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Piadina offshore

 By Marco Alfieri

C’è stato un periodo, sulla Riviera romagnola, in cui migliaia di contadini, pescatori e salinari da Cervia a Cattolica, diventano albergatori. I lotti di terreno a mare vengono acquistati comprando cambiali dal tabaccaio, spesso pagandoli con altre cambiali. Tanto dai debiti si rientra velocemente grazie alla clientela assicurata dal boom. Nasce la vacanza democratica per impiegati e operai che il mare non l’avevano mai visto. Arrivano le famiglie Brambilla dal triangolo industriale, i bolognesi, i tedeschi (e soprattutto le tedesche). Correvano i mitici anni Sessanta. In parallelo, a pochi chilometri di mare dalla costa, crescono piattaforme offshore come funghi. Al primo campo di Ravenna mare, nel 1960, seguiranno rapidamente quelli di Cervia Mare, Porto Corsini, Santo Stefano mare nel medio Adriatico e via costruendo. Come se il boom di alberghi e campi in mare corresse parallelo, senza disturbarsi. Anzi alimentandosi a vicenda perché il boom economico è il propellente di quello turistico. Intorno a Ravenna, a pochi passi dai suoi tesori d’arte, nasce addirittura un polo petrolchimico e un indotto offshore tra i primi al mondo. Se c’è una cosa che insegna a tutti la Romagna è che turismo, attività estrattiva, buona cucina e cultura vanno felicemente a braccetto da oltre cinquant’anni…

(Nevicata in piattaforma. E’ raro ma succede…)

Venticinque stanze, come nel millenovecentosessanta. Quando i turisti si chiamavano bagnanti e alla pensione Edy di Rimini, tra via Tenda e la ferrovia, c’erano Adriana e Attilio. Tirare su due muri in quegli anni di boom e affittare le prime stanze agli stranieri che scendono in Romagna è quasi irresistibile. C’è l’incognita del nome, ma ci pensa “Lascia o Raddoppia”, Mike Bongiorno & Edy Campagnoli. Pensione Edy, oggi “Hotel Edy, la tua casa al mare…”

Le pensioni in Italia sono sparite per legge nel 1983. In realtà hanno solo cambiato insegna, diventando hotel a una o due stelle e fanno ancora più del 30% degli alberghi della Riviera, da Marina di Ravenna giù fino a Cattolica. Apertura da maggio a settembre, piccoli lavoretti di manutenzione in inverno, conduzione familiare e gli ospiti che entrano clienti ed escono amici.

Certo negli anni Sessanta ospitalità voleva dire il bagno in fondo al corridoio, oggi il premio fedeltà agli ospiti che tornano, la tv in camera, il condizionatore e il menù a scelta carne, pesce o vegetariano. Ma i turisti sono gli stessi del mondo di ieri: famiglie operaie e artigiane con bambini che crescono e ritornano per le sale giochi e gli amici in spiaggia, ceto medio impiegatizio della provincia italiana e macchine utilitarie piene di nonni e passeggini per un confort dignitoso anche al tempo del wifi in veranda. Insieme a un prezzario imbattibile: pensione completa da 40 euro al giorno.

LA VAL PADANA FINISCE IN MARE

L’Italia ha incominciato a interessarsi di offshore sin dagli anni Cinquanta, quando le ricerche di gas effettuate dall’Agip, espandendosi a sud della pianura padana dopo le scoperte di Caviaga (Lombardia) e Cortemaggiore (Emilia), arrivano a Ravenna, dove la società coglie alla fine del 1952, il primo grande successo con la scoperta di un grande giacimento di gas nell’entroterra.

“Le ricerche si andavano spostando sempre più verso sud e verso est, incominciando a interessare la Romagna e il Veneto. Nel 1949, due gruppi sismici americani della Western avevano messo le loro basi a Forlì e a Ferrara. Un terzo gruppo sismico dell’inglese Seismograph Service Ltd (responsabile l’ingegner Selem che poi sarebbe diventato capo del servizio geofisico dell’Agip), a Treviso. Dall’interpretazione dei loro rilievi emerse una serie impressionante di strutture, soprattutto nella zona romagnola, tutte pronte da perforare. Presso questi gruppi sismici erano mandati i giovani ingegneri Agip per fare addestramento e diventare poi protagonisti del futuro servizio geofisico. Fra le strutture individuate dal gruppo sismico con sede a Forlì si impose subito per grandezza quella trovata nelle vicinanze di Ravenna, alla quale fu dato il nome della città. Si trattava di un’ampia anticlinale a forma di cupola appiattita, estesa per circa 18 chilometri…” (La scoperta del Ravenna 1, dal libro Il Distretto di Ravenna nel mondo degli idrocarburi, a cura dell’Associazione Pionieri e Veterani Agip, 1999)

I geologi del resto parlavano da tempo di strutture che si aprivano verso l’Adriatico ma non c’erano ancora mezzi d’indagine adeguati e soprattutto la perforazione non si era ancora lanciata verso i pozzi a mare. L’intuizione che l’Adriatico fosse una ricca provincia a gas spinge l’Agip nel 1958 ad effettuare il primo rilievo sismico marino in Italia. In Adriatico vengono individuate diverse strutture di fronte a Ravenna. I primi due pozzi perforati dallo Scarabeo 1, appena uscito dai cantieri navali di Massa, risultano sterili. Al Ravenna 3, nel 1960, si ha invece la scoperta del primo grande giacimento di gas offshore italiano e dell’Europa occidentale, entrato in produzione nel 1964. Il mare del Nord dovrà aspettare il 1967 (Hewitt) per un successo simile.

Nel 1959, l’impianto che iniziò le operazioni nel mare Adriatico era formato da una piccola piattaforma mobile, che comprendeva la torre di perforazione, e da una nave appoggio sulla quale erano collocate le pompe, i motori, materiali e carburanti vari, nonché gli alloggi per il personale di sonda. Il collegamento tra le due unità avveniva mediante pescherecci noleggiati e opportunamente attrezzati… (Adalberto Gulli, La prima volta in mare)
Pausa pranzo in piattaforma (foto di Federico Patellani)

Sono tempi da pionieri e non c’è nemmeno una legge specifica sull’offshore. Ci si serve della legge del 1927 (la prima legge mineraria organica dello Stato italiano) che viene estrapolata anche per il mare, avvalendosi della Convention on the Law of the Sea ratificata a Ginevra nel 1958 da una settantina di nazioni, che fissa la giurisdizione della piattaforma continentale, estendendo la possibilità di esplorazione petrolifera in mare, da parte dei paesi rivieraschi, fino a una isobata di 200 metri. Anche la legge del 1953 istitutiva dell’Eni, stabilisce che l’area del Cane a sei zampe, centrata sulla Pianura Padana, prosegua in offshore in una striscia distante dalla costa per 15 km.

Dopo i primi grandi successi in Adriatico fu chiaro a molti l’urgenza di una legislazione apposita che incentivasse la ricerca in mare fissando norme per la protezione della vita marina e dell’ambiente. Il direttore Generale dell’Agip di allora, l’ingegner Egidio Egidi, affida al geologo Dante Jaboli il compito di studiare le basi per una legge sull’offshore. Insieme agli esperti del Ministero dell’Industria, Jaboli fornisce tutta l’assistenza tecnica per realizzare il provvedimento, approvato dal Parlamento nel 1967. Tre anni dopo Egidi e Jaboli voleranno in Norvegia invitati dallo Storting (il Parlamento norvegese) per illustrare la legge petrolifera italiana in mare. Eravamo stati il primo paese europeo a dotarsi di una legislazione per l’esplorazione e produzione di idrocarburi nell’offshore. Non è un caso che nel 1972, quando il governo norvegese creerà la Statoil, Società petrolifera di Stato, lo farà proprio sul modello dell’Eni.

 

IL GIGANTE DI RAVENNA

Ravenna per Eni significa il consolidamento dei successi della ricerca di idrocarburi registrati nella pianura padana nella seconda metà degli anni Quaranta, l’inizio della grande avventura Agip nell’offshore, che ha portato il Cane a sei zampe dall’Adriatico in tutti i mari del mondo e lo sviluppo della petrolchimica italiana, partendo dal metano trovato nel retroterra e poi al largo di Ravenna come materia prima.

Nel 1956 la creazione dello stabilimento di gomma sintetica rappresenta un punto di svolta di tutta l’industrializzazione italiana. La costruzione viene ultimata nel giro di due soli anni, sorprendendo perfino i tecnici americani, affiancati dalla licenziataria Phillips Petroleum Co., che lo avevano progettato in collaborazione con gli uffici tecnici dell’Anic. Ogni giorno arrivavano lunghe file di camion stracarichi di tubazioni, apparecchiature, macchine, motori, strutture metalliche e una marea di pali di rinforzo del terreno, poiché la fabbrica sorgerà sul terreno acquitrinoso del delta padano.

Con la costruzione del gigante, Ravenna cambia fisionomia. Da borgo di pescatori e contadini diventerà la culla di un poderoso insediamento petrolchimico moderno capace di una sfilza di record, dalla prima produzione di gomma sintetica SBR fredda in Europa ai fertilizzanti e altri innovativi prodotti chimici.

Il Gigante di Ravenna, uno dei più grandi stabilimenti chimici d'Europa

VITE PARALLELE

C’è stato un periodo, in Riviera, in cui migliaia di contadini, pescatori e salinari da Cervia a Cattolica, diventano albergatori. In città devastate dalle bombe come Rimini il mare è l’unico sbocco alla ricchezza, con la linea della ferrovia che diventa un confine dell’anima. I lotti di terreno a mare vengono acquistati comprando cambiali dal tabaccaio, spesso pagandoli con altre cambiali. Tanto dai debiti si rientra velocemente grazie alla clientela assicurata dal boom.

Nasce la vacanza democratica per impiegati e operai che il mare non l’avevano mai visto. Arrivano le famiglie Brambilla dal triangolo industriale, i bolognesi, i tedeschi e soprattutto le tedesche, destinate ad alimentare tutto un filone letterario (a fine anni Sessanta la metà dell’incoming è targato Germania e Scandinavia e solo nel riminese si contano la bellezza di 3.300 alberghi/pensioni).

In parallelo, a pochi chilometri di mare dalla costa, crescono piattaforme come funghi. Al primo campo di Ravenna mare seguiranno rapidamente quelli di Cervia Mare, Porto Corsini e Santo Stefano mare nel medio Adriatico. Poi, tra il 1967 e il 1971, i campi Agostino, Porto Garibaldi e Barbara. Ma è un boom che non conosce sosta. Se si prende la lista delle piattaforme offshore, tra Ravenna e Rimini, non si distinguono i nomi da quelli delle pensioni sul lungomare: Agostino, Amelia, Antares, Diana, Ivana, Angela, Angelina, Antonella, Arianna, Azalea, Giulia, Morena, Barbara, Annabella, Daria, Clara West… Come se il boom di alberghi e campi in mare corresse parallelo, senza disturbarsi. Anzi alimentandosi a vicenda perché il boom economico è il propellente di quello turistico. Fu davvero un treno passato a mille all’ora. Un mix di ingegno, voglia di lavorare e necessità.

Clicca qui per vedere la mappa interattiva delle piattaforme in Adriatico

La mappa delle piattaforme offshore in alto Adriatico

“Nella primavera del ’52, poco più che ventenne, mi trovavo a Castagnino Secco, un paesino a pochi chilometri da Cremona dove, in qualità di assistente di perforazione alla sua prima esperienza, avevo partecipato all’esecuzione di un pozzo di esplorazione che era risultato sterile per cui, con lo stesso impianto e lo stesso personale, dovevamo trasferirci a Ravenna per perforare un pozzo esplorativo. I giovani accettarono con entusiasmo la nuova destinazione perché andavano in un posto dove c’era anche il mare. In poco tempo riuscirono a inserirsi nel nuovo ambiente con piena soddisfazione. Il ristorante la Torre dove consumavamo i pasti era vicino a piazza del Popolo e alla sede del partito repubblicano. Lo gestiva un polacco, grande appassionato di scacchi, arrivato in Italia durante la guerra al seguito della VIII Armata, che aveva sposato la figlia di un albergatore di Ravenna e si era sistemato. Ho ricordato la vicinanza con la sede del partito repubblicano perché in questa sede ci si andava a fare la partita a briscola o a boccette nell’intervallo di mezzogiorno…” (Fernando Schianchi, La mia esperienza a Ravenna)

Se in terraferma si muovono personaggi come Federico Tiozzi, storico albergatore di Milano Marittima che inventa il primo “consorzio per gli acquisti” (presentandosi a far la spesa in quaranta-cinquanta gli albergatori ottengono prezzi di favore e possono poi offrire tariffe migliori ai villeggianti), sul mare, specie dalle parti di Ravenna, i protagonisti si chiamano Fausto Rambelli e Franco Nanni, due giovani sub sportivi che nel 1964 fondano quella che diventerà Rana Diving, una delle migliori aziende su piazza specializzate nei lavori subacquei legati all’attività Oil & Gas (considerate che a quel tempo i sommozzatori venivano usati solo per la bonifica dei porti e dai residuati della seconda guerra mondiale).

Si chiamano Mario Bambini che nel 1962 trasforma i suoi pescherecci in service boats, diventando un’importante società armatoriale. Si chiamano Franco Fiore, titolare di una piccola agenzia marittima e di spedizioni, che si specializzerà in agenzia di rappresentanza per molte società estere del settore. Si chiamano Ferrari che da ferramenta tradizionale diventa un riferimento per le attrezzature industriali e costruttore di flange.

Sulla scia del gas e delle scoperte Agip in pochi anni nascono imprese che si specializzano in forniture e servizi per le società petrolifere. Cantieri, armatori, spedizionieri, lavaggi, assicuratori, fornitori di bordo, agenzie marittime. A pochi passi dalle spiagge, dai tesori artistici di Ravenna e dal primo turismo di massa.

Le imprese di Rana Diving in cinquant'anni di storia

La Romagna si dimostra un’altra volta una terra dove tutto convive magicamente. Le serate di Caterina Caselli e Rocky Roberts. Fred Bongusto e Mina. Rita Pavone e Walter Chiari. Il chiasso della dolce vita in Riviera con poeti e scrittori come Mario Luzi e Giovannino Guareschi che proprio a Cervia, nel 1968, morirà. Le pensioni economiche con i grandi alberghi. I magnati russi e le famigliole che divorano le tagliatelle. La piadina in spiaggia e le piattaforme offshore. Tutto questo si mescola da decenni in perfetta armonia.

Numeri a prova di referendum...!
Con gli agricoltori romagnoli non fu mai difficile trovare un accordo per indennizzare l’occupazione dei terreni e i danni alle colture. Mi vengono in mente ancora certi 'donnoni' che arrivavano trafelate dai campi a cavalcione di vecchie motociclette Triumph, residuati di guerra, o alla guida di un trattore. Trattando con questa gente schietta e ruspante, dovemmo imparare a non rifiutare mai l’offerta di un bicchiere di Trebbiano, Albana o Sangiovese… (Sergio Cati, C’eravamo anche noi)

Gli anni Ottanta registrano l’installazione della maggior parte delle piattaforme offshore, il picco della produzione di gas per i giacimenti di Ravenna (40 SMm3/g) e il record di turismo in Riviera, correva l’anno 1987, due anni prima del dramma delle mucillagini (luglio 1989), quando una mattina l’Adriatico si risveglia un tappeto di alghe. Le immagini fanno il giro del mondo e il turismo perderà 3 milioni di ingressi in poche settimane. Ma i romagnoli supereranno anche questa. “Gli albergatori si misero a fare piscine in spazi improbabili, togliendo un pezzo di marciapiede, un vialetto con i sassi, una siepe di gelsomino, mezzo cortile. Nacquero così minuscole piscine a forma di elle, di esse, di doppiavu, dipendeva dallo spazio che c’era, e spuntarono insegne di questo tipo: Pensione Patrizia Swimming Pool…”.

Vado a vivere in offshore

LE ULTIME VACANZE LUNGHE

C’è un’immagine che ricordo nitida della Romagna, quando mi capita di passarci per lavoro. La vecchia colonia “bolognese” tra Rimini e Riccione e sullo sfondo la piattaforma Regina 1. Mi sembra ancora di sentirli i racconti di mia nonna sul medico condotto che non si stancava di ripetere: “se puoi, portali in Riviera. I bambini hanno bisogno di aria buona, respirare lo iodio fa bene…”. Subito dopo le colonie sono arrivate le vacanze infinite, uno-due mesi di mare, giochi (e tanto iodio). Almeno per chi poteva permetterselo.

“Forse ormai più nessun bambino, al ritorno dalle vacanze, vive la strana sensazione di aver quasi dimenticato la propria casa. La cameretta, il comodino, quel cassetto e perfino quel giocattolo, tutto sembrava nuovo perché tanto era il tempo passato dall’ultima volta che lo si era visto, e perché a quell’età anche un’ora sembra infinita, figuriamoci un mese o due. La riscoperta di casa propria faceva parte della magia della lunghissima e beata villeggiatura…” (Michele Brambilla, Sono in Romagna i miei mari del sud, La Stampa del 6.8.2015)

Noi quarantenni facciamo parte dell’ultima generazione che ha fatto in tempo a vivere la coda delle estati lunghe italiane, prima del boom delle mete esotiche di massa, il mar Rosso, i Caraibi, la Tunisia, i voli charter e le compagnie low cost. I bambini si trasferivano al mare con la mamma, i papà restavano in città a lavorare e arrivavano negli alberghi della Riviera il venerdì sera, spesso ancora in giacca e cravatta, stravolti dal caldo dell’Autosole.

Ravenna, compagnia portuale (Foto di Luigi Tazzari)

PIADINA OFFSHORE 

Nonostante la fine tragica dell’impero Ferruzzi/Gardini, negli ultimi trent’anni grazie al volano delle commesse legate all’attività estrattiva nei giacimenti della costa romagnola, intorno a Ravenna si è creato il primo distretto industriale nell’Oil&Gas in Italia. Tra multinazionali del settore e imprese locali, una quarantina di aziende sono impegnate nel comparto petrolifero, offrendo occupazione a duemila persone. A queste vanno aggiunte altre 80 aziende impegnate nell’indotto, raggruppate nel consorzio Roca (Ravenna Offshore Contractors Association), che generano un fatturato da un miliardo di euro e occupano altri 2.500 dipendenti.

In questa culla hi-tech delle attività upstream si possono trovare gioielli come la RosettiMarino che progetta e costruisce piattaforme petrolifere offshore. La Fratelli Righini che produce impianti per la posa di oleodotti. La Micoperi che si occupa di manutenzioni in mare e contracting. O la Tozzi Holding, impegnata nell’impiantistica per navi e piattaforme petrolifere e nella generazione di energia.

“Una tragedia si abbattè nel settembre 1965, sulla sonda a mare Paguro. Oltre alla perdita dell’impianto, costò la vita a tre persone. Anche in quella occasione triste il dolore fu profondo per tutti. Era la prima volta, in più di dieci anni di attività frenetica che succedeva qualcosa di grave, nonostante i criteri di sicurezza adottati. La scomparsa in mare del Paguro segnò anche la fine del periodo pionieristico. L’Agip si stava imponendo all’attenzione del mondo e molti dei miei amici avevano incominciato a disperdersi lungo tutta la costa adriatica, nel più profondo sud, all’estero. Continuammo a parlarci ogni tanto via radio, con la cordialità di sempre. Per tanti, Ravenna rimase sempre la casa madre, la testimonianza di un modo di lavorare insieme, che non fu solo fatica ma condivisione di un’impresa e tanto entusiasmo…” (Don Giovanni Baldini, Come vi vedevamo)

A inizio duemila si capisce che la paura del mare e il rischio alghe possono combattersi con la riscoperta dell’entroterra e dei borghi, la collina, il turismo congressuale e i cicloamatori in bassa stagione. Piano piano prende forma dall’inventiva romagnola una specie di riviera multi vacanza. Chioschi di piadina, sci d’acqua, rocche, deltaplano, vela, windsurf, castelli, mostre, musei, piste ciclabili immerse nella food valley e un comprensorio di parchi a tema da fare invidia alla Florida. Nel frattempo le amministrazioni comunali rifanno i lungomare sui crismi di un divertimento per anziani, famiglie e giovani coppie: interamente pedonali, piste ciclabili, panchine ampie e parcheggi sotterranei. Il risultato di questa grande destagionalizzazione è che il sistema si è rinnovato spalmando il turismo su tutto l’anno invece che nei tre classici mesi estivi.

Quel che non cambia (mai) è il connubio turismo-arte-buona cucina-industria estrattiva, come dimostrano questa tabella:

Prodotti tipici e attività estrattive vanno a braccetto

L’analisi storica dei flussi turistici nei comuni romagnoli non evidenzia alcuna flessione dopo l’entrata in funzione delle piattaforme, anzi. Il presunto incompatibile binomio tra mare pulito e sfruttamento degli idrocarburi è smentito anche dal numero di Bandiere Blu assegnate alla Riviera romagnola: ben nove. E poi in Adriatico l’attività offshore si svolge a profondità assai ridotte, tra i 50 e i 150 metri. E la presenza prevalente di gas esclude ogni rischio di contaminazione.

La proverbiale accoglienza romagnola...!

Quando chiedono allo scrittore Luca Goldoni perché, con tutti i mari meravigliosi che ci sono, si ostina ad andare in Romagna, risponde “che io qui non vado al mare: vado alla terra. E nella terra questo posto è ineguagliabile: i pescatori che raccontano storie, le saline che la sera diventano laghi rossi popolati da fenicotteri, e una pineta che è rimasta lì: bella come ai tempi di Dante…”

informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.