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Guai in vista?

 By Moisés Naim

Dall’articolo “Scienza e Madre natura” di We World Energy magazine n.39

I cambiamenti che hanno interessato il settore negli ultimi anni sono dovuti principalmente alle nuove tecnologie, e così continuerà a essere. Ma all’orizzonte incombe una fonte di sconvolgimenti di gran lunga più potente…

Uno studio su 3.600 grandi società condotto quest’anno dalla compagnia di consulenza aziendale Accenture ha analizzato gli sconvolgimenti cui sono esposti importanti settori industriali. Il più vulnerabile è risultato il settore energetico, seguito da quello bancario e dal settore dei servizi di pubblica utilità. Il rapporto ribadisce che le trasformazioni possono assumere forme diverse e variare non solo da un settore all’altro, ma anche tra aziende all’interno dello stesso settore. Per alcune imprese tali sconvolgimenti costituiscono una minaccia alla loro stessa esistenza, mentre per altre aprono nuove e interessanti opportunità.
Come prevedibile, la fonte principale di trasformazione nel settore energetico sono le nuove tecnologie. A sorprendere non poco, piuttosto, è che queste nuove tecnologie stiano anche contribuendo a preservare (e in alcuni casi, addirittura, a rafforzare) strategie e modelli di business tradizionali nel settore dei combustibili fossili. Queste forze contrastanti di trasformazione e continuità stanno influenzando la direzione e la rapidità di quella che finora è stata una transizione globale (disciplinata, seppur lenta) da un’economia ad alto contenuto di carbonio a un’economia a ridotte emissioni di CO2. Se questa transizione non subirà un’accelerazione, sarà Madre Natura a diventare la fonte di perturbazione più importante nell’industria dell’energia e, probabilmente, anche in tutte le altre.
Si sarebbe tentati di valutare trasformazione e continuità sulla base del rispettivo impatto economico o tecnologico nel breve e medio periodo anziché in termini di vera “fine dei giochi”, vale a dire dell’impatto che avranno sul futuro dell’industria e, in ultima analisi, del nostro pianeta. Da questo punto di vista, le innovazioni che perturbano l’industria dei combustibili fossili e promuovono l’impiego di nuove fonti di energia più pulite sembrano puntare nella giusta direzione. Nonostante sia evidente che tale processo, oltre a essere già iniziato, sembra ormai irreversibile, la domanda centrale rimane: questo cambiamento avverrà in tempo per impedire un gravissimo sconvolgimento a livello globale?

Cambiamento e continuità

L’esempio più noto e clamoroso di come una nuova tecnologia abbia sconvolto il settore energetico è rappresentato dalla fratturazione idraulica, o fracking. Paradossalmente, questo nuovo modo di produrre energia da combustibili fossili contribuisce anche a rallentare il ritmo con cui l’industria procede verso un modello di business a ridotte emissioni di carbonio. Infatti, consentendo agli Stati Uniti (uno dei maggiori consumatori mondiali di petrolio) di diventare anche uno dei primi produttori, il fracking ha diminuito i rischi di drastiche interruzioni nella regolare fornitura di petrolio al mercato mondiale. I rischi di interruzioni dell’approvvigionamento causate da incidenti geopolitici erano maggiori quando gli swing producer si trovavano in zone politicamente instabili come Medio Oriente e America Latina. Aumentando invece l’affidabilità della fornitura al mercato petrolifero mondiale, il fracking contribuisce ad allungare la vita dei combustibili fossili come fonte primaria di energia. Il fracking ha reso disponibili nuove e consistenti fonti di approvvigionamento di gas naturale più pulito e di petrolio più economico, meno inquinante e di migliore qualità. Ciò, a sua volta, favorisce una transizione più lenta e forse meno dirompente verso una situazione in cui le energie rinnovabili sostituiranno in misura sostanziale i combustibili fossili come fonti di energia. Il rischio, naturalmente, è che la transizione sia più lenta di quanto auspicabile o necessario. Molti esperti ritengono che ciò di cui il mondo ha bisogno sia un’accelerazione di tale transizione, dal momento che i costi che comporta inevitabilmente potrebbero rivelarsi minori di quelli causati da un passaggio troppo lento a un’economia globale che consumi quantità drasticamente inferiori di combustibili fossili.

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"Fracking" nella formazione Bakken, North Dakota (Joshua Doubek, Wikimedia)

Le nuove tecnologie possono essere di aiuto in questa transizione. Anche se nell’industria dell’energia sono state poche le innovazioni tecnologiche ad avere un impatto forte come il fracking, esistono comunque numerose innovazioni meno spettacolari che pure stanno trasformando il nostro modo di ricercare, produrre, trasportare e consumare energia. Gli esempi sono troppi per poterli elencare, ma per dare un’idea della portata e del potenziale impatto delle nuove tecnologie che stanno già cambiando l’industria dell’energia basterà nominare il semplice caricabatterie solare (che, posizionato su una finestra esposta al sole, è in grado di immagazzinare fino a 10 ore di elettricità) o la diffusione di batterie per auto elettriche o di batterie su scala industriale che riducono il problema dell’intermittenza nella produzione di energia solare ed eolica.
La buona notizia è che il processo per rendere più “verde” l’industria dell’energia è in pieno svolgimento. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), entro il 2040 l’energia rinnovabile costituirà circa il 40 percento della produzione globale di energia elettrica, e questo grazie all’avvento di tecnologie meno costose e più affidabili per la produzione di energia rinnovabile.
Sebbene la classifica 2017 dei 100 principali leader mondiali dell’energia stilata da Thomson Reuters sia ancora dominata dalle società petrolifere e del gas e dalle imprese di utilità pubblica a esse collegate, quasi il 10 percento delle aziende presenti nell’elenco appartiene al settore delle energie rinnovabili.
Parallelamente a questo intenso sforzo da parte di società private, nei centri di ricerca universitari e governativi si sta sviluppando una notevole serie di innovazioni per la produzione, la conversione e l’accumulazione di energia.

BP stima che, entro il 2040, petrolio, gas, carbone e combustibili non fossili forniranno ciascuno circa un quarto dell’energia mondiale. Questo sarebbe il mix di carburante più diversificato mai visto.

La rapida crescita delle rinnovabili

Nella classifica Thomson Reuters 2017 delle 25 principali società operanti nella produzione di energia rinnovabile, dodici aziende generano energia solare, otto energia eolica e cinque sono impegnate nella produzione di biocarburante. Secondo le proiezioni dell’Agenzia statunitense di informazione sull’energia (EIA), nel 2040 eolico e solare diventeranno le principali fonti di produzione di energia elettrica, sorpassando di gran lunga la crescita dell’idroelettrico. In particolare, i tagli dei costi dei materiali, i crediti d’imposta e gli avanzamenti tecnologici stanno stimolando la rapida crescita del settore dell’energia solare. Le proiezioni della British Petroleum indicano che entro il 2040 le fonti rinnovabili di energia rappresenteranno fino al 26 percento dell’offerta energetica mondiale (circa la stessa percentuale del gas naturale) e naturalmente avranno soppiantato il carbone come fonte di energia. Secondo Bloomberg, entro il 2040 circa il 54 percento delle vendite di auto nuove sarà costituito da modelli elettrici, comportando una riduzione del consumo di combustibili fossili pari a circa 8 milioni di barili di petrolio al giorno.

Entro il 2040 circa il 55 percento delle vendite di auto nuove sarà costituito da modelli elettrici, con una riduzione del consumo di combustibili fossili pari a circa 8 milioni di barili di petrolio al giorno.

Una transizione lenta, ma irreversibile

Il trend verso una graduale sostituzione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili è chiaro. A essere meno chiara è la velocità alla quale questa sostituzione avrà luogo. Molti esperti sono convinti che il cambiamento sarà troppo modesto e tardivo. In un articolo recentemente apparso sul “Technological Review” del MIT, per esempio, James Temple ha scritto che, nonostante gli sforzi per cambiare il modello energetico, nel 2017 le emissioni di carbonio a livello mondiale sono aumentate ancora di circa il 2 percento. Di questo passo, avverte Temple, l’auspicata trasformazione del sistema energetico non avverrebbe in tre decenni, come previsto, ma in quattro secoli.
Lo sforzo richiesto per accelerare di 20 volte il ritmo del cambiamento è talmente enorme, prosegue l’articolo, da poter essere paragonato alla conversione dell’economia statunitense in un’economia bellica senza essere in guerra. Gli incentivi per intraprendere quest’impresa titanica sono in gran parte assenti a causa dell’inconsapevolezza (o dell’indifferenza) dell’opinione pubblica nei confronti della minaccia incombente. Inoltre, come è risaputo, poiché gli effetti delle emissioni di CO2 non sono affatto immediati, saranno sotto gli occhi di tutti solo dopo che saranno divenuti irreversibili.

Serve un cambiamento diverso (e più radicale)

L’industria dell’energia è stata sconvolta ed è cambiata di conseguenza. A causare la maggior parte di questo sovvertimento sono state le nuove tecnologie, e così continuerà a essere. Ma all’orizzonte incombe una fonte di perturbazione di gran lunga più potente: Madre Natura. Il cambiamento climatico è destinato a creare vincoli, incentivi e requisiti che costringeranno governi, imprese e consumatori a modificare radicalmente le proprie abitudini. Il mondo avrà urgente necessità di cambiare rotta a livello di politica, istituzioni, economia e tecnologie dell’energia, e ne avrà bisogno prima di quanto normalmente si pensi. È questa la perturbazione cui ci dovremmo preparare.

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informazioni sull'autore
Moisés Naim
È distinguished Fellow del Carnegie Endowment for International Peace di Washington, DC e membro del comitato di redazione di Oil. Il suo ultimo libro si intitola “The End of Power”.