Human Economia circolare

Il centro commerciale del riuso

 By Davide Perillo
Economia circolare

La forma richiama una pigna: tonda sotto e un po’ allungata in alto, dove si innestano lampadina e coprilume. Solo che le lamelle brune che la circondano, dandole un’aria a metà tra l’etnico e il kitsch anni settanta, vengono da vecchie giacche di pelle, pulite e tagliate. Riciclate, insomma. Come il boccione che fa da fusto alla lampada. O il vaso piazzato accanto, sullo scaffale. E le altre cose intorno: i pattini nel negozio di articoli sportivi, i comodini del mobilificio, i giocattoli della vetrina più in là, dietro l’ingresso dove campeggia un grande albero circondato da una panca in materiali di recupero. Fino ai vestiti, piazzati in uno spazio dal nome che non lascia dubbi: second hand, “seconda mano”. Perché siamo nel primo shopping mall del mondo dove tutto, ma proprio tutto quello che potete comprare è riciclato…

Si chiama ReTuna Återbruksgalleria. Un nome e un programma, letteralmente. Tuna sta per Eskilstuna, la città che lo ospita: 65mila abitanti, a un’ora di treno a ovest di Stoccolma, Svezia. Återbruk vuol dire “riuso”. Sul Re del prefisso, la traduzione non serve: è il marchio di fabbrica, qui. Di qualsiasi cosa. Perché questa cittadina appoggiata tra i laghi della contea del Södermanland, di origini vichinghe e famosa, finora, solo per aver dato i natali a un centravanti non proprio memorabile (Kennet Anderson, ex di Bari e Bologna negli anni Novanta) e aver visto crescere Anni-Frid Lyngstad, la brunetta degli Abba (non è di qui, ma ci ha vissuto fino a 13 anni con la nonna), sta guadagnando spazio sui giornali di tutto il mondo proprio grazie a questo mall dall’ingresso decorato a quadrettoni rossi e verdi, che fino a quattro anni fa era il magazzino dei camion di un’azienda di logistica.

La “Hugo Boss” dell’usato

Vista da fuori, la facciata assomiglia a una scuola, una biblioteca o un centro civico come se ne vedono da queste parti. Entri, e il paragone diventa subito un altro, inevitabile: l’Ikea. Una galleria dove trovi di tutto, mobili e accessori elettrici, attrezzi da bricolage e articoli per animali. Distribuiti tra 14 negozi, un bistrot – rigorosamente bio –, una libreria, una piccola sala convegni. E una vetrina dove i clienti possono vedere i prodotti che poi si comprano online. Molta luce, ordine nordico. Niente a che vedere con i classici mercatini delle pulci, insomma: le ambizioni sono altre. «Vorremmo essere come la Hugo Boss dell’usato», dice, sorridendo, Anna Bergström, la manager.
Lavora qui dall’inizio, agosto del 2015. Quando l’idea di dare una seconda vita agli oggetti per allungare quella del Pianeta – argomento forte, in un posto dove si discute da sempre di come combinare economia e sostenibilità – si è fatta strada grazie a una corto circuito virtuoso tra ambientalisti locali e politici avveduti.

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ReTuna è una galleria dove trovi di tutto, mobili e accessori elettrici, attrezzi da bricolage e articoli per animali (retuna.se)

La EEM (Eskilstuna Energy Miljo), la municipalizzata dell’energia, ha messo i soldi e il controllo della gestione. E il desiderio di Eskilstuna di diventare «una città all’avanguardia sul fronte della lotta allo spreco, di segnare una strada», come recita la Bergström, è diventato realtà.
Il mall è nato a trecento metri dal centro di riciclo dei rifiuti. La gente arriva, imbocca la strada che scorre accanto al negozio, si ferma e scarica quello che trasporta davanti a uno staff di 6-7 persone in giacche fluorescenti, tipo quelle degli addetti agli aeroporti. Sta a loro scegliere gli oggetti, dividerli e infilarli in una serie di grandi contenitori. «A priori, non si rifiuta nulla», dice la Bergström. Le cose che proprio non possono essere rivendute vengono impilate e passate a un secondo vaglio, perché potranno venir buone a qualcun altro: la scuola, per esempio. O il comune. Se proprio non c’è niente da fare, poco più in là, appunto, c’è la discarica.
Intanto, i proprietari dei negozi passano una fetta di mattinata a scegliere quello che può finire in vetrina. Nel loro contratto d’affitto c’è una clausola: lo spreco deve «tendere allo zero». Non ci si riesce sempre, ma ci si prova, eccome.

Spazzatura, con stile

«Ho la mia lista di oggetti e materiali, come la ceramica», spiega all’Huffington Post Maria Larsson, che gestisce il negozio di piante e oggettistica: «Quando arriva qualcosa di ceramica, la mettono nel mio contenitore». Lei guarda, sceglie e pensa a come riutilizzare quella tazza da thé senza manico pronta a diventare un portapenne o il vaso scheggiato, che non può finire in vendita ma servirà per i fiori che ornano la vetrina. Mentre Amjad Al Chamaa, siriano, fa lo stesso con gli aggeggi elettronici, come la radio a transistor e il proiettore d’antan che sfoggia sullo scaffale del suo negozio, sotto l’insegna “ReCompute”: molto low-tech, ma se schiacci il pulsante funziona: perché buttarlo? Già, meglio provare a ripararlo, come fa il tecnico addetto a sistemare il vecchio pc o la stampante un po’ âgée. Oppure, addirittura, meglio insegnare a farlo: un locale ospita workshop di falegnameria e laboratori di taglio e cucito, seguitissimi perché i vestiti sono una fetta importante del venduto.

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Al Café Returama sono serviti pranzi biologici e delizie cotte al forno (retuna.se)

«High fashion trash», spazzatura d’alta moda, scherza la Bergström. Che già di suo ha una storia indicativa. L’ha raccontata alla BBC, una delle tv arrivate a studiare il modello ReTuna. È nata in una specie di comune. Quando ha compiuto tre anni, i genitori si sono trasferiti in campagna «in cerca di una vita più semplice», che tradotto voleva dire anti-consumistica, in qualsiasi forma e modo («mai avuta una Barbie, mai ricevuto un giocattolo a Natale»). Poi la ribellione, che la porta a far carriera proprio in terra nemica: i centri commerciali. Diventa direttrice di due negozi a Stoccolma. E solo quando le nasce la quarta figlia, vede riaffiorare i dubbi su uno stile di vita «governato dalle grandi marche, da qualsiasi cosa facciano le sorelle Kardashian, dai reality tv e da Instagram». Si riconverte al verde, spinto. E quando trova l’annuncio di ReTuna, in cerca di manager per aprire i battenti, molla la città per trasferirsi in provincia.

Altro che rifiuti

Per ora, ha funzionato. Gli incassi del mall sono più che discreti: 28 milioni di corone (2,65 milioni di euro) dall’apertura, 10,2 milioni (più o meno 970mila euro) nel solo 2017. E anche i conti del 2018 si prevedono in crescita. Abbastanza per tenere in piedi i negozi, dare lavoro a una cinquantina di addetti (molti sono immigrati, perché ReTuna fa parte di un programma pubblico per l’integrazione dei lavoratori stranieri) e attirare una media di 6-700 clienti al giorno, domeniche comprese. «L’approccio è commerciale», dice la Bergström: «Gestiamo il magazzino come qualsiasi altro, facciamo le cose che fanno tutti. La differenza sono i nostri prodotti».

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Con una media di 6-700 clienti al giorno, gli incassi sono più che discreti e riesce a dare lavoro a una cinquantina di addetti (retuna.se)

E gli obiettivi, che non si fermano al fatturato. ReTuna non è solo uno shopping center: vuol essere un modello. Un volano capace di portare l’idea stessa del “secondamano” nella concezione comune, di cambiare l’atteggiamento della gente verso i consumi. In una parola, di educare. È per questo che accanto ai laboratori di riparazione si organizzano convegni, mostre e lezioni. Fino ai concorsi per le migliori idee riservate agli studenti (alla media cittadina Folkhogskola le ore di “Design del riciclo” sono obbligatorie).
Certo, aiuta molto vivere in un Paese dove l’economia circolare sta già facendo legge: l’IVA è la metà per chi riusa invece di buttare (il 12% anziché il 25), il costo delle riparazioni si può scaricare dalla dichiarazione dei redditi, il 99% – avete letto bene – dei rifiuti domestici viene riciclato (ma già quarant’anni fa si era a un terzo…) e il Parlamento ha stabilito che si arriverà ad emissioni zero entro il 2045. Ma non c’è niente di automatico, anzi.

Un solo pianeta

L’altra faccia di questa coscienza ambientale così spiccata, per paradosso, è la consapevolezza che si potrebbe fare ancora meglio «mentre noi continuiamo a consumare troppo», osservava tempo fa Rosanna Endre, della sezione locale di Greenpeace. Se tutti i Paesi consumassero come la Svezia, ha calcolato il WWF, avremmo bisogno di «almeno 4,2 pianeti come la Terra». Invece ne abbiamo uno solo, e tutto quello che si riesce a fare per spezzare il circolo che gli anglosassoni chiamano «make, take and trash» e sostituirlo con un’altra tripletta molto più virtuosa («reuse, reduce, recycle»), è decisivo.
In fondo, è questo che spinge i clienti come Cato, arrivato da Stoccolma con la famiglia. È uscito dal negozio con un salvadanaio coperto da similpelle di mucca, due giocattoli per il figlio e un oggettino cinese, il tutto infilato in un sacchetto di carta. Spesa totale: 66 corone, ovvero 6 euro e 50. «Da noi ci compri un caffè e un dolcetto alla cannella». Ma il punto, per lui, non è spendere meno: «È risparmiare risorse. E fare una cosa buona».

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informazioni sull'autore
Davide Perillo
Davide Perillo è il direttore del mensile Tracce. Laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, il suo percorso professionale inizia con un master vinto alla scuola di giornalismo della Rizzoli. Ha scritto molti libri tra cui La fede spiegata a mio figlio (Piemme 2007).