Human

Un thè nel deserto

 By Simonetta Sandri

Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio…

(Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe)

Avevo letto questo libricino prima di partire per il deserto, parecchio tempo fa, pagine entusiasmanti che tutti dovrebbero conoscere, senza limiti d’età. Sul mio tavolino del piccolo studio di Passage du Chantier, nel quartiere della Bastille, c’era la sua versione francese illustrata a colori, quando ancora vivevo a Parigi, quando Eni era lontana, quando mai avrei immaginato che il deserto lo avrei vissuto davvero, che ci avrei lavorato. Avevo in mente anche la frase di Charles de Foucauld, che scriveva che “nel deserto non siamo mai soli”, il pensiero di un frate solitario che aveva cercato Dio nel deserto algerino, quello dove mi sarei ritrovata presto. Ritrovata in tutti i sensi, perché non si trattava di “vuoto”, come sosteneva Philippe Diolé, bensì di “abbandonato”, ma abbandonato da chi, da Dio, dagli uomini, dagli animali? Non mi trovavo, e trovo, del tutto d’accordo con l’affermazione, anche se l’etimologia di “desertus” è chiara. Abbandonati dall’inutile, forse, dal superfluo. I miei amici francesi chiamano il deserto “le baptême de la solitude”, forse questa idea si avvicinava maggiormente alle mie percezioni. Lo scrittore Paul Bowles, autore del bellissimo “Il thè nel deserto” (1949), mi comunicava proprio questo, quando mi lasciava leggere che “… in questo paesaggio puramente minerale rischiarato dalle stelle come da razzi, persino la memoria scompare e non resta nient’altro che il vostro stesso respiro e il battito del vostro cuore”.

Ma la vita qui brulica, c’è, eccome… Animale, umana e industriale. In effetti non ero sola, affatto.

La prima volta che avevo visto le immense dune di Bir Rebaa Nord (BRN), in una missione di lavoro al Groupement Sonatrach-Agip (GSA), ero rimasta elettrizzata da quell’altezza e da quei colori intensi così vicini al sole. Quella sabbia negli occhi e nelle narici mi ricordava che ero lì anche per rispettare quell’ambiente, per farlo mio, per comunicarlo, per viverlo. Era incredibile toccare con mano cosa l’uomo potesse fare, come potesse operare in condizioni così remote, come quella terra così arsa potesse contenere nel suo ventre tanta energia e ricchezza. Accorgersi di come la si potesse sfruttare, di come la si dovesse sfruttare con rispetto, di quanta attenzione si dovesse fare a tutto quello che vi era intorno e dentro di essa. Quasi con timore e cautela, di fronte a tanta grandezza dal sapore soprannaturale, mi avvicinavo a quel mare di sabbia che veniva spazzata da un vento caldo, caldissimo. Dune che paiono immobili ma che, in realtà si muovono. Avevo addosso la stessa sensazione che avevo percepito a Tripoli qualche anno prima: il Ghibli di allora che ti attaccava i vestiti ai vestiti, i capelli ai capelli, la gonna alla gonna, che ti appiccicava addosso una sensazione strana di silenzio nel silenzio, di rispetto nel rispetto, di natura nella natura. Un alito caldo che ti sussurrava note orientaleggianti, con un impeto e una forza che difficilmente si potevano allontanare. Un sale nell’aria che dava un sapore diverso alle nuvole.

L’azienda mi stava mettendo alla prova, unica donna italiana in un campo (sarebbero poi arrivate Caterina e Rosanna) ma, allo stesso tempo, mi stava dando l’incredibile opportunità di toccare con mano il mondo fuori da me, il diverso che mi avrebbe tanto cambiato. Angelo, di nome e di fatto, mi aveva messo in quelle condizioni straordinarie, impensabili e impagabili. Ce l’avrei fatta? Cautamente e silenziosamente venivo a contatto con un’altra cultura, con un altro modo di pensare e di vedere il mondo. Essere donna sinceramente non aiutava, in una società dove ancora si fatica ad affermarsi. Ho ceduto ai lacrimoni nella mia camera della base, lo confesso, non perché mi venisse mancato di rispetto ma per la scarsa attenzione che mi pareva venisse concessa al mio pensiero. Almeno all’inizio, perché così non sarebbe stato. Ci voleva tempo, bastava aspettare, con pazienza. Il lavoro, la tenacia e la devozione mi avrebbero aiutato. La trasparenza di azioni e di pensieri mi avrebbe guidato. Così è stato. Insciallah, come dicevano i miei prima “temuti” colleghi locali, poi diventati amici e collaboratori sinceri. Eccomi allora a lavorare fianco a fianco con Said, Toufik, Azzedine, Mokrane, Mohammed. Per non parlare dei colleghi italiani, Renato, Edmondo, Oreste, Nazareno, Valerio, Anselmo, Angelo, Giovanni, Fulvio, Carlo, Roberto e Francesco. E tanti altri.

Ad Hassi Messaoud sono poi venuta a contatto anche con un’altra parte dell’Algeria del sud, quella profonda, quella delle difficoltà di un paese martoriato da passati anni difficili, una storia complessa, un incontro con anime che cercavano di uscire da periodi bui e tristi e per alcuni ancora di difficile spiegazione e interpretazione. Dialogando con tante persone, capisci che quella terra ferita ha tante anime splendide. Incroci qualche tuareg sdentato che ti regala una rosa del deserto e una freccetta, dialoghi con gli amici berberi fieri della loro diversità e della loro lingua, acquisti libri di fiabe berbere, leggi autori algerini come Yasmina Kadra, libri che trovi solo negli aeroporti o nelle librerie di piazza del Duomo a Milano. Ancora fatichi a trovarli in quel Paese così vicino ma per certi versi ancora lontano. L’esilio pesa ancora. L’esilio è un macigno che si sposta a fatica.

Era incredibile toccare con mano cosa l’uomo potesse fare, come potesse operare in condizioni così remote, come quella terra così arsa potesse contenere nel suo ventre tanta energia e ricchezza. Accorgersi di come la si dovesse sfruttare con rispetto, di quanta attenzione si dovesse fare a tutto quello che vi era intorno e dentro di essa

Tutto brulicava di colori, il tempo aveva un’altra dimensione. Mi sono letta anche “Ebano” di Ryszard Kapuściński per vedere scritto nero su bianco che in Africa il tempo ha un’altra valenza. Come se non me ne fossi accorta, di fronte a chi mi diceva che loro hanno il tempo mentre noi occidentali abbiamo l’orologio… Ma le letture serali suggerite da amici e colleghi algerini s’intrecciavano con il duro lavoro di ogni giorno. Sveglia alle 6, colazione nella mensa del campo, inizio del turno alle 7 fino alle 19, 28 giorni in campo e 28 a casa, una produzione importante che non permette errori e distrazioni. Pausa pranzo seguita da breve riposino in camera, un toccasana per le lunghe e roventi giornate, dove si poteva pensare di andare sugli impianti o nei giri pozzo solo alla mattina presto (salvo imprevisti), per evitare “il forno”. La natura femminile ostacola leggermente: non sempre siamo fisicamente forti come i nostri colleghi uomini e a volte è più difficile per noi sopportare fatica e caldo. Non è un’ammissione di debolezza ma la consapevolezza che la nostra diversità fisica a volte ci impedisce una piena uguaglianza. E’ natura, null’altro (anche se non per tutte, ma questo valeva almeno per me). A volte, tuttavia, questa (lasciatemi dire) nobile differenza ci aiuta anche, un sorriso e un segno di fatica incoraggiano un gentile gesto di soccorso da parte di quei colleghi uomini che nel loro animo sono e restano dei veri cavalieri. Non nascondano che questo ruolo a loro piace.

Le giornate erano sempre piene e ricche di emozioni e di esperienze. Alla sera spesso ci scappava un buonissimo e intenso thè, nel tiepido foyer, un thè nel deserto, di quelli profumati come i fiori, scuri come la notte, dolci come la vita, accoglienti come gli amici, aromatici come l’amore…

A fine turno si riordinava la camera e si riassettava il proprio baule argentato, si saliva a bordo dell’elegante Falcon, incrociando solo raramente il proprio “back to back” (il mio era l’amico Gianpiero), felici di rientrare a casa ma soddisfatti per quei lunghi giorni intensi e laboriosi. Sicuri che al turno successivo si sarebbero ritrovati gli stessi amici ad aspettarci. Fino al cambio di contratto e, con esso, di destinazione. Chi lo sapeva, se sarebbe stata ancora Africa o altro.

Bei tempi, quelli. Ci siamo ingegnati, mossi, attrezzati, svegliati, adoperati, scontrati, battuti, rigenerati. Siamo cresciuti. Abbiamo lavorato con frenesia, dialogo, motivazione e scambi intellettuali a volte leggermente dissonanti e impazziti; ci siamo confrontati con tenacia, arguzia, volontà, ma anche con caldo, mosche, odori, sapori, colori, suoni. Con attenzione alla cultura, agli altri, al loro modo di essere e al loro sentire, sforzandoci sempre di più nella tutela di un ambiente unico, prezioso e delicato, a fatica, a volte, è vero, ma con volontà e impegno. Dobbiamo ancora fare un po’ i conti con un passato dove qualcuno è stato forse po’ distratto, ma basta crederci. O no?

“Viaggiare nel deserto significa camminare nella nostra solitudine per imparare a dar valore anche alle piccole cose…” (Romano Battaglia)

Algeria in cifre
informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.