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Sulle strade del Ghana

 By Marilia Cioni

Il progetto di Eni Foundation, iniziato nel 2012, a tutela della salute materna e infantile in Ghana. Nella Western Region del paese le comunità vivono in zone remote e isolate, dove l’acqua è quella del fiume, il tempo è scandito da sole e luna, il primo ambulatorio è a ore di distanza e l’unico mezzo di trasporto sono in genere le proprie gambe…

C’è un proverbio in Ghana che dice “non seguire la strada. Va’ dove non esistono strade e aprine una nuova”. Un proverbio che Eni Foundation sembra aver preso alla lettera quando nel 2012 ha iniziato a sviluppare il suo progetto a supporto della salute materna e infantile nella Western Region del paese: portare assistenza sanitaria dove non c’è. E possibilmente dove non c’è corrente elettrica né acqua corrente, dove non c’è una strada asfaltata, e magari dove una strada non c’è proprio perché le comunità da servire sono su palafitte ai margini di una laguna.

Comunità rurali, in zone remote e isolate, dove l’acqua è quella del fiume, il tempo è scandito dal sole e dalla luna, il primo ambulatorio è a ore di distanza e il mezzo di trasporto sono in genere solo le gambe.

Un sorriso vale molto...

“Di ambulatori di base, o CHPS – Community-based Health Planning and Services – ne abbiamo costruiti 8, tutti dotati di acqua depurata ed energia elettrica, in località in cui i servizi sanitari erano assenti o estremamente carenti” spiega la project manager, Giada Namer. “Sono luoghi in cui mamme e bambini trovano una prima risposta ai propri problemi di salute, dove i bambini vengono vaccinati, dove personale qualificato può seguire un parto in casi di emergenza o indirizzare le persone al centro più adeguato in caso di problematiche più complesse”. I centri, distribuiti nei distretti di Ellembelle, Jomoro e Ahanta West, organizzano anche attività di informazione in materia di lotta alla malaria, igiene, MST, pianificazione famigliare, nutrizione, svezzamento e allattamento.

I CHPS sorgono su terreni messi a disposizione dalle comunità, che sono coinvolte attivamente nel progetto. Nulla infatti sarebbe possibile, in zone in cui l’impronta tribale e la cultura tradizionale sono molto forti, senza il consenso degli anziani e il supporto del re e della regina. Soprattutto della regina, che ha un ruolo importante nel definire cosa si può fare e cosa non si può fare, e quindi può aiutare a limitare pratiche tradizionali che però sono dannose per la salute della mamma o del bambino: “In certe comunità, per far cadere il cordone ombelicale più rapidamente, si usano le sostanze più disparate, dal dado da brodo all’erba secca, esponendo il bambino al rischio di sepsi. Informare la mamma del fatto che questa pratica è pericolosa non basta: non rinuncerà ad una tradizione se intorno a lei la comunità non comprende, accetta e supporta la sua decisione”.

La regina ha un ruolo importante per aiutare a limitare pratiche tradizionali dannose per la salute della mamma o del bambino

Un altro proverbio ghanese dice che “quando ti arrampicherai sull’albero giusto, noi ti spingeremo”, a significare che gli anziani, le comunità in generale, sanno sostenere le cause giuste e riconoscere quelle sbagliate o inutili. E il supporto delle comunità ha risvolti a volte molto pratici, come nel caso di Asomase, uno dei villaggi più isolati: “la pista sterrata che taglia la foresta e collega il villaggio, dopo circa 7 ore di guida, alla strada costiera asfaltata era inagibile per la pioggia” racconta ancora Giada.

“Il camion con mattoni e tegole non avrebbe potuto percorrerla per diversi mesi. La comunità allora ha stabilito che molti sospendessero il lavoro nei campi e nella selva per dedicarsi alla produzione di mattoni con l’argilla del fiume, così da non rallentare la costruzione di quello che ritenevano un servizio importantissimo”. E forse anche per mostrare che l’ambulatorio non è un dono, di fronte al quale la comunità è passiva, ma il frutto di un vero scambio, di una collaborazione benefica per entrambe le parti.

L'ambulatorio non è un dono, ma il frutto di un vero scambio

“Oltre agli 8 CHPS, in questi 3 anni abbiamo anche costruito o ristrutturato 10 centri sanitari, strutture di media grandezza totalmente equipaggiate, con possibilità di degenza; abbiamo donato 4 ambulanze 4×4, 8 motociclette e una barca-ambulanza” spiega Domenico Noviello, il presidente di Eni Foundation. “Abbiamo costruito nuovi reparti in 2 ospedali già esistenti, formato 384 operatori sanitari, vaccinato oltre 18.000 bambini, distribuito 20.000 zanzariere impregnate anti-malaria, realizzato oltre 5000 sessioni di informazione, educazione e comunicazione, e stimiamo che le nostre attività beneficino circa 400.000 abitanti dei 3 distretti della regione”. Ma in realtà l’impatto è più ampio e più profondo, perché il progetto è ambizioso e va ben oltre la mera costruzione o dotazione di strutture: “l’aspetto più innovativo è il fatto che abbiamo lavorato a livello di sistema, con un notevole focus sul capacity building delle autorità sanitarie, la creazione di una piattaforma di raccolta e condivisione delle informazioni sanitarie che permetta alle istituzioni di conoscere, comprendere e quindi intervenire sulle reali esigenze sanitarie della popolazione”.

È questo l’aspetto che può rendere sostenibile il progetto anche oltre la sua conclusione, quando le strutture passeranno pienamente nelle mani del Ghana. Ed è per questo che fin dall’inizio Eni Foundation ha lavorato in stretta sinergia con il Ministero della Salute, con i principali provider sanitari della zona e con le amministrazioni locali e distrettuali, in un approccio collaborativo che è nelle corde di Eni, e che rispecchia la cultura locale: perché come dice un altro proverbio ghanese, “Quando le noci della palma saranno mature, tu ne porterai metà ed io ne porterò metà”.

Guarda il video reportage: “La vita sta cambiando” di Anima Team

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informazioni sull'autore
Marilia Cioni
Marilia è content producer e ufficio stampa di Eni, e si occupa in particolare delle attività di esplorazione, tecniche e upstream nell’Africa Sub-Sahariana. In precedenza ha lavorato all’Agenzia Giornalistica Italia, dove gestiva le relazioni internazionali.