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Le primarie dell’energia

 By Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi ha viaggiato on the road tra Houston e Dallas per seguire le primarie americane in Texas, lo stato petrolifero per eccellenza con regole e usanze irriducibili al resto della nazione (e non si tratta soltanto degli stivali, del barbecue e delle frange). In Texas economia ed energia sono sorelle gemelle: non si può parlare di una senza in qualche modo coinvolgere l’altra. E proprio l’economia è la questione centrale per gli americani che stanno votando alle primarie: scrutando la frustrazione del ceto medio bloccato, quando non impoverito, si può spiegare almeno in parte la fenomenale ascesa di Donald Trump… 

(Foto tratta da www.theinfomine.com)

Quando parlano della posizione del loro candidato sull’energia, i sostenitori di Ted Cruz non mancano mai di citare l’obiettivo dell’“indipendenza energetica”. Da queste parti, nel fortino repubblicano del Texas, l’indipendenza è un tratto impresso nel codice genetico, affiora l’orgoglio di essere parte dell’eccezionalismo della stella solitaria, lo stato che ha regole e usanze irriducibili al resto della nazione, e non si tratta soltanto degli stivali, del barbecue e delle frange. Qui nemmeno la legge spietata della depressione economica sembra attecchire. L’essenza del “miracolo texano” è stato rimanere nella parte soleggiata del ciclo economico quando su tutto il resto dell’America s’abbatteva la tempesta, e il petrolio è il perno del successo. Così Cruz, il candidato di casa, sulla politica energetica non può che essere campione indiscusso, con i suoi disegni di legge per dare nuove concessioni per il fracking e il rifiuto, singolare perfino nel campo repubblicano, di appoggiare quei sussidi statali per l’etanolo che i tradizionali player energetici non amano. Normale che l’industria petrolifera sostenga generosamente la sua campagna. Ma indipendenza significa anche diversificazione, specialmente in questi tempi di flessione del greggio, e il Texas si sta attrezzando per diventare una superpotenza dell’energia solare, visto che fra gli stati americani è quello che ha le maggiori potenzialità in questo senso. Nel 2007 la rete solare texana forniva 3,2 Megawatt, oggi è quasi a quota 400.

Chi ha dato l’abbrivio a questa tendenza è stato George W. Bush, un altro texano di famiglia patrizia di petrolieri e presidenti, e la gente qui ancora ricorda il discorso del 2006 in cui ha detto che l’America è “addicted to oil”, scelta retorica forte che sottolineava però, ancora una volta, la necessità di ricercare l’indipendenza, disancorandosi da risorse “spesso importate dalle zone più instabili del mondo”. A Dallas la campagna elettorale di Jeb, fratello minore di George, non ci è mai arrivata, e la visita al placido museo di famiglia, al centro dell’università dei metodisti del sud, restituisce la sensazione di una grande dinastia americana che con austera dignità elabora un lutto politico.

Da Houston a Dallas con il treno, l'auto, il pullman o l'aereo...
Sostenitori di Ted Cruz, il senatore di casa (foto tratta da www.nytimes.com)

Al Gilley’s Club di Dallas, fra cappelli da cowboy e corna appese al muro, ci sono giovani attivisti e volontari di Cruz che hanno macinato mille campagne repubblicane, bianche e ispanici, ultrà e affiliati dell’ultim’ora, famiglie e single. Un bambino che non avrà più di tre mesi partecipa divertito all’adunata in braccio al suo papà, indossando cuffie smisurate per ovattare il rumore. E’ una grande festa popolare texana. Parlando con il popolo di Cruz si afferra senza sforzo che è ancora valido il leggendario slogan che il consulente Jim Carville coniò per la campagna di Bill Clinton: “It’s the economy, stupid!”. Wade Hulcy, signore distinto che se ne sta con la sua coccarda ben in vista nella parte meno agitata della platea assieme alla moglie Jessica, me lo spiega affettando un realismo texano: “Sarei contento di avere un presidente che tiene ai valori cristiani e alla tradizione, ma prima di tutto viene la ripresa economica”.

E’ l’economia la questione infiammata per gli americani che stanno votando alle primarie per selezionare i candidati che si sfideranno a novembre, ed è scrutando la frustrazione del ceto medio bloccato, quando non impoverito, che si può spiegare, almeno in parte, la fenomenale ascesa di Donald Trump. E in Texas economia ed energia sono sorelle gemelle, non si può parlare di una senza in qualche modo coinvolgere l’altra. Per alcuni l’unico obiettivo è sconfiggere Hillary Clinton a novembre, candidata democratica che da queste parti è guardata con scetticismo anche per le sue posizioni su energia e ambiente, specialmente dopo che ha annunciato la volontà, se dovesse essere eletta, di bandire le trivellazioni sul suolo federale. April Burke, una 33enne biondissima con smalto e trucco fin troppo irreprensibili, look che David Foster Wallace avrebbe definito “molto repubblicano”, è arrivata al comizio per ascoltare il senatore locale, ma ritorna a casa con una certezza: “Ora non c’è più tempo per stare qui a parlare e a dividersi, rischiamo di perdere di vista l’obiettivo finale: battere Hillary”, chiunque sia il cavallo vincente dei repubblicani.

Hillary incontra i suoi supporter

(La foto dei sostenitori di Trump è tratta da twitter.com)

Il miracolo texano oggi si presenta sotto forma di cantieri, gru, betoniere, operai con gli elmetti, martelli pneumatici che spaccano per aggiungere corsie alle strade, allargare i marciapiedi, costruire palazzi, accogliere persone. Nella classifica delle città che stanno crescendo più rapidamente in termini di popolazione le prime tre sono in Texas: Houston, la cosmopolita capitale del petrolio, poi Austin, terra di hipster e tecnologia, infine Dallas, che assieme alla gemella Fort Worth rappresenta uno snodo commerciale fra i più importanti degli Stati Uniti.

L’autostrada che da Dallas porta a Houston è una rampa di lancio verso una metropoli ampia e densa, tagliata da un reticolo di autostrade spesso intasate, come se le infrastrutture fossero insufficienti a far muovere i sette milioni di abitanti dell’area metropolitana. La via è punteggiata degli iconici cartelloni elettorali e da pompe di benzina dove il pieno di un’auto si fa con poco più di venti dollari.

Houston è la realizzazione sudista dell’ideale multiculturale all’origine dell’esperimento americano, è una Ellis Island in salsa Tex-Mex che è esplosa grazie al petrolio ma poi ha allargato i suoi orizzonti, investendo in nuovi settori, dalla finanza alla ricerca biomedicale. A Houston, per dire, c’è uno dei più grandi centri medici al mondo, il Texas Medical Center, mastodonte che dà lavoro a oltre centomila persone. L’energia ha fatto da traino ad uno sviluppo su più livelli e direzioni. Se negli anni Ottanta più dell’80 per cento dei posti di lavoro della città era nel settore petrolifero, oggi non è l’ancoraggio esclusivo del ciclo economico, cosicché anche in tempi da 35 dollari al barile la disoccupazione qui rimane un paio di punti percentuali al di sotto della media nazionale. C’è stato un tempo in cui un collasso del greggio metteva in ginocchio la città.

Un seggio elettorale a Dallas (www.trailblazersblog.dallasnews.com)
Houston è la realizzazione sudista dell’ideale multiculturale all’origine dell’esperimento americano, è una Ellis Island in salsa Tex-Mex che è esplosa grazie al petrolio ma poi ha allargato i suoi orizzonti, investendo in nuovi settori, dalla finanza alla ricerca biomedicale...

Adornato di cartelli elettorali piantati nelle aiuole, il seggio elettorale in uno dei quartieri centrali di Houston è un saggio della cultura variegata della città, con la middle class ispanica che convive con i discendenti della migrazione tedesca con ampie fibbie di metallo alla cintura e gli anelli kitsch delle grandi università del sud. E’ il rituale tradizionale del Super Tuesday, il grande martedì elettorale che mette alla prova le ambizioni dei candidati su scala nazionale, e specialmente nel sud repubblicano. E’ un andirivieni lento quello del seggio, ché molti hanno già votato per corrispondenza, ma nel pomeriggio il ritmo si fa più sostenuto. Barron Steele ha 27 anni e sfoggia l’eloquio del ragazzo smart che lavora in una banca d’investimento nella downtown di Houston, dove in certi angoli sembra di essere dalle parti di Wall Street, soltanto con più respiro e senza il vapore che esce dai tombini. La questione energetica è importante per lui, che si definisce un “free-market guy”, perché la politica può agevolare il mercato, “ma non m’illudo che il presidente possa fare molto per quanto riguarda il controllo dei prezzi: il mercato dell’energia dipende da fattori molto più complessi, fuori dal controllo del presidente”.

Se a Cruz preferisce Marco Rubio è essenzialmente per una certa visione internazionalista che si sintonizza più facilmente con le giovani generazioni. “Ho sessant’anni, voto il partito repubblicano da quando ho l’età per farlo e da trentacinque anni lavoro in una compagnia petrolifera, figuriamoci se per me la politica energetica non è importante. Ma in questa tornata per me c’è una cosa ancora più importante: fermare Trump”, dice Ed Nelson, con un purissimo accento texano. Minoritaria, ma pur sempre rappresentata, la componente democratica, che come in tutto il sud è largamente dalla parte di Hillary. Lili Smith, una signora afroamericana che immediatamente riesce a trasmettere tutta la sua passione per la politica, dice che è una sostenitrice di Hillary da tanto tempo. L’ha votata anche quando l’avversario era Obama: “Sono d’accordo sulle sue posizioni sull’ambiente, bisogna fare investimenti sulle energie rinnovabili e smetterla, come fanno i repubblicani, di dire che il climate change non esiste”, spiega.

Relax, ragazzi, dopo una giornata di duro lavoro (foto tratta da www.bloomberg.com)

(Foto tratta da www.dailyreporter.com)

La sera, al Redneck Country Club di Stafford, sobborgo di Houston, alla festa per lo spoglio organizzata da Cruz l’atmosfera sarebbe parecchio tesa se non fosse per i centinaia di galloni di birra serviti da un esercito di cameriere in divisa texana. La grande domanda, nel locale gremito quanto un concerto rock, è se Cruz ce la farà non solo a resistere, ma a sconfiggere Trump con un divario tale da poter tenere almeno socchiusa la porta della nomination. Già si ragiona su cosa fare a novembre se il beniamino di casa verrà sconfitto dal biondo imprenditore portabandiera di “New York values” che da queste parti non vanno per la maggiore. A parte i giovani, che mostrano forme di avversione personali prima che politiche verso Trump, il fedele repubblicano più esperto è pure disposto ad ingoiare Trump per il bene del partito. Magari turandosi il naso o guardando dall’altra parte. “Almeno è un uomo d’affari, sosterrà il mercato, qui ne abbiamo bisogno”, è un argomento che ripetono in tanti.

La serata finisce con Cruz al 43,8 per cento, non abbastanza per aggiudicarsi l’intero pacchetto dei delegati dello stato, ma il distacco con l’avversario è sufficiente per rimanere in corsa e per non smorzare l’entusiasmo del suo popolo texano, che rimane allegramente fino a tardi nel locale a bere un paio (o forse più) di Lone Star e a schitarrare canzoni folk.

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informazioni sull'autore
Mattia Ferraresi
Nato per errore in Lombardia, è di Modena. Prima di diventare il corrispondente del Foglio da New York è stato corrispondente da Washington, stagista, collaboratore, studente a vario titolo in quel di Milano, bevitore di Lambrusco, coautore di un libercolo su Obama. Si è innamorato fisso di Monica e a un certo punto l'ha sposata.