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L’attesa di Teriberka

 By Simonetta Sandri

Quella di Teriberka potrebbe essere una delle storie del libro “Le fragili attese” di Mattia Signorini, se non fosse che si svolge molto lontano e che non ha alcun legame con la Pensione Palomar. O potrebbe riportare alla memoria Godot. E’ la storia di un’attesa, lunga e interminabile, quella di un villaggio riportato alle luci della ribalta dal film russo vincitore del Golden Globe 2015, “Leviathan”. Teriberka, nella Penisola di Kola (Oblast’ di Murmansk) lungo il Mare di Barents, con il suo cielo grigio, il suo pesce trascinato dal vento e i suoi scheletri di navi abbandonate, aspetta un cambiamento, quello promesso dal mastodontico progetto offshore Shtokman di Gazprom, quello che fa sognare e sperare nel futuro ma che tarda ad arrivare…

C’è un villaggio al Nord della Russia, che giace tranquillo sulle coste del freddo Mare di Barents, nel distretto di Kolsky, ‘Oblast di Murmansk. Un villaggio che attende un passaggio alla modernità che tarda, una novità che si fa desiderare, un cambiamento che non arriva.

Qui soffia un trasparente vento gelido, le sue ali cristalline accarezzano le case addormentate. Le stesse ali che sbucano, curiose, dalle tendine bianche, ricamate dalla nonna materna, di una casa silenziosa dove regna concordia.

Il tempo qui sembra essersi fermato. Le macchine sono sommerse dal candore, i tetti e gli alberi pure ne sono avvolti. Le barche sembrano cercare un raggio di sole a riscaldare i loro secchi corpi di legno. I camini fumano, lunghe ed eleganti stalattiti si riflettono su specchi d’acqua ghiacciati.

Il villaggio rurale di Teriberka, a circa 100 km a nord-est di Murmansk, è approdato alle luci della ribalta per il film “Leviathan” di Andrey Zvyagintsev, vincitore del Golden Globe 2015 (l’unico film russo vincitore di tale premio dopo il periodo sovietico), pellicola poco apprezzata da molti russi, perché ne descriverebbe un animo cupo e triste, un mondo delle regioni marginali costellato da valori negativi e da tanta solitudine, dovuta anche a isolamento e mancanza di progresso. I colori di tutto questo sarebbero il grigio e il nero, anche per la potenza della notte polare che, da dicembre a gennaio, per 40 giorni, pare rendere le stagioni un concetto relativo, ma, sfogliando l’album di molte fotografie del villaggio scattate da vari fotografi, a noi sembra che a dominare siano piuttosto il bianco, l’azzurro, il blu, il rosa, il fucsia e il violetto. Certo la solitudine c’è, se non altro per la lontananza dal mondo moderno, ma i bambini vanno in bicicletta (e spesso in due, … tempo permettendo), gli adulti chiacchierano accanto al fuoco scoppiettante, ci sono gli alberi di Natale, i regali per gli amici, i samovar per i colleghi di vita, un ospedale, le croci ortodosse sulla riva del mare spumoso.

Teriberka è davvero ai confini del mondo...

Cosa aspettano mai, allora, questi abitanti di Teriberka? Vi domanderete…

Il villaggio attende gli sviluppi e i benefici del progetto offshore più ambizioso di Gazprom nell’area, Shtokman, nell’ambito di quanto è definito l’”Arctic Klondike”. Ma qui le ambizioni del gigante russo del gas si scontrano con le vere difficoltà artiche, con la realtà.

In passato, Teriberka contava oltre 4.762 abitanti nel 1959, 3.150 nel 1970, 2.479 nel 1979, 2.338 nel 1989, 1.367 nel 2002, 957 nel 2010, oggi sono solo un migliaio, di cui quasi 200 disoccupati. All’epoca sovietica era un villaggio fiorente di pescatori, con impianti ittici, un ospedale, due scuole e un club di giovani pionieri, ma era caduto in declino, già negli anni ‘70, con l’avvento della pesca industriale. Isolamento e distanza, poi, non avevano aiutato. La popolazione era scesa drasticamente e avevano iniziato a fare la loro comparsa pontili sbriciolati di legno, mentre le barche da pesca che, una volta rientravano cariche di merluzzo, restavano, solitarie, abbandonate nella baia, dove il fiume Teriberka sfocia nel mare che abbraccia.

Mentre in questi giorni, la radio Eckho Moscvi annuncia che lo stabilimento di pesce, quasi unico datore di lavoro del villaggio, è stato messo in vendita.

Gli abitanti del villaggio non potevano quindi che accogliere, con entusiasmo e speranza, i piani ambiziosi di Gazprom per sfruttare un giacimento di gas enorme, chiamato Shtokman, scoperto nel 1988, a circa 600 km dalla costa. Gli azionisti originari del progetto, nel 2008, erano Gazprom (51%), Total (25%) e Statoil (24%), con una decisione finale d’investimento prevista per il 2012, ma successivamente sia Statoil che Total si sarebbero ritirate (quest’ultima nel 2015, a seguito delle sanzioni, Statoil nel 2012).

Il progetto prevede il trasferimento del gas prodotto dalle piattaforme offshore alla cittadina di Teriberka dove dovrebbero essere costruiti terminali imponenti per processare e trasportare il gas liquefatto (LNG). Valore stimato: oltre 20 miliardi di dollari.

La sfida del progetto, oltre che tecnica (logistica per la distanza dalla costa e presenza di ghiaccio e iceberg sono solo alcuni elementi), è rappresentata anche, dopo la crisi globale finanziaria del 2008-2009, dall’attuale costo del barile e dalla situazione geopolitica.

Si parla di 3 fasi per il completo sviluppo, con quasi 160 pozzi. La fase 1 è stata spostata al 2016, rispetto all’originario 2013, con un first gas nello stesso anno e un primo LNG nel 2017. La capacità di progetto (project design) dovrebbe essere di 71,0 miliari di metri cubi di gas all’anno. Ma i tempi si allungano...

E intanto Teriberka attende con impazienza lo sviluppo di quel campo che pare contenere riserve per 3.9 trilioni di metri cubi di gas e 56  milioni di tonnellate di condensati. Si parla di 3 fasi per il completo sviluppo, con quasi 160 pozzi. La fase 1 è stata spostata al 2016, rispetto all’originario 2013, con un first gas nello stesso anno e un primo LNG nel 2017. L’accesso, poi, al North Stream e il gas all’Europa. La capacità di progetto (project design) dovrebbe essere di 71,0 miliari di metri cubi di gas all’anno. Ma i tempi si allungano.

Gli uffici temporanei bianco-azzurri, allestiti nel villaggio da Gazprom, sono vuoti, aspettano, quasi in fila, di arrivare alla fine della coda. I piani originari prevedevano la costruzione di un porto e di un impianto LNG a Teriberka, con importanti infrastrutture costiere, fin dal 2017, campi per ospitare oltre 1.000 persone, l’impiego di 15.000-18.000 lavoratori. Alla fine del 2011, la documentazione di progetto era stata approvata dagli ambientalisti e dai residenti locali durante le public hearings. Ma oggi, di fronte alle silenziose e pittoresche coste, ampie distese di sabbie nella baia e rocce, quasi arrampicandosi, accolgono il visitatore curioso e attendono. Aspettano con pazienza.

Qualche anno fa, alcune strade e vie di collegamento sono state costruite, sono arrivate borse di studio, per gli allievi più meritevoli della cittadina, presso l’Università Tecnica Statale di Murmansk, sono state promosse attività sportive per gli alunni delle scuole e incontrate le comunità indigene dell’area per avviare progetti congiunti di conservazione delle loro tradizioni culturali. Qualcosa si muoveva. Per poi fermarsi ancora, a singhiozzo.

Un piccolo e sparuto numero di donne, pilastro della vita economico-sociale del villaggio, attende il bus numero 22, sperando che porti buone nuove e magari qualche viaggiatore curioso foriero di un respiro al cigolio dei cancelli che sbattono la loro noia in faccia agli scheletri delle imbarcazioni abbandonate. Turisti solitari arrivano fin qui, sempre di più, alla ricerca di un silenzio e di una pace che solo il mare spumeggiante può dare. Chi cerca solitudine e isolamento, chi viene rapito dalle migrazioni dei bellissimi cigni della tundra.

(Questa seconda foto è pubblicata per gentile concessione del fotografo del New York Times, James Hill)

Il fazzoletto annodato dietro la nuca, le signore infreddolite si lamentano dei giorni andati, quando la caccia allo squalo e al salmone conosceva tempi migliori, quando gli allevamenti di renne erano il sostentamento delle genti Sami, quando le pescherie non avevano i muri scrostati e le fattorie erano rumorosamente vive e vivaci. Ma il fascino decadente della cittadina conquista anime vagabonde estreme e solitari pescatori provetti, si torna qui, arrivano in molti, si perde la pazienza di attendere Shtokman e si va avanti, con o senza.

La piccola e accogliente libreria scalda cuore e ricordi, la sua proprietaria in abiti tradizionali cerca autori da invitare, fa conoscere Vladimir Smirnoff, un poeta locale morto qualche anno fa che aveva scritto poesie su Teriberka e compostone l’inno. Si può leggere qualche passaggio del suo “villaggio Pomor”: “possa il vento aiutarti nel tuo viaggio, possa il vento esserti alle spalle, possa la tua barca navigare verso l’alba”. Con il vento favorevole, si continuerà a sopravvivere, quindi, Shtokman o non Shtokman, leggendo, sognando, chiacchierando, ridacchiando, pescando. D’altronde, pare che, a causa del riscaldamento globale, siano previste grandi migrazioni di pesce dalle acque norvegesi del Mare di Barents a quelle russe. Anche se gli abitanti di Teriberka hanno qualche dubbio, sperano in questo, beffandosi dell’attesa, e pensando, con il loro poeta, che il vento li possa aiutare, da qualunque parte arrivi.

informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.