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La febbre dell’oro

 By Mattia Ferraresi

Camion, autobotti, pick up, trasporti eccezionali, ruspe, tubi per gli oleodotti, operai, ingegneri e case-container che diventeranno il rifugio dei “roughnecks”, i giovani braccianti che stanno sul fronte della estrazione. Mattia Ferraresi è andato in North Dakota, tra Bismark e Williston, per raccontare in presa diretta la febbre dell’oro, la migrazione petrolifera da tutti gli Usa per lavorare nello stato che della crisi ha sentito parlare solo in televisione. Un’epica americana a cavallo tra civiltà contadina e post-industriale che non si ferma davanti al crollo del prezzo del greggio, anzi. “Questa flessione ci permette di prendere le misure che servono a livello di edilizia, di sicurezza e di servizi, e credo che alla lunga farà bene anche al business”, spiega il sindaco di Williston. Mentre le entrate del petrolio permettono alle undici università pubbliche dello stato di abbassare drasticamente le rette per attirare chi vuol studiare ingegneria petrolifera e rimanere nel settore. Tanti soldi subito, con un occhio rivolto al futuro…  

“Dove stai andando?”, chiede la signora dietro al bancone con un sorriso materno. “A Williston”, rispondo. “Lo immaginavo. Sii prudente, c’è sempre un gran traffico sulla strada, qualche anno fa era una notizia quando passava una macchina, ma adesso…”, e fa ampi gesti con le mani per rendere meglio l’idea del viavai. Gli abitanti di St. Demetrius, borgo di emigrati ucraini del North Dakota, ancora non si sono abituati a vivere lungo la direttrice della nuova gold rush, ma a conti fatti anche questo bar, quattro mura di legno rosse con la scritta “cafè” tracciata alla buona con un rullo di vernice, vive dei carovanieri trascinati al nord in cerca di fortuna. Camion, autobotti, pick up, trasporti eccezionali che caricano altri pick up, ruspe, tubi per gli oleodotti, case-container che diventeranno il rifugio dei “roughnecks”, i giovani braccianti che stanno sul fronte della trivellazione. Vengono da tutto il paese per lavorare nello stato che della crisi ha sentito parlare solo in televisione. Sono nel mezzo dell’ultimo segmento della migrazione petrolifera del North Dakota, 230 miglia che collegano la capitale Bismarck a Williston, la città che catalizza l’estrazione petrolifera nella riserva di Bakken, 11 miliardi di barili di petrolio intrappolati nella roccia e pronti per essere estratti. Sono molti di più se si calcolano quelli ancora non raggiungibili con le tecnologie disponibili, e chi è davvero avanti fa strategie con un occhio anche ai progressi che oggi non riusciamo ancora a immaginare. Il fronte del petrolio si estende anche più a nord, oltre il confine con il Canada, dove la toponomastica di origine norvegese dei coloni locali lascia il posto a nomi indiani e francesi, ma la Mecca del petrolio americano è questo stato semideserto disegnato con il righello che ora trascina i sogni d’indipendenza energetica degli Stati Uniti. Strano a dirsi, ma un bel pezzo della geopolitica globale passa da qui.

Insisto per pagare il caffè (“ne hai preso solo una tazza, sugar, non mi devi niente”) e mi rimetto in marcia verso nord sotto il sole tiepido di agosto, un’esplosione di vita ben trebbiata in un luogo dove la temperatura media a gennaio è 12 gradi sotto zero. La radio è sintonizzata su Big Rig, stazione locale che passa soltanto New Country e vecchie glorie del bluegrass. Da qualche parte fra le cittadine di Dickinson e Belfield c’è un’invisibile porta spazio-temporale che collega la civiltà contadina e quella post-industriale, saltando le tappe intermedie. E’ come sfogliare velocemente il sussidiario delle elementari. In mezzo ai pascoli e sulle sommità delle docili colline coltivate a grano compaiono pompe petrolifere, rudimentali trattori condividono le mulattiere rossastre con i camion che giorno e notte trasportano merci su e giù per il Dakota, i contadini lavorano gomito a gomito con gli operai sul pick up che fanno il giro da una pompa all’altra. Ho già pronta una scusa credibile quando in un diverticolo un manutentore si avvicina con fare minaccioso mentre scatto qualche fotografia agli impianti. “E così sei venuto a fare delle foto, eh…” “Sì, ma vede, non è che…”, abbozzo. “Se guidi ancora per un miglio in quella direzione c’è un campo di girasoli con una pompa proprio nel mezzo, è molto bello”. L’operaio con senso artistico mi augura buona fortuna portando due dita alla visiera del cappello. Attraversato il ponte di acciaio sul Missouri, in prossimità di Williston, s’incontra davvero il traffico, questo sconosciuto, e si capisce di essere finiti in un’altra dimensione del vivere quando il tempo medio fra l’accensione della luce verde al semaforo e il primo colpo di clacson si abbassa drasticamente. E’ la città che è cresciuta di più in termini di popolazione negli Stati Uniti negli ultimi sei anni e ai bordi della strada appaiono i “mancamp”, enormi distese di container per gli operai, perché l’edilizia non riesce a star dietro all’aumento della popolazione.

L’impatto economico dell’industria petrolifera è enorme, e l’indotto cresce anche a dispetto della flessione degli affari per via dei prezzi del greggio. In termini di occupazione significa che un settore che impiega direttamente 55 mila persone ha fatto da traino per almeno altri 26 mila posti di lavoro

Per alcuni operai il tetto sulla testa è un benefit contrattuale, altri lo devono pagare di tasca propria, e il gioco vale la candela anche se il prezzo degli affitti è paragonabile a quello di Manhattan o San Francisco. Un piccolo bilocale, ammesso che se ne trovi uno disponibile, costa circa 2.500 dollari al mese; una stanza nel mancamp ne costa 500 a settimana, e per spendere meno ci sono le distese dei camper nella periferia della città, ma nei mesi invernali la faccenda si fa più ardua. L’albergo offre la colazione a partire dalle 4 del mattino: a parte qualche sparuto visitatore con una macchina troppo piccola per essere credibile, gli altri avventori son tutti operai della “oil rig”. Alle 5 il parcheggio dell’albergo è già deserto. Si intuisce facilmente che i cartelli “no camping” esposti in qualunque area di sosta e parcheggio non sono un’esagerazione. Il sindaco di Williston, Howard Klug, mi spiega che “la popolazione è triplicata negli ultimi quattro anni”, passando da 12.500 a 36.000 abitanti. Nessuno però, nemmeno lui, crede davvero alle cifre ufficiali, che contano soltanto quelli che hanno preso formalmente la residenza lì, non le migliaia che con il lavoro in Dakota mantengono la famiglia altrove negli Stati Uniti, e appena possono li raggiungono. Ognuno a Williston ha una sua personalissima stima del numero di abitanti, ed è certo che quella degli altri sia sbagliata. Il boom petrolifero ha riversato una quantità di ricchezza inimmaginabile sulla città: “Lo stipendio medio, e tiene conto di tutti, dai manager al barista e al netturbino, è di 76 mila dollari l’anno”, dice il sindaco, “ma un roughneck con poca esperienza può guadagnare fra gli 80 e i 100 mila dollari”. Sono i numeri dei quartieri buoni delle grandi città costiere: il reddito pro capite è del 30 per cento superiore alla media nazionale e se il tasso di disoccupazione dello stato è al 3,1 per cento, a Williston la disoccupazione non esiste. Il budget presentato dal governatore Jack Dalrymple per il biennio 2015-17 prevede di mantenere un surplus da centinaia di milioni di dollari nonostante un aumento della spesa pubblica del 14 per cento, perché lo stato ha assolutamente bisogno di potenziare le infrastrutture per gestire il crescente giro di affari e di persone. Certo, molto dipende dal prezzo del greggio, e si sentono parecchi mugugni fra la gente ora che il crollo delle quotazioni ha fatto rallentare anche qui il ritmo degli investimenti. “Ti dico la verità: questa flessione ci permette di prendere le misure che servono a livello di edilizia, di sicurezza e di servizi, e io credo che alla lunga farà bene anche al business. Le aziende serie che hanno una strategia di lungo periodo continueranno a fare profitti, chi è venuto pensando di fare soldi facili verrà spazzato via”, dice il sindaco. Sulla base degli investimenti di lungo periodo, lo stato spera che nei prossimi due anni l’estrazione passi da 1,3 a 1,4 milioni di barili al giorno.

Questa non è la prima ondata petrolifera del North Dakota. Negli anni Settanta e Ottanta, quando ormai la riserva di Bakken era nota da tempo, molte aziende venivano a esplorare il sottosuolo, ma i risultati non erano garantiti. Tessa Sandstrom, direttore della comunicazione del North Dakota Petroleum Council, spiega che “negli anni Ottanta le aziende che trivellavano nel Bakken avevano il 30 per cento di possibilità di trovare petrolio, oggi il 99 per cento”, numeri che hanno innescato la corsa all’oro nero e, con effetto a cascata, hanno attratto professionisti di qualunque settore stritolati dalla crisi e in cerca di un nuovo inizio. Come Jeff Colburn e sua moglie Constance, che due anni fa (ma lui precisa che è più corretto dire “tre inverni fa”, qui usa così) hanno abbandonato i loro posti da dipendenti a San Francisco per aprire il Gogo Cafè, un bar nel centro della città che serve panini, zuppe e donuts. Il sofisticato sandwich al pollo con pinoli, mandorle tostate e una salsa agrodolce della casa che crea un’immediata dipendenza aveva dissolto in un istante tutte le promesse di junk food scritte nella costituzione materiale dell’America rurale: “Questa città ha bisogno di essere un po’ più sofisticata, e noi proviamo a dare il nostro contributo”, dice Jeff. “Siamo venuti qui per lo stesso motivo per cui tutti sono qui, la possibilità di guadagnare bene e vivere tranquilli. E gli affari vanno molto bene”. L’impatto economico dell’industria petrolifera è enorme, e l’indotto cresce anche a dispetto della flessione degli affari per via dei prezzi del greggio. Il Petroleum Council stima che il settore muova in un anno 43 miliardi di dollari all’interno dello stato, circa la metà del giro di affari totale. In termini di occupazione significa che un settore che impiega direttamente 55 mila persone ha fatto da traino per almeno altri 26 mila posti di lavoro.

Non solo. Le entrate del petrolio hanno anche permesso alle undici università pubbliche dello stato di abbassare drasticamente le rette per attirare studenti, con particolare attenzione per chi vuole studiare ingegneria petrolifera e rimanere nel settore. Chi viene da altri stati gode di ulteriori sgravi. Studiare in North Dakota costa la metà rispetto alla media delle università nel resto del paese, e scuole come lo Williston State College offrono percorsi accademici totalmente gratuiti per attirare nuovi studenti.

Il North Dakota ha già vinto la sfida energetica, su quella sociale ed esistenziale sta lavorando. La riserva di Bakken è una benedizione. Dobbiamo capire come convivere con questa rivoluzione senza esserne travolti

Al Four Mile Bar, una stamberga molto amata dagli operai che di ritorno dal lavoro vogliono farsi un paio di birre e mangiare una pizza surgelata Chicken Alfredo, le fredde statistiche di Williston diventano volti, persone. Leroy ha una piccola azienda di pompe idrauliche e sta lavorando per l’amministrazione comunale al progetto di espansione del sistema idrico. La famiglia vive in Montana, lui torna una volta al mese dalla moglie e dal figlio di sedici anni, del quale parla scoppiando di orgoglio. Sull’avambraccio ha il suo volto tatuato. “Non lavoro nell’oil & gas”, dice, ma subito viene interrotto da un signore corpulento e bonario impegnato con l’ennesima Bud Light: “Se la gente non fosse arrivata qui in massa negli ultimi anni, non avrebbero bisogno di espandere la rete idrica, e tu ed io non saremmo qui. La verità è che qui lavoriamo tutti nel settore”.

Tutti gli avventori annuiscono alle parole di John, detto Elwood, pendolare dal South Dakota (calca con decisione la parola “South”, lasciando intendere una certa rivalità fra confinanti) e socio di un’azienda che si occupa di allacciamenti elettrici ad alto voltaggio per chi fa estrazione. Scoppia una gran risata quando Elwood esclama: “Scriverà un articolo in italiano, magari lo legge anche il Papa!”. Un anonimo benefattore offre a tutti un altro drink. Ci sono ragazzi giovanissimi e facce segnate dal tempo, bianchi e neri, vengono dalla campagna e dalla città, ci sono avventurieri solitari e padri di famiglia, eredi della colonizzazione norvegese con gli occhi azzurri e nativi americani che hanno perso le loro usanze tribali. Arriva anche un signore con un senso dell’umorismo tagliente che si proclama “l’unico ebreo russo del North Dakota”. Walter, camionista del Mississippi con un immacolato accento del sud e la pelle dura, trasporta acqua per la fratturazione idraulica. Fa questo mestiere da quarant’anni, inseguendo ogni volta un nuovo boom, una nuova corsa all’oro, un nuovo settore promettente. E’ a Williston dal 2008, praticamente un pioniere dell’ultima ondata. Racconta che gli affari vanno bene, “ma chiaramente qualcosa sta cambiando con il greggio così basso, la mia impressione però è che ci sarà un rimbalzo nel giro di qualche anno”. Discute animatamente delle prospettive degli affari con T.J. nel backyard del locale, mentre il sole scende e le colline che circondano la città si punteggiano di fiamme tremolanti, effetto della costante combustione di flare gas. T.J. è cresciuta qui, in una famiglia della tribù Chippewa, e fin da quando era bambina sogna di trasferirsi in Italia: “Credo che alla fine non ci andrò mai, ma ho chiesto che le mie ceneri siano sparse lì quando non ci sarò più. Quelli della mia famiglia credono che scherzi”. Dopo aver desiderato a lungo di andarsene dal North Dakota, si è ritrovata improvvisamente sul lato giusto della migrazione economica e ora lavora negli uffici amministrativi di una compagnia energetica. Per lei e la sua comunità non è stato facile affrontare la gold rush, che ha portato ricchezza in questo angolo d’America ma ha portato anche problemi da grande città che nessuno qui s’era mai sognato di dover affrontare. Il North Dakota ha già vinto la sfida energetica, su quella sociale ed esistenziale sta lavorando. “La riserva di Bakken  – conclude T.J. – per noi è una benedizione, lo so benissimo, ma ogni tanto ho nostalgia della vita di un tempo, quando quella che vedi, e scusa il francesismo, era ‘our shit’, e qui nessuno voleva venirci. Dobbiamo capire come convivere con questa rivoluzione senza esserne travolti”.

 

North Dakota on the road (foto di Mattia Ferraresi)

informazioni sull'autore
Mattia Ferraresi
Nato per errore in Lombardia, è di Modena. Prima di diventare il corrispondente del Foglio da New York è stato corrispondente da Washington, stagista, collaboratore, studente a vario titolo in quel di Milano, bevitore di Lambrusco, coautore di un libercolo su Obama. Si è innamorato fisso di Monica e a un certo punto l'ha sposata.