzare il progetto "Access to Water" grazie allo sforzo congiunto di FAO e Eni

Il serbatoio da 25.000 litri è dotato di un impianto di trattamento a osmosi inversa, che garantisce la potabilità dell’acqua. Nella fase di implementazione del progetto sono state coinvolte anche le autorità locali, per dare supporto alla formazione e sensibilizzazione degli IDP e della comunità ospitante sulla gestione dell’acqua e le buone pratiche da seguire per assicurare una sostenibilità a lungo termine. I locali hanno così la possibilità di utilizzare l’acqua anche per irrigare i piccoli orti sparsi nel campo, utili a integrare la loro dieta; un’incredibile opportunità questa per tutti quegli IDP che lavoravano come agricoltori e vorrebbero sfruttare la loro competenza ed esperienza per migliorare i propri mezzi di sostentamento. Inoltre, il nuovo pozzo contribuisce a ottimizzare le condizioni igieniche e sanitarie di tutta la popolazione.
Il pozzo d’acqua ha influito sulla comunità anche in modi inaspettati. Alimentato a energia solare, è dotato di prese elettriche che i locali possono usare per ricaricare i propri cellulari. Inoltre, è ben illuminato anche di notte: una vera rarità nei campi IDP. “Da quando il pozzo è entrato in funzione, abbiamo iniziato a passare le serate seduti fuori dalla porta. La gente si riunisce lì intorno per chiacchierare”, spiega Alice. A Wuru, il pozzo si è rapidamente trasformato in un punto di ritrovo sicuro.

Inaugurazione del pozzo di Waru

Un aspetto importante del progetto è che la comunità si gestisce autonomamente: è la comunità infatti ad assumersi la titolarità e la leadership nella gestione del sistema idrico, attraverso l’Associazione degli Utenti dell’Acqua. L’associazione, composta dagli sfollati interni (IDP) e dalla comunità ospitante, ha accettato il progetto come un diritto proprio fin dall’inizio, e gelosamente e felicemente ne proteggono le infrastrutture, vigilando sull’uso sicuro e corretto dell’acqua, al fine di poter garantire una sicurezza alimentare e nutrizione sostenibile. Quello di Waru è il primo di 10 pozzi che saranno costruiti nell’ambito del progetto “Access to Water”, promosso da FAO e da Eni , per alleviare le sofferenze delle vittime dell’insurrezione. Nello Stato di Borno, il più colpito dalla rivolta di Boko Haram, saranno costruiti 5 pozzi, uno dei quali nell’area di Chibok, dove nel 2014 si verificò il noto rapimento di 276 studentesse.
L’obiettivo del progetto è sostenere gli sforzi per ricostruire i mezzi di sussistenza nella regione, spianando la strada a strategie di intervento che consentano il passaggio dall’azione umanitaria allo sviluppo, quando l’insurrezione andrà via via ad esaurirsi. Un’iniziativa basata sulla convinzione che le aziende private abbiano la possibilità e il dovere di collaborare con il settore pubblico per rivestire un ruolo attivo nello sviluppo sostenibile.

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informazioni sull'autore
Marilia Cioni
Marilia è content producer e ufficio stampa di Eni, e si occupa in particolare delle attività di esplorazione, tecniche e upstream nell’Africa Sub-Sahariana. In precedenza ha lavorato all’Agenzia Giornalistica Italia, dove gestiva le relazioni internazionali.