Human

Supereroi degli abissi

 By Giancarlo Strocchia

Oltre il buio, oltre la pressione che schiaccia, uomini di grande passione e competenza operano in condizioni proibitive (anche a 200 metri di profondità), con la precisione di un chirurgo e la competenza di un ingegnere. Tra loro c’è anche Daniele Galvani, ex operatore tecnico subacqueo oggi supervisore dell’attività “diving and underwater” di Eni. Nella sua lunga carriera ha ispezionato decine di piattaforme e messo insieme chilometri di tracciati delle pipeline internazionali, confrontandosi con le insidie degli abissi…

“La passione è il motivo principale per cui ho deciso di fare questo lavoro, il primo movente. Se non avessi fatto questo, probabilmente, non avrei fatto nient’altro”. Un pensiero profondo, espresso di getto, che manifesta tutto l’impeto che guida Daniele Galvani nella sua professione. E di profondità Daniele se ne intende, se consideriamo che buona parte dei 30 anni che hanno preceduto il nostro incontro li ha trascorsi praticamente inabissato a quote che la maggior parte degli uomini considererebbe del tutto proibitive.

Daniele Galvani, il signore degli abissi
La mia storia inizia il 7 gennaio dell’82, quando, dopo essermi congedato dalla Marina Militare, iniziai la mia avventura underwater per Eni. Fare questo mestiere è stata la vera fortuna, oltre che il grande privilegio, della mia vita...

Daniele oggi è un supervisore alle attività subacquee di Eni, ma prima ancora lui stesso, proveniente dalla Marina Militare, era un tecnico subacqueo di basso e alto fondale. Lui fa parte di quel ristretto contingente internazionale di uomini, all’apparenza ordinari, ma che invece avrebbero tutti i requisiti per essere considerati straordinari e che operano anche oltre i 100 metri, nelle profondità marine, dove occorre intervenire per costruire, ispezionare e riparare piattaforme, impianti e grandi pipeline che portano petrolio o gas da un capo all’altro dell’emisfero.

Un mestiere letteralmente sotto pressione...

I migliori del mondo…e scusate se è poco

Nel suo racconto esordisce con uno scatto d’orgoglio “noi italiani siamo i migliori nel campo”, e non è poco. “La mia storia inizia il 7 gennaio dell’82, quando, dopo essermi congedato dalla Marina Militare, iniziai la mia avventura underwater per Eni. Fare questo mestiere è stata la vera fortuna, oltre che il grande privilegio, della mia vita.” Daniele imprime nelle sue parole la fermezza ma anche la calma che devono aver caratterizzato tutto il suo percorso professionale. “Ho iniziato facendo anche 230/240 immersioni all’anno, un training estremamente faticoso vissuto insieme ad una squadra di 6 sommozzatori”. I ritmi lavorativi di un subacqueo di alti fondali sono scanditi da periodi di lavoro circoscritti e, inevitabilmente devono seguire regole ferree affinché il fisico possa recuperare, evitando l’esposizione a possibili conseguenze per la salute.

Esistono due tipologie di sommozzatori: chi si occupa di attività di basso fondale e opera ad una profondità di non oltre 40 metri e chi, invece, può arrivare ad intervenire a quote che sfiorano i duecento metri. Ed è proprio in quest’ultimo caso che scattano procedure che, come si può immaginare, sono di estrema delicatezza e meticolosità.

Ventotto. E’ questo il numero fatidico per un alto-fondalista, come si definisce in gergo. Ventotto è infatti il numero massimo di giorni che un sub può fare in un turno, considerate le condizioni di pressione e di buio delle profondità marine. La squadra di uomini che interviene in questi luoghi deve essere posta nelle condizioni idonee per operare in sicurezza. Si parte prima di tutto dalla procedura di saturazione che porta il fisico dei sub allo stesso livello di pressione che troveranno nell’ambiente marino esterno. Questa attività avviene all’interno dell’impianto di saturazione, ovvero l’ambiente pressurizzato nel quale i sommozzatori vivono durante il turno, quando non sono in acqua. La squadra si divide in coppie, per coprire le 24 ore, avvicendandosi ogni  8 ore. E’ all’interno della cosiddetta campana che vengono portati alla profondità in cui devono operare, ed è dentro la campana che, terminato lo shift giornaliero in acqua, vengono riportati in superficie sulla barca che segue le attività. Così tutti i giorni, così per ventotto giorni. La campana e l’impianto di saturazione diventano la loro casa, il luogo dove trascorrere le ore “all’asciutto“.

“Uno spazio molto ristretto da condividere con gli altri colleghi. E’ qui che noi diventiamo una squadra. Perché quando poi siamo sott’acqua, a profondità elevatissime, il nostro compagno di immersione è molto di più di un collega, è l’unica persona che può aiutarci in un’eventuale situazione di pericolo” aggiunge Daniele.

Priorità alla sicurezza

Nulla ovviamente è lasciato al caso. I subacquei sono monitorati h24 nel loro operato. L’equipe che interviene si compone, oltre che degli uomini che effettivamente svolgono le operazioni underwater, anche da un capocantiere che sovraintende alla missione, 4 supervisori, due per ogni turno di 12 ore.

La sicurezza del personale operativo resta sempre la priorità. In Italia ci sono centri ospedalieri iperbarici lungo le coste dell’Adriatico, dove sono dislocate le principali attività offshore. Nei paesi esteri più carenti di infrastrutture ospedaliere d’eccellenza, un medico iperbarico segue le attività a bordo del mezzo navale d’appoggio.

“L’occhio esperto di un supervisore, che spesso ha già svolto il lavoro da subacqueo, deve poter prevenire ogni possibile rischio – aggiunge Daniele – Solo così si può scongiurare l’eventuale inconveniente che, per chi vive e si muove a 150 metri di profondità, potrebbe rivelarsi fatale”. Insieme alla professionalità e ai controlli scrupolosi, uno spazio viene concesso anche alla scaramanzia “il mio portafortuna, in tutti questi anni, è stata una carta da gioco, una donna di cuori, infilata nel calzare della muta”.

Oggi Eni, così come quasi tutte le major internazionali, non ha subacquei di alto fondale all’interno del proprio organico ma si rivolge a società esterne specializzate. Sono invece 4 i componenti del team operativo dei supervisori subacquei, di cui Galvani fa parte, che lavorano in Eni e che guidano le “spedizioni”.

“Andare fuori, in mare, e offrire la mia esperienza e il mio supporto a ragazzi di vent’anni mi permette un confronto e un contatto costante con la professione” ribadisce Daniele. “Loro forse hanno un modo di affrontare questo lavoro diverso dal mio. Io a volte posso risultare un po’ burbero ma sono contento del rispetto che i ragazzi mi dimostrano”. Un rispetto doveroso che Daniele rivolge anche alle sporadiche rappresentati dell’altro sesso che hanno fatto parte delle squadre di lavoro in saturazione negli alto-fondali “È successo circa 5 anni fa. Ho spinto io stesso per portare una ragazza che ritenevo molto brava, che non mollava mai e che in molte operazioni si è dimostrata molto più brava di noi uomini, perché molto più precisa. È stata una grande soddisfazione.”

Oltre i 200 metri di profondità l’occhio umano distingue solo tre colori: il marrone, il blu e il verde

Ma il futuro cosa riserverà? La tecnologia riuscirà a rimpiazzare il lavoro che questi uomini svolgono sott’acqua?

Oggi vengono già utilizzati dei ROV (Remotely Operated Vehicles),delle unità underwater pilotate da remoto  che permettono di operare a quelle profondità a cui l’uomo non può fisicamente arrivare, ovvero oltre i duecento metri. Oggi siamo ancora però lontani dal giorno in cui un ROV potrà prendere completamente il posto dell’operatore umano, sia per precisione che per affidabilità. E poi l’affiatamento che si può creare nelle squadre di subacquei va al di là del semplice rapporto tra colleghi e fa di questi uomini un team di professionisti super specializzati. Uomini a cui mai nessun robot potrà sottrarre l’orgoglio di portare a termine, quotidianamente, delle autentiche “mission impossibile”.

Un vero mondo a parte quello di questi supereroi degli abissi, un mondo che può assumere connotati del tutto inediti, se si pensa solo al fatto che, come ci spiega tra il serio e il faceto Daniele, “oltre i 200 metri di profondità l’occhio umano distingue solo tre colori: il marrone, il blu e il verde. Infatti, se dovessimo ferirci, il nostro sangue apparirebbe blu, e non per la nostra origine nobile”. Beh, se dovessimo chiosare questa espressione, potremmo concludere dicendo che in certi casi la nobiltà non si misura sull’origine blasonata degli ascendenti ma sull’esempio di coraggio, di tenacia e di forza d’animo che questi uomini dimostrano quotidianamente.

informazioni sull'autore
Giancarlo Strocchia
Giornalista professionista, ha iniziato il percorso professionale prima presso alcune testate radiofoniche passando successivamente alla Tv e alla carta stampata (La Voce di Montanelli, Euronews, Rai Format). Ha collaborato per oltre un anno con il Dipartimento di Pubblica Informazione delle Nazioni Unite a New York e si è occupato di comunicazione aziendale e CSR. Oggi collabora stabilmente con la testata Oil e il portale Abo.net