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Il Myanmar, per esempio

 By Stefano Carbonara

Mi dirigo verso l’imbarco del volo domestico che porta da Yangon, capitale economica, a Nay Pyi Taw, capitale politica del Myanmar, e penso al grande impegno di trasformazione socio-economica che sta affrontando il paese dopo decenni di isolamento nel cuore del Sud East Asiatico…

Un cambiamento epocale, che seppur complesso, si percepisce quotidianamente. Un anno fa l’aeroporto di Yangon era poco più che una piccola struttura a gestione familiare. Ora è in forte espansione, con Terminal di grande modernità, che quasi contrastano con la radicata e tipica cultura birmana. File colorate di uomini locali abbigliati nei loro caratteristici longyi, il lungo tessuto che si avvolge dalla vita fino ai piedi a mo’ di gonna, e donne affrescate sul viso dal thanaka, la peculiare polvere cosmetica, si mescolano agli espatriati mentre salgono le scalette del bimotore.

Raggiungere Magway

Il volo percorre verso nord i circa 340 km che separano Yangon da Nay Pyi Taw. Il monsone è appena terminato e dall’alto si scorgono bene i campi di riso verde che bordano le alte colline che si snodano lungo la direttrice nord-sud del paese. L’orografia del Myanmar ricorda quella Italiana, bordato dal mare per tutto il suo lato occidentale, il paese viene solcato longitudinalmente da rilievi e a nord confinato latitudinalmente dai grandi bastioni che portano alla catena himalaiana.
Raggiunta Nay Pyi Taw, con un percorso di quattro ore offroad mi dirigo verso Magway dove Eni Myanmar opera un blocco esplorativo a terra nel cuore del Myanmar, conosciuta come la dry zone, una delle aree più povere del paese caratterizzate da elementi naturali contrapposti in cui si colloca una comunità agricola ancestrale che lotta per la sopravvivenza.

Il tragitto intrapreso per raggiungere Magway

I villaggi costruiti in bamboo, gli aratri trainati dagli animali, i contadini immersi sino alle ginocchia nelle risaie preannunciano l’arrivo a Magway, dove il fiume Irrawaddy, fonte di vita e sostentamento, regala un suggestivo tramonto rosa e celeste.
Da Magway ci dirigiamo verso sud per circa 20 km verso il campo base, all’interno del nostro blocco operato, denominato RSF-5. Assorto nel viaggio, ripercorro le varie fasi del rilievo sismico (520 km2), un progetto sfidante per contesto ambientale, dimensioni e presenza sul territorio. Il campo base accoglie 600 persone e 165 mezzi, collocato in un’area priva di ogni genere di utenza e struttura preesistente.

Questione di credibilità

In quest’area remota, la terra è l’unica risorsa per la popolazione. La vita ruota attorno alle stagioni, alle colture, alle fonti d’acqua e a piccole attività commerciali. Le precedenti esperienze nell’area, derivate dalle operazioni dell’industria estrattiva, hanno lasciato solo ricordi negativi. Di conseguenza, la diffidenza verso il nostro progetto era comprensibile. Eravamo consapevoli che la chiave per esecuzione e completamento delle attività era il rapporto con i nostri stakeholder. Lo stesso Danish Institute for the Human Rights (DIHR), istituzione governativa indipendente che promuove e tutela i diritti umani e la parità di trattamento in Danimarca e nel mondo, al quale avevamo richiesto uno studio di impatto sui diritti umani prima dell’inizio delle attività, aveva identificato nell’accesso alle aree oggetto di operazioni una delle principali criticità del rilievo, sia sotto il profilo operativo che reputazionale.
Ripenso a come la nostra comprensione della cultura locale, del territorio, delle aspettative delle persone del posto, della loro quotidianità, sia cresciuta nel tempo, al punto da divenire consumati conoscitori di tutte le coltivazioni presenti nel rilievo sismico: noccioline, sesamo bianco, rosso e nero, ceci e leguminose, ricordandone prezzi e produttività!

Il campo base

La predisposizione di una procedura ad hoc per la gestione dell’accesso alle aree e la sua condivisione con le autorità locali, ha richiesto un lungo e paziente lavoro, fatto di incontri, calcoli, revisioni e consultazioni pubbliche nei villaggi.
In questa fase iniziale, già così complessa, è stata fondamentale la capillare presenza sul terreno di colleghi birmani competenti e preparati, che hanno garantito un contatto diretto, un punto di riferimento anche per la gestione di reclami e lamentele provenienti dalle comunità (Grievance Mechanism). La così denominata squadra di “Permit-man” era costituita da 20 persone Eni, 20 del contrattista sismico e 17 della compagnia statale. Il “permitting” è quel processo che stabilisce come approcciare le comunità locali temporaneamente coinvolte dal progetto, a causa dell’accesso nelle loro proprietà. Si articola nell’identificazione catastale dei soggetti interessati, nella richiesta del permesso di accesso, nello svolgimento delle operazioni, nel computo dei danni e nella successiva compensazione. I “Permit-man” sono responsabili di ciascuna di queste fasi e si interfacciano con gli abitanti secondo le procedure di Land Management stabilite da Eni Myanmar.

Il campo base di Myanmar

La consultazione

Grazie alla nostra presenza capillare, le persone hanno iniziato a comprendere che non avremmo danneggiato i loro campi, che vi era un sistema ben organizzato e che chiunque avesse una rimostranza poteva contattare i nostri Permitting-man, che si sarebbero attivati nell’arco di 12 ore per incontrare la persona e trovare una soluzione.
Sebbene lo staff locale non avesse mai lavorato per Eni, il team si è calato pienamente nello spirito del progetto, interpretando al meglio il nostro modello di sostenibilità. Il senso di appartenenza nell’indossare la divisa con il logo del cane a sei zampe, la consapevolezza che stavano contribuendo ad un possibile sviluppo energetico del loro paese, li ha guidati in un lavoro di squadra pieno di energia ed entusiasmo. La cooperazione e l’empatia con le comunità locali hanno permesso il miglioramento graduale della situazione dopo pochi mesi di lavoro insieme.

Le attività di Permitting e la visita dei ministri

Si è cercato di venire incontro alle aspettative delle comunità, attraverso la realizzazione di piccoli progetti sociali come la recinzione di una scuola, la costruzione di strade per raggiungere la pagoda, la sistemazione di un pozzo ad acqua, l’elettrificazione di un intero villaggio, l’installazione di una biblioteca e fornitura di più di 20.000 tubazioni per la canalizzazione dell’acqua. Queste semplici iniziative hanno conferito un importante beneficio ai villaggi, confermando l’impegno sociale di Eni Myanmar nell’area ed enfatizzando un approccio basato sull’umanità, la fiducia, l’ascolto, la passione e la professionalità.
Mentre altri operatori nel paese in condizioni analoghe alle nostre, rinunciavano o ridimensionavano il layout dell’acquisizione sismica, Eni Myanmar ha concluso con successo a fine gennaio del 2018 uno dei rilievi a terra più estesi mai acquisiti in loco. Per l’occasione, un’ampia delegazione governativa guidata dal Ministro dell’Energia e dell’Elettricità e dal Primo Ministro di Magway ha visitato il Campo Base Eni, definendo il nostro progetto un modello senza precedenti nel paese per l’applicazione di standard internazionali di HSE e di sostenibilità.

La delegazione governativa guidata dal Ministro dell’Energia e dell’Elettricità e dal Chief Minister di Magway visita il Campo Base Eni

Il DIHR

A conclusione del progetto, nel febbraio 2018, il DIHR è tornato a visitare l’area per valutare l’impatto delle operazioni nel territorio effettuando interviste ai lavoratori, ai villaggi coinvolti, NGOs e organizzazioni e autorità locali (Community Based Organizations). Il censimento ha registrato un consenso generale e altamente positivo da parte degli stakeholders per il lavoro svolto sul campo da Eni Myanmar. In particolare per l’approccio rigoroso e sistematico adottato da Eni, riproducibile ed affidabile, che ha permesso di stabilire un rapporto di fiducia con le comunità, nel rispetto dei diritti umani e del lavoro delle persone.

Il DIHR torna a visitare l’area per valutare l’impatto delle operazioni nel territorio

Sono arrivato al campo base, o a quel che ne resta, visto che sono in corso le attività di de-mobilizzazione. I volti degli amici e colleghi sono rilassati e traspirano orgoglio per quanto perseguito in questo lungo anno. Abbiamo condiviso ricordi intensi e vissuto momenti indimenticabili, le cui emozioni resteranno per sempre custodite nei nostri sentimenti.
Lasciamo il campo con la certezza di avercela messa tutta e la speranza di aver lasciato, nel nostro piccolo, un esempio da seguire all’interno dell’industria dell’energia.

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Stefano Carbonara
Eni Myanmar Managing Director