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Teniamo al fresco l’Antartide

 By Alessandra Pierro

Thom Yorke, frontman dei Radiohead, ha di recente presentato un nuovo brano intitolato Hands Off The Antarctic, un pezzo strumentale che accompagna le sequenze girate durante un’operazione di Greenpeace per la campagna #ProtectAntarctic

L’iniziativa punta a istituire la più grande area protetta al mondo nel Mare di Weddell, dove ‒ in una superficie grande cinque volte la Germania ‒ potrebbero trovare riparo pinguini, foche, balene e altri esemplari della fauna locale che oggi rischiano l’estinzione, come il krill (piccolo crostaceo che gioca un ruolo cruciale nella catena alimentare dell’antartico), molto richiesto dalle industrie per la produzione di integratori alimentari e mangimi e per questo preda ambita dei pescherecci.

Thom Yorke - Hands off the Antarctic

La tutela dell’Oceano antartico è decisiva, dal momento che qui si concentrano tre quarti delle sostanze nutritive da cui dipende la conservazione del sistema ecomarino globale. La proposta di Greenpeace ha raccolto così circa due milioni di firme e sarà discussa proprio in questi giorni dalla Commissione per la Conservazione delle Risorse Marine Viventi dell’Antartide riunitasi in Tasmania.
Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un moltiplicarsi di iniziative che, come questa, mirano a preservare questo continente dall’impatto umano. Eppure, a dispetto delle crescenti mobilitazioni, per molti il territorio dell’Antartide e il suo ruolo nell’ecosistema rimangono ancora piuttosto sconosciuti.

A sud del 60° parallelo

È significativo che fino a non molto tempo fa si avessero più informazioni su Marte che sul cosiddetto Polo Sud. Si tratta in effetti di un continente giovane, scoperto solo nell’Ottocento, e rimasto quasi uno spazio inafferrabile, dove storia e mito si confondono, come prova la sua stessa topografia.
Oggi è innegabile che questo territorio sia diventato la nuova frontiera scientifica, un osservatorio permanente al centro del dibattito globale su risorse energetiche e cambiamenti climatici.
In questo senso il continente antartico è terra di tutti e di nessuno: privo di sovranità nazionale, accoglie una comunità scientifica internazionale che agisce secondo le modalità sancite dal Trattato Antartico del 1961. Il bagaglio di informazioni sul continente remoto, in passato appannaggio di marinai ed esploratori, è oggi in mano a scienziati e ricercatori coordinati dallo SCAR, il Comitato scientifico internazionale per la ricerca in Antartide.

I nuovi pionieri, più che indugiare sul fascino di questa terra, tendono piuttosto a scomporla in una serie di elementi chimici e fisici per osservare processi decisivi per le sorti del pianeta. Nei ghiacci e nelle acque dell’Antartico si trovano infatti tracce che, oltre a fornire indizi sull’origine dell’Universo, permettono di analizzare lo stato attuale di salute del pianeta e di ipotizzare i possibili scenari futuri.
Se questo territorio si presta a una ricerca ad ampio spettro, è anche vero, però, che è il luogo più instabile della terra e i rapidi mutamenti degli ultimi tempi diventano sempre più preoccupanti per l’impatto biologico, ambientale e perfino sociale, sul resto del pianeta. Secondo alcuni, infatti, l’Antartide è un immenso laboratorio naturale per lo studio del futuro ed è anche il continente più affascinante e inesplorato della Terra”.

Le alterazioni del sistema antartico

L’Antartide detiene circa il 90% della riserva di ghiaccio del pianeta e svolge un ruolo chiave per il clima terrestre. Da qui parte infatti il ciclo che permette di mantenere costante la temperatura della superficie terrestre ed evitarne il surriscaldamento.
Con lo scioglimento del ghiaccio terrestre, l’acqua dolce che fuoriesce penetra nell’acqua salata del mare, più calda, andando ad alterare la circolazione termoalina dell’oceano.


Recenti rilevazioni nel Mare di Ross hanno mostrato che il riscaldamento globale sta provocando un aumento della temperatura dell’Oceano Atlantico e di conseguenza un rapido scioglimento della calotta polare.

Poiché la concentrazione di sale si riduce, le masse d’acqua diventano più leggere e di conseguenza hanno difficoltà a scendere negli abissi per raffreddare il fondo oceanico. A loro volta le acque che hanno assorbito il calore in eccesso nelle zone temperate del pianeta sono ostacolate a defluire nelle zone polari e il funzionamento del processo di compensazione termica risulta così compromesso.
Fra il 1992 e il 2017 l’Antartide ha perso quasi tremila miliardi di tonnellate di ghiaccio e questo scioglimento ha portato a un innalzamento del livello del mare di circa 8 mm; si stima che con la fusione integrale delle calotte antartiche il livello del mare potrebbe aumentare di circa 60 m.
Il mare antartico assorbe inoltre il 40% della CO2 prodotta dalle attività umane, pur rimanendo così lontano dalle nostre fonti di emissione; il riscaldamento dell’acqua e la riduzione della salinità stanno però notevolmente diminuendo questa capacità di assorbimento. Questo stravolgimento rischia di compromettere un equilibrio delicato, tanto più se si pensa che l’impatto dell’anidride carbonica sui cambiamenti climatici è tale da aver inciso sulla fine dell’ultima era glaciale 20.000 anni fa.

Verso scenari imprevedibili: un punto di non ritorno?

Le attività umane hanno un impatto cruciale sull’equilibrio antartico, anche a migliaia di chilometri, basta semplicemente stare davanti a un computer, accendere un condizionatore o rimanere imbottigliati nel traffico. È sorprendente rendersi conto di quanta CO2 si può produrre attraverso i gesti apparentemente innocui della nostra routine giornaliera.

La formidabile storia della CO2

E l’inaridimento delle riserve d’acqua mette a repentaglio colture, allevamenti e specie acquatiche, cosa che, com’è prevedibile, avrà non poche ripercussioni sulla nostra catena alimentare ‒ i primi a pagare saranno ovviamente i paesi in via di sviluppo.
Se questo non fosse abbastanza, l’emergenza dei rifugiati climatici diventa sempre più allarmante: si parla di più di 1 milione di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa di erosioni e tempeste provocate dall’innalzamento del livello del mare. Questo dato potrebbe aumentare sensibilmente perché molte comunità costiere ricorrono alla migrazione verso l’interno come misura preventiva.
Si racconta che durante il viaggio per l’Antartide a metà del volo si arrivi al Punto di non ritorno, dove i piloti valutano se ci sono condizioni favorevoli all’atterraggio o se bisogna tornare alla base. In molti si chiedono se rispetto alla salvaguardia del pianeta questo punto di non ritorno sia già stato superato e se sia ancora possibile mettersi in sicurezza; nel dubbio, è il caso di cominciare a riflettere su come contenere i nuovi scenari che sono già in atto.

Quali sono le cause e gli effetti del climate change? In questo breve video, il National Geographic prova a spiegare questo fenomeno

Una questione di percezione

Misure di prevenzione, sperimentazioni tecnologiche e politiche governative, per quanto auspicabili, non bastano a incidere in modo massiccio; è arrivato il momento che ognuno se ne faccia carico individualmente. E per comprendere davvero la portata del problema è necessario riflettere sulla percezione che ne abbiamo.
La motivazione del Nobel per la pace, conferito nel 2007 ad Al Gore e IPCC, recita: “I cambiamenti climatici possono alterare e minacciare le condizioni di vita dell’umanità. Possono produrre migrazioni su larga scala e grandi competizioni per le risorse […] aumentando il rischio di nuovi conflitti”. È bene cominciare il prima possibile, è in gioco tutto.

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Alessandra Pierro