Human

#NessunDorma

 By Marco Alfieri

Come tutte le grandi scoperte esplorative anche quella di Zohr è piena di colpi di scena, imprevisti, intuizioni, errori, abilità in cui l’elemento umano è decisivo quanto la tecnologia. E’ una storia che val la pena ripercorrere perché sappiamo già quel che ha trovato Eni nell’offshore egiziano ma pochissimo di come si è arrivati concretamente, giorno per giorno, alla mega scoperta. Un viaggio lungo tre anni insieme ad un team straordinario di geologi, geofisici, ingegneri di perforazione e di logistica, esperti di Ict e di valutazioni economiche che è giusto raccontare dall’interno…

“La verità? Mai visti più di 600 metri di roccia a gas con i punti di pressione tutti così allineati…”, mi dice il mio nuovo amico esploratore.

Mentre me lo racconta i suoi occhi piccoli piccoli lampeggiano di emozione e adrenalina. E’ un pomeriggio tiepido di settembre, siamo seduti in una saletta spoglia a San Donato, lontanissimi dalle piattaforme egiziane, ma sembra di stare in uno di quei container da cantiere, tra eccitazione e curiosità.

Come tutte le grandi scoperte esplorative anche quella di Zohr è piena di colpi di scena, imprevisti, intuizioni, errori, abilità, entusiasmo, discese e risalite in cui l’elemento umano è decisivo quanto la tecnologia.

E’ una storia che val la pena raccontare dall’inizio perché sappiamo già quel che ha trovato Eni nell’offshore egiziano, il potenziale del giacimento, le ricadute geopolitiche sull’area e i possibili sviluppi di sistema (l’hub del gas mediterraneo), ma ancora pochissimo di come si è arrivati concretamente alla mega scoperta. Di come hanno lavorato per tre lunghi anni i team in Egitto e a San Donato, quali sono stati i momenti decisivi, le difficoltà e le diffidenze superate.

Fare una scoperta è come vincere un campionato di calcio. Ci vuole pazienza, metodo, tenacia, talento, competenza, tenuta, gioco di squadra, visione d’insieme, sangue freddo (e cuore caldo, quello sempre).

Spesso a noi giornalisti piace raccontarle come fosse la finale di Champions League. Arrivano Pirlo o Messi, scartano mezza difesa e vanno in porta col pallone. Rischiando di banalizzarle, di semplificare o personalizzare troppo.

“Vi presento l’uomo che ha scoperto…” blablabla…

Non è così.

Una delle prima cose che mi spiega il mio amico esploratore è persino disarmante: “Noi non siamo Indiana Jones come pensa qualcuno. Non abbiamo la frusta, non consultiamo algoritmi miracolosi né sussurriamo alle pietre…”

Ogni scoperta è frutto della conoscenza e delle intuizioni geologiche all’interno di un grande gioco di squadra. Tutta l’azienda partecipa e porta il suo mattoncino: chi esplora, chi perfora, chi sviluppa i pozzi, chi si occupa di Ict, chi fa le valutazioni economiche fino al top management.

Per questo è necessario fare una premessa.

La storia di Zohr nasce a metà del 2012 quando Egas, l’ente di stato egiziano per le attività di ricerca nell’offshore del Nile Delta, annuncia una gara competitiva, o “bid round” per usare il termine tecnico, nell’offshore mediterraneo, offrendo alle compagnie petrolifere 15 blocchi da valutare.

Politicamente il periodo è pieno di incertezze, siamo nel post primavera araba. Al Cairo a giugno vanno al potere i Fratelli Musulmani e le grandi major sono in difficoltà nel riscuotere i crediti arretrati. Eni decide di tenere in Egitto un presidio regionale continuando a studiare dal punto di vista geologico l’area del bacino levantino.

Finché possibile, la prima regola di una energy company è che fattori contingenti e geopolitici non devono mai farti smettere di cercare (e capire). Quello petrolifero è un business a lungo termine; domani le cose possono essere diverse, magari migliori.

C’è poi un secondo fattore. IEOC, storicamente la macchina dell’esplorazione Eni in Egitto, per la prima volta in quarant’anni sta per rimanere senza aree da esplorare. L’incertezza, direbbe Mao Tse-tung, è un’occasione eccellente per provare a ricostruire il portafoglio con investimenti tutto sommato contenuti (la concorrenza sarebbe stata bassa), in attesa di un miglioramento delle condizioni per investire nel paese.

I numeri dell’Egitto nell’infografica di Abo.net

Egitto in cifre (fonte: Eni World Oil & Gas Review)

Già, ma come? L’esplorazione nell’offshore mediterraneo negli ultimi vent’anni non ha dato risultati eclatanti per l’industria petrolifera, molti pozzi perforati si sono dimostrati “secchi” o con pochi idrocarburi. Servono nuovi permessi con buone prospettive e per trovarli bisogna cambiare paradigmi, è il ragionamento a San Donato. Bisogna immaginare “play” diversi, meno onerosi e con grandi volumi associati. Mica facile la quadratura del cerchio!

In questo contesto e con queste premesse nasce la storia di Zohr.

All’annuncio della gara, IEOC effettua uno screening preliminare con i dati disponibili su tutti i 15 blocchi (per i cultori della materia si tratta tecnicamente dei dati gravimetrici e magnetometrici regionali e vecchie linee sismiche) e con le informazioni sul bacino levantino dove texani e israeliani stanno scoprendo cose interessanti. A quel punto decide di comprare i “data package” governativi di 10 dei 15 blocchi su cui approfondire la valutazione tecnica. Siamo a settembre 2012, ci sono pochi mesi per decidere se partecipare o meno alla gara. Bisogna fare in fretta.

Alla fine del periodo di monitoraggio il team esplorativo porta 3 blocchi su 15 allo stadio di valutazione tecnico-economica; e di questi solo il blocco 9 (Shorouk) arriva sul tavolo dei vertici Eni.

Perché Shorouk? Inizialmente l’obiettivo era di ricercare in acque egiziane il modello geologico provato dalle recenti scoperte giant a gas (Leviathan, Tamar e Aphrodite) del consorzio Noble-Delek Energy nell’offshore israelo-cipriota. Gli esploratori Eni cercavano strutture analoghe con lo stesso “play concept”, ipotizzando che il sistema petrolifero scoperto nel mediterraneo orientale potesse estendersi anche in Egitto. Invece…

…Invece sulla base del lavoro di valutazione fatto dal team IEOC in Egitto, e con la poca sismica disponibile, quel che emerge è un’area nel blocco 9 dove sembra esistere una situazione di “alto regionale”: non il classico tema a sabbie mioceniche come quella di Leviathan, Tamar e Aphrodite o del delta del Nilo bensì una grande biocostruzione. Un “reef”, come lo chiamano i geologi.

Ma un reef molto, molto grande. Per capirsi dovete pensare a un grande massiccio dolomitico come quello del Sella-Pordoi sepolto sotto 3mila metri di sedimenti e 1500 metri di acqua.

Possono esistere oggetti geologici del genere nel mediterraneo orientale? Quale età hanno? E non potrebbe trattarsi di un vulcano o un basamento cristallino invece che una biocostruzione? Tutte domande alle quali Eni deve dare risposta velocemente.

La ricerca viene allargata ai paesi vicini all’Egitto. Si rianalizzano tutti i dati delle perforazioni scientifiche effettuate in acque cipriote sull’alto di Eratostene, una grande piattaforma carbonatica sommersa. Per vederci ancora meglio il team acquisisce due linee sismiche 2D regionali non incluse nel “data package” del governo che permettono di collegare l’area di interesse egiziana con quella israeliano-cipriota e definire meglio la sagoma della biocostruzione individuata. In più gli esploratori decidono di reinterpretare internamente, attraverso una sofisticata tecnologia di “imaging” proprietaria Eni, la vecchia sismica: il risultato è sorprendente!

Questo è un altro aspetto affascinante. Uno pensa a geologi tutti numeri e formulette, invece nella testa creativa di un geologo danzano immagini 3D, ingrandimenti di rocce e linee sismiche colorate. C’è più inventiva di quel che uno penserebbe, fino a comporre un vero “quadro digitale” dell’esplorazione.

Ai quattro angoli del mondo c’è sempre un momento in cui noi italiani sappiamo cambiare gioco, unendo sintesi e inventiva. Sappiamo fare cose diverse lavorando su terreni tradizionali, magari aree mature già battute in passato, guardando le cose da un altro verso
Il "quadro digitale" dell'esplorazione

Nel nuovo modello geologico elaborato il “lead”, ossia il potenziale oggetto da esplorare, viene effettivamente descritto come una biocostruzione di presunta età miocenica (circa 10 milioni di anni fa) che si è accresciuta su un alto preesistente di età cretacica.

La cosa interessante è che il “patatone” (per i geologi la biocostruzione è semplicemente “il patatone”) è ricoperto da rocce evaporitiche (salgemma) della formazione Rosetta (l’equivalente della nostra Gessoso-Solfifera dell’Appennino e della Sicilia), che costituiscono notoriamente un’ottima roccia di copertura per sigillare la possibile roccia serbatoio (appunto il patatone). Inoltre si sa, dai campi scoperti in acque cipriote e israeliane, che il sistema petrolifero di migrazione di gas biogenico dovrebbe essere attivo nell’area.

Nel blocco 9 ci sono quindi tutte tre le condizioni fondamentali per poter avere un potenziale accumulo: il serbatoio, il tappo che sigilla, la roccia madre. Il tempo però stringe e non sarà facile farsi accettare il progetto ai piani alti. Non bastasse, l’area di Shorouk è stata detenuta da un altro operatore (una super major) per una decina di anni durante i quali ha perforato 9 pozzi senza risultati commerciali. Com’è possibile non abbiano visto il patatone? La spiegazione degli esploratori Eni è che la major ricercava play geologici diversi, i classici del Nile Delta (le sabbie mioceniche), non il tema carbonatico di sea-mount cui sembra appartenere il patatone, al momento l’unico del suo genere.

A San Donato la spiegazione viene ritenuta convincente e nel febbraio 2013 IEOC spedisce l’offerta al governo egiziano. Durante l’estate Eni apprenderà informalmente di aver vinto la gara anche se la firma ufficiale arriva solo a gennaio 2014. Il blocco 9 viene assegnato a IEOC al 100 per cento. Come previsto la competizione è stata bassa; le grandi major tengono le posizioni senza esporsi, in attesa di tempi migliori.

Nel frattempo in Egitto cambiano le condizioni politiche. Con la caduta dei Fratelli Musulmani il nuovo governo del presidente Sisi inizia a sbloccare i crediti pregressi. In pochi mesi si rinegoziano i contratti sul gas. La produzione nel paese sta declinando, si devono trovare nuove risorse dall’esplorazione.

In questa nuova cornice Eni ritiene importante dare segnali al Cairo di ripresa delle attività, prima nel delta del Nilo poi in offshore profondo. Decide di assegnare i contratti per l’acquisizione 3D nel blocco Shorouk e valuta di esplorare Zohr in anticipo sui tempi contrattuali (fissati per la seconda fase esplorativa), portando in Egitto l’impianto di perforazione Saipem 10000.

Per alcuni è un passo prematuro, persino azzardato. “Non c’è ancora la sismica 3D, come possiamo ottimizzare l’ubicazione di un pozzo così importante…?”

Tenete conto che in Egitto, dove il Cane a sei zampe è presente dagli anni Cinquanta, il tema esplorativo classico è il gas nelle sabbie del Delta del Nilo. Il modello di Zohr sarebbe una novità clamorosa. Convincersi e convincere di qualcosa di diverso dal solito non è mai semplice ma quando un team crede al progetto sa presentarlo al meglio ai superiori, si appassiona, lo difende con le unghie.

Vi racconto una cosa, per capire il clima febbrile di quei giorni. Una sera di aprile (2015) a San Donato viene convocata una riunione con tutti i geologi e geofisici del team. Le domande sono poche ma lapidarie:

“Siamo sicuri che la struttura esiste?” La risposta è sì.

“Siamo sicuri che abbiamo una chiusura strutturale controllata con la sismica 2D esistente?” Stessa risposta unanime.

Bene, allora si parte.

“Se scopriamo davvero qualcosa, il 3D ci servirà dopo, ma non per decidere di perforare un oggetto così grande…”, mi spiega il mio amico esploratore.

L'offshore egiziano dove Eni ha scoperto Zohr

Il pozzo tuttavia è costoso e rischioso. Gli addetti ai lavori chiamano questi prospect “high risk/high reward”. Si cercano compagni di viaggio disposti a entrare con quote di minoranza per ridurre il rischio e gli investimenti. Svariate compagnie petrolifere visitano la “data room”, ma tutte considerano Zohr troppo incerto; il modello non è provato e potrebbe essere del tutto sbagliato.

Eni decide di andare avanti da sola. Ci crede. I tempi sono strettissimi, si deve organizzare tutto: acquisire i permessi e avere le autorizzazioni dal Cairo, organizzare la logistica, preparare il programma di perforazione al meglio. Il sistema egiziano è estremamente cooperativo e tutto viene allestito in pochi mesi.

Il 25 giugno l’enorme sagoma di Saipem 10000 è in posizione nel blocco 9 e il pozzo viene materialmente iniziato il 3 luglio. Dita incrociate.

“Il momento della verità è sempre il pozzo…”

Le operazioni procedono veloci anche se a quelle profondità ci vogliono una trentina di giorni per arrivare alla potenziale roccia serbatoio. Il 18 luglio il pozzo esce dalle evaporiti (sale) della formazione Rosetta e si hanno subito indicazioni di gas.

Sempre dita incrociate.

Con molta attenzione e precauzione si procede a perforare. Si toccano le prime rocce carbonatiche.

“Pensa che quando siamo arrivati a quel punto è stato come perforare il burro…”, continua il mio amico esploratore.

Le manifestazioni di gas continuano. Dita incrociate di nuovo…

Per molti giorni e molte notti non dormirà nessuno. Esploratori, drillers, top management si sentono in continuazione, le riunioni si susseguono. “Bisogna capire dove siamo arrivati dal punto di vista stratigrafico, è importantissimo! E di che età geologica sono le rocce attraversate.”

Dopo aver analizzato febbrilmente i cutting di perforazione si scrivono i primi rapporti: siamo effettivamente in presenza di carbonati miocenici. Il modello del team sembra funzionare davvero!

Si continua a perforare e si continua a trovare gas. Cento, duecento, trecento metri nella roccia serbatoio. E’ il momento giusto per iniziare a raccogliere i dati e mettere in sicurezza quanto già attraversato.

Come si perfora un pozzo

A cavallo di ferragosto è davvero il #NessunDorma.

Dal diario di bordo di quei giorni:

“Si acquisiscono i log elettrici, si campionano i fluidi, si registrano i gradienti formazionali. Si prendono campioni di roccia per le analisi stratigrafiche, si calibra il modello sismico con acquisizioni di sismica in pozzo…”

Nel frattempo arrivano le prime conferme: il pozzo è mineralizzato a gas metano e le rocce carbonatiche serbatoio sono di ottima qualità.

Si riprende a perforare il patatone. Quattrocento, cinquecento, seicento metri in gas! I numeri iniziano a diventare grandi, molto grandi e si prende consapevolezza della scoperta di Zohr.

“Mai visti 600 metri con i punti di pressione tutti così allineati…”. Le famose quattro piramidi di Cheope una sopra l’altra.

Il resto lo sapete già, è cronaca di queste ultime settimane. Di Zohr ne hanno parlato giustamente in tantissimi ma raccontare la sua scoperta significa anzitutto raccontare un modo di lavorare tipico dell’Eni. Potremmo fare copia incolla per i giacimenti scoperti dal Cane a sei zampe in Congo, Angola, Mozambico.

Ai quattro angoli del mondo c’è sempre un momento in cui noi italiani sappiamo cambiare gioco, unendo sintesi e inventiva. Sappiamo fare cose diverse lavorando su terreni tradizionali, magari aree mature già battute in passato (come in Egitto), guardando le cose da un altro verso.

L’intuizione di sparigliare rispetto ai play tipici del Nile Delta; di applicare in Egitto le scoperte dell’offshore israeliano; di non limitarsi al “data package” così com’era andando oltre; di seguire le vie regionali di migrazione del gas e di usare riferimenti geologici già sperimentati in altri paesi (Libia, Venezuela, Kazakistan), sono attitudini tipicamente italiane e frutto dell’esperienza worldwide di Eni. I nostri competitor sono forse più organizzati, hanno team più ricchi e numerosi, ma non sanno scartare come noi…

“Dal punto di vista professionale – conclude il mio amico esploratore – posso dire che non c’è niente di più esaltante del vedere confermato quello che era solo un modello costruito come un puzzle di scarse informazioni. Ed è ancora più esaltante scoprire dove altri prima di te non hanno visto il potenziale o hanno declinato l’invito a unirsi ritenendo il play non valido o troppo rischioso. Questa è l’esplorazione, il lavoro più bello del mondo.”

Un viaggio lungo tre anni insieme ad un team straordinario di geologi, geofisici, ingegneri di perforazione e di logistica, esperti di Ict e di valutazioni economiche che era giusto raccontare dall’interno.

Ps. Si dice che la fortuna aiuta gli audaci, giusto? Giusto. Se Eni non avesse deciso di anticipare l’esplorazione di Zohr, oggi non saremmo qui a parlarne…

informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.