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Dritti alla meta

 By Giampaolo Cerri

Giampaolo Cerri è andato a l’Aquila sette anni dopo il terremoto per raccontare una città che sta piano piano rinascendo intorno alla sua squadra di rugby. Uno sport dai valori antichi che insegna ai ragazzi abruzzesi a vivere e stare insieme, la lealtà e il senso della amicizia. Tra progetti sociali, piccole scuole che fioriscono, presidenti factotum, vecchie glorie che si rimettono in gioco e nuovi campioni che trasmettono la magia della palla ovale alle nuove generazioni…

Tre gru lavorano proprio davanti allo stadio Tommaso Fattori de L’Aquila, l’unico in Italia nato per il rugby e a un pioniere di questo sport intitolato, che si apra al calcio, in questo caso la locale squadra di Lega Pro. In città, infatti, la palla ovale è più blasonata di quella rotonda: il rugby aquilano ha vinto cinque volte il Campionato, l’ultima oltre vent’anni fa, nel 1994, e due volte la Coppa Italia, mentre molti dei suoi giocatori hanno fatto la storia di questo sport, in nazionale e in altri club.

Oggi, l’Aquila Rugby Club, che porta sulle maglie il cane a sei zampe dell’Eni, sponsor ufficiale, è lontano dai fasti sportivi di un tempo, ma sta costruendo un modello societario che, nella difficoltà di tutti gli sport professionistici, potrebbe diventare un modello. Una storia che si intreccia profondamente con quella della città che, dal 6 aprile di sette anni fa, vive una nuova storia al cui spartiacque c’è quel disastroso sisma che, in una notte, si portò via 309 persone e ne ferì oltre 1.600, qui e nel circondario.

I segni, come già detto, si scorgono non lontano dalle grandi porte ad acca del campo: poco distante dall’ingresso atleti dell’impianto, si sta infatti terminando la demolizione di un edificio crollato. Per il resto, dalla periferia sono quasi spariti i segni delle devastazioni, mentre il centro de L’Aquila è un unico grande cantiere. A guardarla da qui, poche centinaia di metri in linea d’aria, la nuova skyline cittadina è infatti irta di gru e, a camminare per il centralissimo Corso Vittorio Emanuele, i portici, luogo della socialità cittadina, sono ancora incatenati dalla transenne, con molti negozi chiusi.

I portici ancora "imbullonati" di via Vittorio Emanuele

Non si dica, però, che L’Aquila non è ripartita. A percorrerla a mezzogiorno, quella via principale, è una babilonia di dialetti: le centinaia e centinaia di muratori, nell’ora di pausa dal lavoro, parlano veneto, campano, pugliese. Un momento di quiete perché, quando il lavoro riprenderà, a risuonare fra le mura quattrocentesche saranno solo i martelli pneumatici o il fragore dei calcinacci che dalle condotte di plastica appese alle impalcature precipitano sui camion fra nuvole di polvere.

Il 6 aprile 2009 è una ferita che si va rimarginando e quando, via via, si smontano i ponteggi e i teli bianchi lasciano vedere il lavoro finito, una facciata intonacata di fresco di un antico palazzo, si capisce l’Aquila sta tornando a volare e che sarà più bella di prima.

Una storia dolorosa dove, oltre alla morte e alla distruzione, si registrò l’esodo forzato di moltissimi dei 70mila abitanti, che si rifugiarono per mesi e talvolta anni sulla costa adriatica o nelle famose “new town”. Una storia, come spesso accade, intessuta di valori positivi: la solidarietà, l’amicizia, la compassione. Valori che, nella piccola grande storia del rugby cittadino, si ritrovano come in filigrana.

Il centro storico dell'Aquila è un ponteggio unico...

Con Mauro Zaffiri, 63 anni, aquilano doc, presidente del club, l’appuntamento è allo stadio, dove arriva col suo furgoncino, rubando qualche ora alla sua attività di commerciante d’autoricambi. Baffoni spioventi, sguardo inquadrato da folte sopracciglia, Zaffiri è uno che ha cominciato il rugby da piccolo: “C’era un talent scout, un professore di educazione fisica, che reclutava i ragazzini, strappandoli ai campi da calcio per portarli alla palla ovale: ‘Tu si’ portato’”.

Il presidente racconta di una società che si muove ormai secondo logiche sportive insolite: “Non mi preoccupa essere in fondo alla classifica”, ti spiazza col suo eloquio pacato, “non mi pesa il fatto che, sin qui, non siamo riusciti a vincere, la cosa che conta è che la società si stia consolidando intorno a certi valori”. Un esordio che vale le due ore che ci vogliono per raggiungere L’Aquila, viaggiando da Roma col pullman su per i viadotti della A24.

Zaffiri snocciola un ragionamento semplice: “Il professionismo, nel rugby, ha creato qualche problema”, spiega, “e anche città che hanno fatto la tradizione di questo sport, come la nostra, dove si cominciò a giocare negli anni ’30, prima o dopo sono andate in crisi”. I neroverdi de L’Aquila si sono infatti rifondati puntando sui giovani e realizzando uno dei miracoli di cui spesso, in altri sport, si favoleggia: “Abbiamo 16 aquilani in rosa su 39”, dice fiero, “con un’età media di 22 anni”. Gli stranieri ci sono, due argentini e quattro romeni, ma con ingaggi compatibili: “Uno dei sudamericani, Luciano Montivero, 19 anni, ci si è offerto direttamente, candidandosi via Facebook, mandandoci i filmati”, sorride il presidente, aggiungendo che “poi lo abbiamo provato, eh”.

Se il rugby è sport umile e verace, una disciplina dove ci si è inventati un post-partita, il terzo tempo, per scambiarsi saluti e complimenti fra avversari, L’Aquila ne è la capitale ideale.

Eppure qui, come dicevamo, questo sport più famoso del calcio, Maurizio Zaffiri, il figlio del presidente, campione del passato e oggi preparatore atletico, è ancora una stella. Eppure sono passati quasi 20 anni dai suoi esordi, e solo qualcuno di meno dalle sue stagioni d’oro, quando ha giocato il Sei Nazioni con la maglia azzurra, vinto scudetti col Calvisano, finendo anche per essere convocato dai Barbarians, il team internazionale dei migliori giocatori. Zaffiri jr si è ritirato appunto nell’agosto di due anni fa, ma in qualche bar si può vedere la sua foto con la maglia neroverde, mentre strilla la sua gioia dopo una meta. E Zaffiri figlio, all’insegna di quel low profile, oggi ha deciso di seguire la squadra di papà Mauro, come preparatore atletico: da star del firmamento rugbistico a umile insegnante di come si mantiene il tono muscolare, di come si fa il fiato, di come non ci si fa male in una mischia o in un placcaggio a ragazzini che hanno la metà dei suoi anni. “Alcuni sono così giovani che li dobbiamo andare a prendere noi, al liceo, per fargli fare gli esami di medicina sportiva”, dice Federica Aielli, oncologa, ricercatrice presso l’ateneo aquilano e medico sociale della squadra.

In questo progetto di sport sostenibile, anche la salute degli atleti ha infatti un posto importante. “Insegniamo a questi giovani il senso del limite”, sottolinea la dottoressa, “a capire che, dinnanzi a certi infortuni, viene anche il momento di fermarsi, anche se la passione spingerebbe a stringere i denti e andare in campo ugualmente”. E si tratta della parte più difficile, avendo a che fare con 18enni che, dopo un colpo di gioco, “non fanno che chiederti di fare in fretta, magari a suturare una ferita, per la smania di tornare in campo”.  E un altro grande richiamo, aggiunge il presidente, “è a tenere la guarda alta sul doping. Perché, oltre alla lealtà sportiva, che per noi è un comandamento, ci preme la loro salute”.

 

Il medico sociale Federica Aielli, il presidente dell’Aquila Rugby Club, Mauro Zaffiri, e il vice capitano Alessandro Cialone
Alessandro Cialone ha riadattato Pinocchio alla palla ovale per insegnarlo a più piccoli. Proprio così, Cialone, il gigante barbuto, ha messo Geppetto, il Gatto e la Volpe, Lucignolo, e persino la Fata turchina, in una grande fiaba rugbistica per cui i bambini vanno pazzi…

La dottoressa Aielli è la beniamina del giovane team, quando c’è lei al Fattori, l’infermeria diventa una specie di club: “C’è chi parla e chi fa merenda, mentre controllo le contusioni”. E mentre racconta, ecco che Alessandro Cialone, 28enne, vice-capitano, un marcantonio di quasi due metri, dopo averla salutata, le mostra il pollice della mano destra ancora gonfio per un colpo subito la domenica precedente.

Cialone è un po’ un simbolo della squadra, perché aquilano doc, perché ha cominciato da bambino, “anche mio padre giocava”, perché è un singolare professionista: quando, infatti non si allena coi neroverdi, fa l’istruttore per la Rugby Experience School, una dinamica scuola sportiva, legata all’Aquila Rugby Club, perché fondata e presieduta da Marco Molina, ex-giocatore.

Molina è diventato l’anima della comunicazione della società, e a lui si deve un libro, Emozioni neroverdi, scritto con Isabella Franchi per Portofranco, che è un must per gli appassionati aquilani, ripercorrendo la lunga storia di questo sport in città, lanciato da pionieri come il già citato Fattori, mitico pilone umbro che, dopo la Seconda Guerra mondiale, tornò a l’Aquila, dove aveva giocato, per fondare la Polisportiva, che fece partire la palla ovale ma che dette impulso a tutto lo sport cittadino.

Molina ha messo in piedi la scuola che oggi insegna la tecnica e i valori di questo sport nobilissimo a 180 bambini e ragazzini fra i cinque e i 14 anni, alcuni dei quali, l’estate scorsa, son volati in Irlanda, dove il Leinster Rugby, la squadra, anzi la “franchigia” di Dublino, ha da tempo fondato una scuola di eccellenza, la Academy.

“Lo dovrebbe vedere, Alessandro, mentre insegna ai ragazzini”, spiega Molina, “sa che ha riadattato Pinocchio alla palla ovale per insegnarlo a più piccoli?”. Proprio così, Cialone, il gigante barbuto, ha messo Geppetto, il Gatto e la Volpe, Lucignolo, e persino la Fata turchina, in una grande fiaba rugbistica per cui i bambini vanno pazzi.

Il gemellaggio con i baby rugbisti di Dublino

Quello con la scuola, non è il solo gemellaggio dell’Aquila Rugby: i neroverdi sono legati a doppio filo con “L’Aquila per la vita”, storica associazione di volontariato cittadina che ha introdotto nel capoluogo abruzzese l’assistenza domiciliare per i malati oncologici. “Il rapporto con la società è stato naturale”, racconta il presidente della onlus, Giorgio Paravano, “perché abbiamo pensato di mettere in rete le espressioni migliori di questa città, e siamo orgogliosi di essere portati sulle loro maglie, così come siamo contenti di aver dato assieme uno slogan rugbistico alla nostra campagna promozionale: ‘La partita più importante, giochiamola in casa’”.

Secondo alla medesima filosofia, l’Orchestra sinfonica d’Abruzzo ha realizzato un inno per l’Aquila Rugby, e il ricavato della vendita del relativo cd, “è andato a favore dell’Aquila per la vita”, in un circolo virtuoso fra sport, cultura e sociale.

Un inno dedicato a Lorenzo “Ciccio” Sebastiani, il pilone aquilano che, nella notte del terremoto, morì tragicamente e il cui nome ora campeggia sulle maglie fra le quali non figura più il numero uno, il suo, “che abbiamo ritirato”, dice il presidente abbassando la voce.

Quella di Sebastiani fu, per l’Aquila Rugby, una tragedia nella tragedia: era un 19enne, nazionale della sua categoria, che con gli Azzurri aveva già partecipato ai mondiali. Quella notte, tanti suoi compagni di squadra si gettarono nella mischia con le macerie, lavorando come forsennati, e nei giorni successivi si dettero da fare nelle tendopoli.

“Ci colpirono particolarmente i nostri stranieri”, dice Zaffiri, “perché avrebbero potuto fare le valigie e andare a casa loro e, invece, rimasero. O atleti come Lorenzo Bocchini e Carlo Cerasoli che, da Roma, dove la squadra era stata alloggiata in albergo dalla federazione, tornavano ogni sera in città, per dormire nella tendopoli di Acquasanta e rendersi utili”.

Sì perché il rugby fu una delle prime cose a rinascere, in quella città martoriata. C’era anche un giovanissimo Cialone: “Ci guardammo negli occhi”, ricorda, “e decidemmo che bisognava continuare, per dare un segnale all’Aquila e agli aquilani”.

Il mondo di ieri che rinasce dietro le reti metalliche dei cantieri aquilani

A due settimane dal sisma, la squadra partì dalle tendopoli per salire fino a San Donà del Piave per giocare, “e con loro un migliaio di tifosi”, ricorda Molina, “perché, a quelle maglie s’era come aggrappata la voglia di molti aquilani di reagire”. E su quelle casacche, per il resto del torneo, comparve la facciata di Collemaggio, l’abbazia simbolo della città, la chiesa di Celestino V, anch’essa colpita dalle scosse di quella notte drammatica e, in seguito, oggetto di uno speciale progetto Eni per il restauro, ancora in corso.

Niente in confronto a quello che sarebbe accaduto, in maggio, quando a Roseto, dove la squadra si era spostata, si sarebbe giocato il playoff: “Accadde che da tutti gli alberghi della costa adriatica, dove erano sfollati, moltissimi aquilani, si dice 4mila, si ritrovarono in quello stadio”, ricorda il presidente, “molti si rivedevano per la prima volta lì, dalla notte del terremoto”. Uno spettacolo, quello dei sentimenti, della vicinanza, dell’amicizia, dentro lo spettacolo sportivo che però aveva gli stessi valori.

La partita, difficilissima, col terremoto era solo cominciata: “Il peggio sarebbe venuto dopo”, dice Zaffiri, “nei due o tre anni successivi, quando tenere la società assieme sarebbe stato durissimo, perché tanti ragazzini erano finiti a 30 chilometri da qui o addirittura Pescara, e farsi accompagnare dai genitori, per allenarsi, non era semplice”.

L'abbazia di Collemaggio è il simbolo della città

Ma nella partita più lunga e difficile, il club ha resistito, riemergendo persino da una retrocessione nella serie inferiore, nel maggio del 2013, cancellata da una pronta promozione l’anno successivo. E, quel che più conta, ha saputo ripensare se stesso: “I soldi che ricaviamo, dagli incassi, dallo sponsor, cui siamo evidentemente grati, li utilizziamo per far crescere la società, non per comprare i giocatori più forti in circolazione”, dice chiaro il presidente.

Semplicità, sacrificio, aquilanità: il rugby sta conoscendo, sui colli di questo pezzo d’Abruzzo che prelude al Gran Sasso, una stagione nuova e più intensa. Forse più vera.

E la memoria di quello che tutti hanno vissuto non diventa mai un esercizio formale, anche se il tempo passa: lo si capisce dal fervore in cui negli uffici sopra la grande tribuna dello stadio Fattori, arredati spartanamente, si è lavorato per le celebrazioni del settimo anniversario del sisma. In quell’occasione Collemaggio è tornata sui petti degli atleti, sulle maglie nero-verdi, poco sotto la macchia, nero-gialla, del cane a sei zampe.

Simbolo, in una storia piena di simboli.

informazioni sull'autore
Giampaolo Cerri
Fiorentino, classe 1963, ha iniziato, più di 20 anni fa, facendo giornalismo sociale per Vita, si è occupato di università e ricerca con Campus, oggi scrive storie dove capita, ma più spesso su Sette, Donna Moderna, Vita e Metro.