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Grand Tour nella Val d’Agri

 By Marco Alfieri

Viaggio nell’economia del più grande giacimento onshore d’Europa, tra pozzi di estrazione e formaggi pecorini. Dall’indotto ai percorsi di turismo scolastico, dai prodotti tipici alle “fiaccole”. La cronaca detta legge ma lavoratori e abitanti lucani hanno molte altre storie da raccontare…

Per arrivare all’Hotel Likos dalla zona industriale dove sorge il Centro Olio Val d’Agri, per tutti il “Cova”, ci vorranno tre minuti d’auto. Viggiano e Grumento Nova sono separati da un’infilata di capannoni, qualche prato e un paio di rotonde. Insieme all’Hotel Kiris, il Likos è il più grande albergo della zona. Per anni ha vissuto di un po’ di turismo, feste e soprattutto matrimoni (i matrimoni in Basilicata sono un genere letterario), poi con la scoperta del petrolio queste strutture sono rinate a nuova vita.

Alla mezza ci trovi puntualmente piccoli imprenditori dell’indotto Eni, capireparto in tuta da lavoro e tecnici che pranzano nella grande sala con il bancone e gli specchi, i camerieri che girano tra i tavoli in gilet nero e block notes come in certi film di Pupi Avati e ti vengono incontro sorridenti: “oggi abbiamo peperoni cruschi, baccalà e…”

In queste settimane il Likos è in ristrutturazione. Stanno sistemando il giardino dall’altro lato della piscina per costruirvi un’ampia terrazza aperitivi. E’ di proprietà della famiglia Carlomagno che possiede anche due ristoranti, a Viggiano e Villa d’Agri. “Per un po’ di anni lo abbiamo avuto in gestione, poi visto che l’economia intorno al Cova girava bene, tra lavoratori e ditte appaltatrici, abbiamo fatto il grande passo acquistandolo…”, mi spiega Pietro, uno dei quattro fratelli imprenditori.

In albergo lavorano una ventina di persone; le camere sono una cinquantina, occupate per lo più da persone che gravitano nell’indotto oil & gas. Prima dell’estate c’è stata ovviamente flessione per via del fermo del Cova sotto sequestro, “lo abbiamo notato subito dai coperti che facciamo a pranzo…”, precisa Pietro. “Ma adesso che è ripartito l’impianto c’è fiducia.” Già.

Oro nero e montagne verdi

“La piccola Napoli…”

In un paio di giorni on the road mi rendo conto che il modo migliore per raccontare la Val d’Agri del petrolio, il Texas d’Italia, è di rivolgere lo sguardo ai paesini intorno al Centro Oli e a tutto quel che vi è cresciuto in questi anni: l’indotto industriale, i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, i trasportatori, migliaia di famiglie che hanno trovato una fonte di reddito, i sindaci della valle e chi campa di agricoltura. Naturalmente si finisce a parlare anche dell’inchiesta della magistratura, del Cova e dei trecento dipendenti che ci lavorano, dei 27 pozzi attivi nei comuni del comprensorio e delle polemiche sulla presenza Eni. Ma raccontare la Val d’Agri “fuori” dal Cova ti permette di scoprire ad esempio che in Basilicata l’oro nero non è arrivato vent’anni fa. La storia del petrolio lucano ha radici molto più antiche e, per certi versi, spontanee.

Me ne accorgo visitando il bosco vicino al Parco acquatico di Tramutola, tra scivoli, piscine scoperte, trampolini e l’immancabile discoteca. Il Caolo in apparenza è un ruscello come tanti ma da vicino si vedono tanti piccoli affioramenti naturali di petrolio, l’acqua fa le bolle di gas, il greto è tutto bianco e si sente puzza di zolfo come davanti a una stazione di benzina.

“A Tramutola il petrolio sgorga naturalmente da sempre…” mi racconta lo storico locale, Vincenzo Petrocelli. Fin dal XV secolo le popolazioni lucane assistevano al manifestarsi di lingue di fuoco sui monti dell’Appennino, le cosiddette “fiaccole” che segnavano il bruciare del metano che fuoriusciva dalla terra.

La vera scoperta dell’oro nero in Basilicata risale al 1902 quando l’ispettorato del Corpo Reale Minerario commissiona una relazione sui giacimenti petroliferi tramutolesi. Nel dicembre 1912 la Società Petroli d’Italia (SPI) stipula contratti con i proprietari terrieri per la ricerca e lo sfruttamento del presunto bacino petrolifero senza però avere gli esiti sperati. Nel 1926, con l’istituzione dell’Agip, e poi nel 1932, con il famoso geologo Guido Bonarelli, ci saranno altri studi dettagliati sul petrolio a Tramutola, “che negli anni ’40 chiamavano la ‘piccola Napoli’ per i suoi commerci e il viavai di persone, mai visto prima in una valle così appartata.”

Un pozzo a Tramutola in fase di perforazione durante gli anni ’30-’40, con il perforatore Antonio Simone. Fonte: Archivio della famiglia Simone, Tramutola

Nel ’58 le ricerche petrolifere si spostano in Val Basento, nella zona tra Grottole, Ferrandina, Rotondella e Pomarico dove Agip scopre un grande giacimento di gas naturale mentre a partire dal 1961 la costruzione di una rete di metanodotti da Grottole-Ferrandina fino a Bari-Monopoli congiungerà per la prima volta l’arteria metanifera lucana con quella pugliese.

In Val d’Agri si rincula verso agricoltura e pastorizia. Comincia la migrazione verso la Svizzera e la Germania. La sua riscoperta avverrà nel 1975 quando Agip ottiene quattro nuovi permessi di ricerca. Dopo un lungo lavoro di prospezione sismica, l’esplorazione si sposta ai piedi della montagna di Viggiano, sul fianco destro della struttura Moliterno – Tramutola rilevata cinquant’anni prima da Bonarelli.

Nel 1981 un consorzio di operatori scopre il primo importante giacimento, il pozzo Costa Molina 1, anche se i risultati più importanti arriveranno nel corso degli anni ’90 quando inizia lo sviluppo del giacimento Val d’Agri. Il resto è cronaca: il petrolio estratto viene inviato e raccolto nel Centro Oli dove vengono separati i gas e l’acqua dal greggio. L’olio trattato viene misurato e depositato nei serbatoi prima del suo invio alla raffineria di Taranto attraverso un oleodotto, completato nel 2001, progettato per garantire la sicurezza del trasporto del greggio con il massimo rispetto per l’ambiente. Il gas, invece, viene immesso nella rete di distribuzione nazionale.

“Se non ci fosse, chiuderei…”

Cento metri avanti dal “Bar Arturo”, nella piccola via pedonale che attraversa il parco pubblico di Tramutola, c’è la Casina Rossa, un mini agriturismo con 4 stanze e cucina casalinga (meravigliosa). Lo gestisce la signora Giovanna insieme al figlio Stefano, appassionato di chitarre e musica metal. “Cosa vuol dire Eni per il nostro territorio? Se non ci fosse, chiuderei. Quel po’ di economia ruota intorno al Centro Olio. Il problema è che in valle c’è troppa invidia, lasciatelo dire a una persona che prima di tornare a Tramutola, per amore, ha lavorato 10 anni in Romagna” dove gestiva due negozi di foto-ottica.

Per capire esattamente l’impatto del Cova bisogna però scendere a Villa d’Agri, le vecchie campagne di Marsico Vetere, poi bonificate. Negli anni ‘80 questa piccola frazione contava nemmeno mille abitanti, oggi siamo arrivati a 6-7mila anime cresciute intorno al boom di case, i negozi, l’ospedale, le attività commerciali, il cinema teatro Eden e l’emporio Max Cina (i cinesi non mancano mai nei luoghi di espansione), le banche e i locali con le insegne fluorescenti.

Essere pro o contro il petrolio è una cosa bizzarra che non ha molto senso. "Io sono pro economia. E l’economia non può essere solo agricoltura, i miei mezzi vanno con la nafta, mica a acqua..."

Maria Immacolata con il fratello Peppe sono originari di Sant’Arcangelo. “Appena diplomato mio fratello decide di mettersi al dettaglio, girando tra i paesi con un furgoncino. A Villa d’Agri viene accolto bene, la nostra frutta e verdura piace. Abbiamo iniziato con un piccolo negozio e poi ci siamo ingranditi, aprendo Peppe Market e dando lavoro a dieci persone…”, racconta orgogliosa Maria. Prodotti locali come le fragole di Policoro o le ciliegie di Conversano per la gioia delle mogli di operai e tecnici che ogni mattina passano a prendere frutta e verdura fresca. “Abbiamo visto questo territorio crescere giorno per giorno grazie al distretto petrolifero, e noi con loro.”

Donato invece ha 32 anni ed è il capo degli istruttori della Palestra “Nuova Gimnika” di Tramutola. In Val d’Agri si è trasferito a 12 seguendo il papà che lavorava al Centro Olio. “All’inizio non c’era nulla”, ricorda, “poi è stato un boom.” A differenza di altri posti della Basilicata “qui esiste la possibilità di lavorare, bisogna però diversificare dall’unica fonte di guadagno, puntando su turismo e agricoltura innovativa.” Un ragionamento più che mai attuale nelle settimane di fermo del Cova, quando in valle si sono visti i fantasmi di uno stop senza alternative economiche.

Il Centro Olio di Viggiano by night

L’importanza dell’indotto

Tornando nei paraggi del Centro Olio tutto intorno ci sono cani per strada e la zona industriale di Viaggiano. Elettra è un’azienda specializzata nell’installazione e manutenzione di apparecchi elettro-strumentali. “A metà anni ‘80, quando siamo nati, lavoravano mio padre e il suo socio, oggi siamo in 91, tutti locali…”, mi spiega Antonio Rizzo. “Ormai facciamo gare pubbliche in tutta Italia perché lavorando con un grande gruppo come Eni abbiamo imparato a investire nella formazione e nei modelli organizzativi.”

Anche GDM Margherita è cresciuta e oggi lavora in un moderno edificio verde a vetri. I titolari sono originari di Brienza ma basati a Viggiano dal 1997. “All’inizio eravamo 6-7, oggi oltre 70…”, mi racconta Michele Margherita. La trafila è simile a quella di Elettra e di altre aziende locali: si diventa fornitori di Eni, si acquisiscono competenze e poi “ci si rivende sul mercato lavorando anche per altre imprese del settore come Total, A2a e Iren Energia.”

Ovviamente in una regione del sud la presenza di una multinazionale come Eni scatena aspettative altissime. L’utilizzo non sempre efficiente delle royalties petrolifere da parte della politica locale ha fatto il resto, alimentando in un pezzo di opinione pubblica delusione e risentimento. “Ma oltre duemila posti di lavoro creati nell’indotto oil & gas non sono poca cosa. E duemila addetti in una valle che conta trentamila abitanti significano duemila famiglie, molte di queste monoreddito…”, fa di conto Michele.

“Provate a uscire dalle gallerie di Marsico e Sant’Arcangelo che delimitano da un capo all’altro la valle, noterete subito il cambio di paesaggio e di prospettive economiche”, sorride Giuseppe Marino, titolare del Bar Marino’s a due passi dal Centro Olio, pareti a mattoni bianchi, tre ragazze tra cassa e bancone, un cuoco in cucina e la sorella alla contabilità. “La verità è che siamo fortunati ad essere capitati a Viggiano, là fuori non c’è niente. C’è un po’ di puzza vicino al Cova ma si sopporta…”.

Fiume

(Il fiume Caolo a Tramutola)

Piccoli e virtuosi

Ci sono due cose che chiedono quasi tutti in Val d’Agri. La volontà di tornare a lavorare (nel rispetto della salute) perché ogni famiglia ha un pezzetto di affetti che dipende direttamente o indirettamente dal Cova, e l’utilizzo meno clientelare delle royalties come dimostra il caso virtuoso di Calvello, il comune delle ceramiche e delle tante chiese. Perché si può fare anche in Basilicata.

“Faccio il sindaco da 9 anni e ho sempre cercato di trasformare l’oro nero in oro verde”, mi dice con enfasi Domenico Gallicchio. “A quelli della Fondazione Mattei ho sempre detto non voglio soldi ma conoscenza; a quelli di Eni ho sempre detto che ‘voi siete il nostro drone, dovete farci volare e aiutarci a diversificare la nostra economia’.”

Altrimenti i soldi a chi non ne ha mai avuti possono dare alla testa. “Il nostro obiettivo è sempre stato dividere le royalties in due: da un lato lo sviluppo infrastrutturale per valorizzare le cose belle che abbiamo, dall’altro la famiglia per aumentarne il potere di acquisto.”

Detto fatto. In questi anni Calvello è stato capofila di una Unione di comuni, ha varato una social card con 60 negozi convenzionati, ha sviluppato un percorso di turismo scolastico basato sull’energia e un centro didattico del petrolio, ha ristrutturato conventi con fondi misti (royalties e fondi Ue), ha costruito un parco giochi attrezzato, una casa famiglia, un asilo, una scuola materna, un centro diurno per anziani, un centro disabili, un presidio sanitario e due centrali a biomasse. Sempre con un progetto in testa: “costruire una sostenibilità capace di durare oltre Eni e le royalties.”

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“Qui è tutto verde…”

Anche a giugno la Basilicata è montagna. C’è aria ventosa, le nuvole corrono veloci nel cielo e devi sempre tenerti vicino un piumino. Per arrivare a Calvello si passa una piana meravigliosa con i cavalli e le mucche al pascolo che sembra di essere in Trentino. Anche dal Sacro Monte di Viggiano, tra campi da sci e faggeti incantati, si domina l’intera Val d’Agri fino al lago Pertusillo, le colline con le pale eoliche e Grumento appollaiata in lontananza. Abituati alla densità e agli insediamenti industriali del nord Italia, non potremmo sperare in immagini più bucoliche.

Pochi chilometri da Viggiano Domenico Belisario coltiva e commercializza gli ottimi fagioli Igp di Sarconi. “Ai primi del ‘900 mio nonno già piantava fagioli, venivano i commercianti da Napoli coi loro grandi sacchi, e compravano.”

Oggi Domenico ne commercializza 30 varietà, ha recuperato i semi tra gli anziani dei paesi della valle. L’inquinamento? “Il fiume Sciauro che scorre vicino ai miei campi ha un’acqua così pulita che è il segreto della bontà dei nostri fagioli…” si scalda Domenico, temerario in maglietta nonostante il vento. “Guardatevi intorno: qui è tutto pulito, non senti odori, i serpenti ci sono, i cinghiali pure, i tassi anche…”.

E poi in Val D’agri chi non faceva agricoltura cosa faceva? “Per fortuna che è arrivato il Centro Olio. Ha dato lavoro a un po’ di giovani ed è stata l’occasione per far crescere un indotto. Anche per noi agricoltori è positivo, perché possiamo vendere i nostri prodotti.”

Per Belisario essere pro o contro il petrolio è una cosa bizzarra che non ha molto senso. “Io sono pro economia. E l’economia non può essere solo agricoltura, i miei mezzi vanno con la nafta, mica a acqua. Sapete invece cosa potrebbe fare Eni? Aiutarci con un po’ di pubblicità dei prodotti tipici sui mercati del nord, questo sì…”

Vincenzo Scannone produce il Canestrato Igp di Moliterno, il più antico pecorino d’Italia, e la pensa come Belisario. “Le montagne sono più verdi di prima anche perché in Val d’Agri non ci sono raffinerie, che inquinano. Qui si estrae il petrolio e lo si mette nelle pipeline.”

Il segreto del Canestrato invece sta tutto nel fondaco. “Tutte le case di Moliterno hanno un fondaco, un sotterraneo dove far stagionare il formaggio. Se ne producono circa cinquemila forme l’anno”, si appassiona Vincenzo. Quanto alle ricette, “il modo migliore è di mangiarlo a fette con un po’ di miele sopra. Oppure arrostito sulla brace.” Una delizia. “Sapete come si dice? In Basilicata danno più soddisfazione le pecore che le persone…”

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informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.