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Petrolio primo amore

 By Chris Dalby

Il crollo del barile spinge molti lavoratori espulsi dal settore a cercare lavoro nei settori delle energie rinnovabili. Quanto a competenze, passare dagli idrocarburi alle rinnovabili è una strada relativamente diretta. Gestire una centrale eolica o un progetto solare è qualcosa che sa fare chi ha lavorato nell’Oil & Gas, anche se governi, aziende e istituzioni non hanno ancora definito un appropriato quadro strategico perché questi cambiamenti possano avvenire in maniera collaudata. Chris Dalby racconta come sta avvenendo questa transizione e perchè, in fin dei conti, chi lavora nel settore petrolifero e chi ambisce a lavorarci, è convinto che il settore, nonostante la brutta congiuntura, abbia ancora un grande futuro da scrivere… 

(Cover foto tratta da www.bloomberg.com)

(Foto tratta da www.solutionwind.com)

Aberdeen, Calgary, persino Williston, anonima cittadina del Nord Dakota tra il confine con il Montana e quello canadese, hanno una cosa in comune: sono luoghi dove le imprese possono far soldi in cambio di alcuni mesi di lavoro intenso nei pozzi petroliferi. Questo almeno finché non è crollato il mercato.

Nel febbraio 2014, i prezzi al barile erano ancora a 103,60 dollari. Due anni dopo sono crollati intorno ai 30. Di conseguenza il costo umano dello sboom si è fatto sentire. Solo nello stato dell’Alberta lo scorso anno sono stati licenziati più di 30.000 lavoratori nel campo delle risorse naturali. Nel 2012 Aberdeen era uno dei posti più felici in cui vivere nel Regno Unito, ora la sua economia si è fiaccata, bruciando più di 1.200 posti di lavoro nel campo petrolifero. E ancora. A gennaio, BP ha annunciato che avrebbe tagliato del 25% il suo personale del mare del Nord, circa 600 persone in Scozia. Insomma si rischia di disperdere la professionalità e l’esperienza di migliaia di lavoratori, anche perché l’industria del petrolio è sempre stata ciclica e i licenziamenti sono spesso stati visti come una misura temporanea: i lavoratori del settore riuscivano abbastanza facilmente a trovare dei contratti a termine per tamponare la situazione prima che le grandi aziende del settore li riassumessero. Questa volta, però, potrebbe non essere così.

Patricia, ingegnere chimica brasiliana residente a Houston, sta lavorando per un’azienda chimica di nicchia dopo essere stata licenziata da una raffineria nei primi mesi del 2015, quando i prezzi sono crollati. “Mi ci è voluto un mese per trovare lavoro. Ma preferirei di gran lunga lavorare nell’industria petrolifera”.

Un settore contiguo per chi lavora tradizionalmente nel petrolio è quello delle rinnovabili. Secondo Adriaan Kamp, consulente olandese nel settore dell’energia, “quanto a competenze passare dal vecchio al nuovo settore delle energie dovrebbe essere una cosa relativamente diretta”, ha spiegato al Guardian l’anno scorso. “Gestire una centrale eolica o un progetto solare è qualcosa che sa fare chi ha lavorato nell’Oil & Gas, costruendo e organizzando strutture”. Matt Hall, uno specialista della filiera di Alberta, aggiunge tuttavia che i governi non hanno ancora definito un appropriato quadro strategico perché questi cambiamenti possano avvenire.

“Alberta sta ancora vivendo un periodo di transizione. Il nuovo governo ha appena iniziato la revisione delle sue royalties per tenere fissi i tassi, ma offre anche nuovi incentivi per sottoprodotti del metano o propano, e per impianti di plastica e tessili nello stato. Non è proprio la cosa giusta per le rinnovabili ma almeno è una manovra per controbilanciare le difficoltà”.

I posti di lavoro creati nel mondo nelle energie rinnovabili

Alcune aziende come Siemens iniziano a vedere questa transizione come un’opzione percorribile e offrono programmi post-laurea e di formazione per quei professionisti che cercano di entrare nell’industria delle rinnovabili. Tuttavia, questo percorso di carriera all’apparenza ovvio non ha ancora preso piede in un mercato più ampio. Viene la tentazione di credere che l’industria Oil & Gas, sempre attenta ad anticipare le potenziali crisi, si sia trovata impreparata nel dover affrontare questa necessità.

All’inizio del 2014, un sondaggio sulle risorse umane dell’Oil & Gas condotto da Mercer consultancy su 154 compagnie, ha scoperto che una priorità chiave era quella di acquisire ancora più talenti. Un anno dopo, nel corso di un altro sondaggio, un terzo degli intervistati stava riducendo le assunzioni mentre altri stavano congelando o abbassando gli stipendi, se non addirittura licenziando direttamente le persone.

In ogni caso per quelle compagnie petrolifere che hanno interessi nel settore delle rinnovabili sembra quasi un’opportunità sprecata lasciare andare via le persone invece che dar loro una nuova formazione, anche se la natura prolungata di questa crisi comporta il fatto che i lavoratori del petrolifero non possano più permettersi di aspettare. Tanto più che l’industria delle energie rinnovabili sta assumendo personale. Solo nel 2014, sono stati creati nel settore a livello globale più di 7,7 milioni di posti di lavoro, 724.000 solo negli USA. Un trend che sembra continuare in maniera stabile.

Il Messico ad esempio ha mostrato segnali di progresso in questo campo. Come spiega Wallace Porter, senior editor della Mexico Energy and Sustainability Review, “un progetto condotto dal CICESE di Esnada (Center of Scientific Investigation and Superior Education) mira proprio a costruire centrali eoliche costiere prima di spingersi a crearne di offshore impiegando il personale ex Pemex con esperienza nella costruzione e gestione di turbine a vento”.

(Foto tratta da www.cnbc.com)

C’è poi un altro fattore da considerare in questa transizione dagli idrocarburi agli impieghi nel capo del solare e dell’eolico: l’attaccamento dei lavoratori Oil & Gas al loro settore. Patricia, l’ingegnere chimica brasiliana, ha preferito non darci il suo nome completo in quanto avrebbe ancora il desiderio di tornare nell’industria petrolifera.

Qualche tempo fa il canadese Financial Post ha scritto che un certo numero di aziende sono reticenti ad assumere personale che proviene dal petrolifero proprio perché temono che quando i prezzi del barile torneranno a salire questi lavoratori vorranno ritornare ai loro posti preferiti.

Ad esempio Michel Cuvillier, un geologo che sta completando un master al College di Charleston prima di cercare lavoro nell’industria petrolifera, ha una vera e propria passione per l’oro nero e crede che le compagnie di settore siano nella posizione giusta per completare in prima persona la transizione energetica. “Nonostante la nostra società si stia allontanando dagli idrocarburi come fonte primaria di energia, l’industria petrolifera continuerà a essere florida per il fatto che migliaia di altri prodotti come quelli elettronici, chimici e farmaceutici, sono a base di petrolio”, ricorda Cuvillier.

Inoltre, nonostante i recenti licenziamenti, sarà difficile che venga meno la fedeltà di questi lavoratori nei confronti delle loro aziende. “Non conosco nessun addetto del settore che stia effettivamente puntando verso la transizione alle rinnovabili”, spiega il geologo. “Chi lavora in questo campo tende a sposare le aziende per cui lavora perché vi sono grandi opportunità di crescita”.

Questo atteggiamento positivo è abbastanza tipico e riscontrabile tra tutti i giovani laureati consultati per scrivere questo articolo. Nonostante i problemi che i loro potenziali colleghi più anziani devono fronteggiare, il sentimento diffuso è che per la transizione da una fonte di energia all’altra ci vorrà tempo, e che una volta che i prezzi torneranno a salire, anche loro avranno una carriera promettente nell’industria petrolifera…

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Chris Dalby