Human

Europa al buio?

 By Davide Tabarelli

Dall’articolo “Ombre europee” di We World Energy magazine n.41

Gli obiettivi di Bruxelles, in tema di riduzione delle emissioni di CO2, potrebbero confliggere con la necessità di conservare una potenza elettrica tale da scongiurare interruzioni di energia…

Il 20 ottobre 2018, in un sabato mattina piovoso e freddo come si addice al Belgio in questo periodo, nel palazzo dei congressi di Liegi, sede dell’Expo del 1905, si conferiscono i diplomi di laurea del Politecnico ad un centinaio di studenti. Assieme ai parenti e a trenta professori dei diversi corsi, i ragazzi ascoltano in silenzio il discorso del rettore. “Voi oggi diventate ingegneri ed il vostro compito è chiaro, risolvere i problemi del mondo, come quello di evitare il prossimo blackout del sistema elettrico nazionale”. Queste parole colgono bene le preoccupazioni di cui si parla tutti i giorni in Belgio, il cuore dell’Europa, dove la chiusura per manutenzione di 5 delle 7 centrali nucleari ha messo sotto stress tutto il sistema elettrico e ha riproposto lo spettro di un blackout. È un allarme che riguarda, in prospettiva, anche il resto d’Europa, dove il piano di affrancamento dalle fonti fossili e dal nucleare comporterà un bisogno di elettricità da rinnovabili di proporzioni rivoluzionarie, quasi irrealistiche e che, in ogni caso, metteranno a rischio la sicurezza delle reti. Il limite delle fonti rinnovabili, in particolare eolico e solare, è che sono intermittenti, quindi disponibili solo quando soffia il vento o splende il sole, non quando è notte e magari fa anche freddo. Più penalizzante è la loro scarsa densità energetica, ovvero il fatto che per produrre lo stesso ammontare di energia che sta in un chilo di fossili, necessitano di estensioni di terreno enormi, che poi richiedono sistemi di trasporto dell’elettricità molto costosi e ingombranti. La transizione intrapresa dall’Europa, la prima per impegno a livello globale, passa proprio attraverso le rinnovabili, quelle che non emettono CO2, e che si possono sfruttare, per lo più, per produrre energia. Quelle che producono riscaldamento o sostengono i trasporti hanno maggiori difficoltà, perché sono bioenergie che inquinano, come nel caso del legno che fa fumo, particolato, o che sfruttano intensamente terreni boschivi o agricoli.

interruzioni-energia-europa
Terranova Project, il più grande parco solare del Benelux (Antalexion, Wikimedia)

Le ambizioni europee per lo sviluppo delle rinnovabili

Lo scorso 28 novembre 2018, la Commissione Europea ha rilanciato la sua politica ambientale con un nuovo obiettivo al 2050 per un’Europa neutra sul carbonio, ovvero con un bilancio fra emissioni e assorbimenti pari a zero. Non è una novità e conferma semplicemente quanto deciso nel 2011 con la Road Map che prevede, sempre per il 2050, una riduzione delle emissioni di CO2 fra l’80 % e il 95 % rispetto al livello del 1990. Pochi mesi prima, a metà giugno 2018, sempre la Commissione Europea aveva trovato un accordo per estendere la percentuale delle fonti rinnovabili dal 20 % previsto per il 2020 al 32 % per il 2030, livelli da confrontare all’attuale 17 %. Questa percentuale è il rapporto fra produzione di energia da rinnovabili e consumo interno lordo, compresi i trasporti e il riscaldamento, ma nella produzione di elettricità le ambizioni sono altrettanto forti anche se non ancora fissate. La loro quota dovrebbe passare dall’attuale 30 % ad oltre il 60 % nel 2030. Si tratta di mirabolanti traguardi, tanto vertiginosi quanto impegnativi, posti abbastanza lontano nel tempo per non far rispondere degli eventuali insuccessi i politici che oggi li predicano e che allora si saranno da tempo ritirati. L’effetto è anche quello di distrarre da una realtà che dimentica alcuni punti fondamentali, quali il fatto che le reti elettriche rappresentino il sistema nervoso dell’Europa, che la previsione di crescita delle rinnovabili intermittenti pone sfide tecniche immani e che il passaggio sarà tutt’altro che gratuito, con costi già oggi alti, ma che continueranno a crescere.
Mentre Bruxelles celebra la sostenibilità con nuove promesse, poco lontano, a Parigi, il presidente Macron ha parecchi problemi nel mettere in pratica quelle di qualche anno fa. Impressionante è stata la reazione popolare all’annuncio dell’aumento, dal primo gennaio 2019, delle accise sul gasolio, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di penalizzare l’auto tradizionale per favorire quella elettrica. I Gilets Jaunes, così chiamati per il giubbottino stradale giallo che indossano, contestano la politica di transizione energetica, decisa dalle élite ricche, ma fatta con prezzi crescenti dell’energia che ricadono sulle fasce di popolazione a più basso reddito. Vi è da chiedersi cosa accadrà nei prossimi anni quando le bollette elettriche cominceranno a salire di più per coprire i costi delle rinnovabili. Anche per ammorbidire le posizioni, il 27 novembre 2018 Macron ha annunciato che l’obiettivo di ridurre il ricorso al nucleare al 50 %, dall’attuale 76 %, è al 2035, e non più al 2025, come aveva promesso il suo predecessore Hollande.

interruzioni-energia-europa
I Gilets Jaunes agli Champs Elysees, Parigi (Reuters)

Più importante delle proteste di piazza, a cui poco importa, per il momento, della questione nucleare, è stata l’impossibilità per la Francia di rinunciare in 7 anni ad una fetta così grossa di produzione energetica, oltre 100 miliardi kWh. Un simile taglio determinerebbe problemi di stabilità del sistema elettrico non solo della Francia, ma di tutti i paesi vicini, a cominciare dall’Italia, il paese che, triste primato, più dipende da importazioni di elettricità dall’estero, soprattutto nucleare proprio dalla Francia. Sempre il 28 novembre 2018, l’organizzazione che riunisce i gestori delle reti di trasporto dell’elettricità in Europa ha pubblicato il suo rapporto semestrale sull’adeguatezza del sistema elettrico europeo ed ha sottolineato che, in caso di un’ondata di freddo intenso, cosa ovviamente normale d’inverno, Belgio, Francia e Nord Italia saranno a rischio. A rischio di cosa non è molto chiaro. Nella migliore della ipotesi, dovesse effettivamente arrivare il gelo, come è stato nel febbraio 2018 con Buran, i prezzi dell’elettricità schizzerebbero verso l’alto. Quando fa freddo in molti paesi, ma in particolare in Francia, si usa più elettricità perché il riscaldamento, soprattutto quello aggiuntivo, si fa con resistenze elettriche. In Italia, in maniera più semplice, si tratta di maggiori consumi, perché molti accendono le stufette elettriche.

interruzioni-energia-europa
Il gelo di Buran ha portato la neve a Roma nel 2018 (Reuters)

Più richiesta di energia, maggiore instabilità dei prezzi

Per coprire la maggiore domanda servirebbero più centrali, quelle meno efficienti, che addirittura usano il prezioso gasolio diesel, quello che serve per le auto, oppure occorrerebbe importare dall’est europeo la potenza elettrica che serve in occidente e che comporta maggiori costi di trasporto. Altre complicazioni si potrebbero poi aggiungere, come il fatto che con più freddo arrivano di solito le alte pressioni e se c’è bel tempo, cala il vento e la produzione di energia elettrica delle pale eoliche nel nord Europa. Poi, sempre per il bel tempo, le precipitazioni potrebbero essere basse, con un conseguente calo della produzione da impianti idroelettrici e, conseguentemente, producendo una richiesta aggiuntiva di energia prodotta da centrali marginali più costose. Si tratta di eventi che non sono eccezionali e che già negli ultimi due anni si sono verificati con frequenza.
Tuttavia, quando vi era abbondanza di produzione tradizionale non si riscontravano particolari conseguenze, mentre oggi, con più rinnovabili e capacità più bassa, bastano pochi inconvenienti per creare difficoltà. Ne è una prova il fatto che i prezzi all’ingrosso dell’elettricità in Europa sono in costante crescita, negli ultimi tre anni, nei paesi che più si sono impegnati nelle riforme e, ultimamente, anche in Francia. Qui, a fine novembre 2018 si sono collocati vicino ai 70 € per MWh, valore superiore di circa 30 € rispetto ai livelli considerati normali per la Francia, che poi è il costo medio di generazione elettrica del parco francese. Negli ultimi tre anni, all’inizio dell’inverno, si sono dovute effettuare chiusure per manutenzioni alle grandi centrali nucleari che hanno fatto schizzare verso l’alto i prezzi. In Germania, dopo tre anni di valori medi vicino a 30 €/MWh, nel 2018 i prezzi sono rimasti stabilmente sopra i 40 €, con picchi frequenti a 60 €. In Gran Bretagna, il paese europeo che più si è speso negli ultimi anni in chiusure di centrali a carbone, i prezzi sono stabili sopra i 60 € per MWh, contro livelli in passato, quando la produzione era soprattutto a carbone, inferiori ai 40 €. Nel frattempo, a Berlino, la commissione incaricata di discutere cosa fare delle oltre 150 centrali a carbone, che producono quasi il 40 % dell’elettricità tedesca, continua a spostare in avanti la conclusione dei suoi lavori. Si è andata via via consolidando la convinzione che, come la Francia non potrà rinunciare al nucleare, così la Germania non potrà uscire dal carbone. Ciò vale ancora di più se si considera che la Angela Merkel sta tenendo fede all’impegno di uscire entro il 2022 dal nucleare, il cui impatto è meno importante della Francia, ma che vale sempre 80 miliardi di kWh, il 12 % del totale. La chiusura di queste centrali, probabilmente compensata da nuove di capacità eolica, accentuerà la variabilità dei prezzi.

interruzioni-energia-europa
La centrale a carbone Gustav Knepper in Germania (Arnoldius, Wikimedia)

Le conseguenze del rischio blackout in Europa

Tutto sommato, se fosse solo un problema di prezzi, per quanto fastidioso, non sarebbe particolarmente grave. Ma la criticità di cui parlano i trasportatori di elettricità può assumere connotati ben più gravi, danni che i semplici calcoli economici non riescono ad esprimere bene. Si tratta dell’eventualità estrema di mancata consegna dell’elettricità, espressione un po’ tecnica che maschera una condizione invece, drammatica, legata all’essenzialità che l’elettricità ha assunto per i consumatori finali, siano queste industrie o privati cittadini. In altre parole è il blackout, parola di cui, anche per ragioni scaramantiche, è meglio non parlare nell’industria elettrica europea, alle prese con la più altisonante transizione energetica. È un evento estremo che, per fortuna sempre più raro, porta in un’istante le persone, le fabbriche, i servizi, indietro all’età pre-industriale, dove non ci sono luce, ascensori, aria condizionata, televisione, ricariche per i cellulari e macchine. I tentativi di dare un prezzo a questa mancata elettricità indicano valori dell’ordine dei 3000 € e oltre per MWh, almeno 500 volte il prezzo attuale di mercato. È un livello facilmente comprensibile da qualsiasi cittadino comune se prende in considerazione cosa sarebbe disposto a pagare per far ripartire un ascensore in cui è rimasto chiuso per interruzione del servizio elettrico. I 3000 € per MWh, equivalgono a 3 € per kWh; per fare funzionare tutto un giorno un ascensore per un condominio di 6 piani non si consuma più di un kWh. Chi ne sa di più del valore della mancata fornitura di elettricità sono i consumatori italiani, quelli che il 28 settembre 2003 hanno conosciuto uno dei più gravi blackout della storia mondiale. Dalle 3 della notte fra sabato e domenica tutta Italia rimase senza elettricità, con le sole eccezioni della Sardegna e dell’Elba, circa 56 milioni di utenti, che ripresero ad avere corrente pian piano, prima quelli del nord, a partire dalle 8 del mattino, poi il resto del paese con la Sicilia, giù in fondo, che tornò a normalità solo alle 22 della sera, 18 ore dopo.

interruzioni-energia-europa
Un'alba senza corrente elettrica a Roma dopo il blackout del 28 settembre 2003 (Reuters)

Un evento simile, ma di minore estensione, si verificò nel 2006, fra Germania e Francia. Da allora, gli investimenti sulle reti sono stati massicci e, nonostante l’aumento delle fonti rinnovabili intermittenti, eventi di tale drammaticità non se ne sono più verificati. Altrettanto importante, però, nell’evitare problemi, è stata la debolezza della domanda elettrica, a causa della crisi economica. Fosse cresciuta maggiormente negli ultimi anni, problemi più seri si sarebbero già verificati e, non a caso, la leggera ripresa dei consumi degli ultimi tre anni si è accompagnata a più frequenti tensioni al rialzo dei prezzi. Per il futuro le cose preoccupano, da una parte perché la domanda dovrebbe riprendersi, sia per ritmo più sostenuto di espansione economica che per maggiore penetrazione dell’elettricità nei consumi finali, peraltro uno degli obiettivi fondamentali dei sostenitori della transizione energetica. Più sfidante sarà il fatto che l’attuale capacità di produzione eolica in Europa dovrà almeno raddoppiare e quella fotovoltaica addirittura triplicare, appunto per far raggiungere loro un livello prossimo al 40 % della produzione complessiva di elettricità contro una quota attuale del 15 %. Ci abbiamo messo 60 anni a costruire l’attuale sistema elettrico europeo, composto per la gran parte da centrali che rispondono alla vecchia regola della grande dimensione così da ottenere economie di scala, e del trasporto e distribuzione a valle ai consumatori finali a cascata, per avere un maggior controllo del sistema. Che il sistema possa rivoltarsi a favore delle rinnovabili intermittenti in solo 12 anni, non è ambizioso, è un sogno.

LEGGI ANCHE: L’Europa dell’energia nucleare di Luca Longo

informazioni sull'autore
Davide Tabarelli