Sparks

7506 barili per la scala verso il cielo

 By Davide Perillo

Stavolta non si cammina sulle acque. Niente cintura di polipropilene fucsia a circondare le isole di Byscaine Bay, Florida, come nelle Surrounded Islands del 1983. E niente passerelle che collegano l’isola alla terraferma, come successo con quei Floating Piers che due anni fa lasciarono il mondo a bocca aperta, portando un milione e mezzo di visitatori in 15 giorni a compiere il tragitto tra Monte Isola e le sponde del Lago d’Iseo. Ma a modo suo anche l’ultima opera di Christo Vladimorov Yavachev, 83 anni, bulgaro di Gabrovo emigrato in Occidente nel 1957, per tutti semplicemente Christo, è un mezzo miracolo.

Si chiama The Mastaba, come gli edifici funebri della Mesopotamia che ispirarono le piramidi egiziane. Ha la forma di un trapezio, è alta 20 metri, larga 30, lunga 40, pesa 650 tonnellate, galleggia su una base di cubi di plastica ancorata da 32 tiranti al fondo del lago più cool della capitale più cool d’Europa – la Serpentine di Hyde Park, Londra. Ed è fatta di una materia prima anomala: oil barrels, barili da petrolio, fabbricati apposta in materiale riciclabile. Sono 7.506, impilati come mattoncini di un enorme Lego a quattro colori: al bianco, rosso e blu dell’Union Jack, la bandiera inglese, si aggiunge il malva, a creare riflessi spettacolari sull’acqua dove nuotano oche e bagnanti mentre i vialetti attorno al lago si affollano di turisti in cerca di fresco.

L’hanno chiamata Land Art, “arte di terra”, opere che nascono dal paesaggio e si innestano nella natura. Christo ci si è avvicinato un po’ alla volta e in modo anomalo, avvolgendo in metri di corde e tessuto oggetti semplici: bottiglie, automobili o il ritratto della moglie Jeanne-Claude, che con lui forma un sodalizio artistico durato fino alla morte di lei, nel 2009, e oltre (ancora oggi la firma di qualsiasi opera è doppia). Ed è proseguita con obiettivi sempre più grandi, imponenti. Negli anni, è diventato famoso per aver “impacchettato”, nascondendoli, il Reichstag tedesco e Porta Pinciana a Roma, il monumento a Vittorio Emanuele in Piazza Duomo e il Pont Neuf di Parigi. Ha popolato le colline californiane di una staccionata lunga quaranta chilometri (Running Fence, 1972-76) e la campagna giapponese di ombrelli da nove metri di diametro (The Umbrellas, 1991). Ha riempito Central Park, a New York, di un infinito domino di 7.503 portici color zafferano (The Gates, 2004). Lo avrebbe fatto anche sull’Arkansas, coprendo chilometri di fiume con un tunnel di tessuto temporaneo sospeso in aria, se non avesse cancellato il progetto di Over the River per protesta contro l’elezione di Donald Trump.

The Mastaba è formata da 7.506 barili, impilati come mattoncini di un enorme Lego a quattro colori: al bianco, rosso e blu dell’Union Jack, la bandiera inglese, si aggiunge il malva

Politica? «Sì, ogni mia opera d’arte è politica e parla di libertà», dice Christo. Ma se è difficile non trovare in quei drappi che imprigionano interi edifici dei richiami alla sua vicenda di esule dal totalitarismo, è lui stesso ad ammonire chi vorrebbe saperne di più, interpretare, capire: «Non cercate significati. Ognuno deve scoprirlo da solo, il messaggio. Sviluppando i suoi sensi. Io ho solo creato una grande scala verso il cielo», ha detto parlando proprio di Mastaba.

Eppure, colpisce che queste “scale” siano fatte spesso di barili di petrolio. Li usa da sempre, Christo. Dalla prima installazione formato-maxi, Parigi, 1961: una mezza parete di botti in disuso accumulate per mesi nel cortile del suo studio di rue de Saint-Senoch, ripulite, impilate e smontate poco dopo, perché già da allora era importante che della creazione non restasse nulla («l’arte, per me, è un’esperienza irripetibile: se non vedi l’opera quando c’è, non potrai vederla dopo»). Era la prova generale della prima scultura che fece parlare di lui: una parete anch’essa di barili costruita nella galleria di Hari Lauhus a Colonia. «L’opera più controversa mai vista da queste parti», scrissero i giornali. Ma anche il prototipo di altre realizzazioni che fecero discutere. Come la Iron Curtain, la barricata da 4 metri per 4 innalzata il 27 giugno 1962 da un lato all’altro di Rue Visconti, sempre a Parigi e sempre con i barili come materia prima: ferro e ruggine al posto del cemento, con un accenno evidente all’altro Muro che aveva diviso il mondo, a Berlino.

Una costante, quindi. Fino alla Serpentine, dove la semipiramide di barili colorati, costata 4 milioni di euro, resterà fino a settembre (poi Christo, che paga sempre di tasca sua autofinanziando ogni progetto con la vendita di schizzi, bozzetti e materiali, smonterà tutto, lasciando il lago come prima). E fino alla sua opera definitiva, che ha in mente dal 1977 e di cui la versione londinese è solo una copia minore: la vera Mastaba. Quella sì, destinata a restare. Enorme, fatta di 410mila barili, e destinata a coprire una fetta del deserto a 150 chilometri da Abu Dhabi. «Sarà alta 150 metri, più della piramide di Giza», giura lui.

«Non cercate significati. Ognuno deve scoprirlo da solo, il messaggio. Sviluppando i suoi sensi. Io ho solo creato una grande scala verso il cielo»

Ce n’è abbastanza, insomma, per fargli una domanda, che ogni tanto ricorre, ed è spuntata anche alla presentazione di Mastaba: perché i barili? È un richiamo all’energia? Ci sono messaggi ambientalisti, riflessi verdi, accenni alla dipendenza dal petrolio, nel bene e nel male? «Hanno un effetto plastico potente e costano poco», dissimula lui. Aggiungendo, però, che per lui l’arte è anche «sensualità», qualcosa di «molto fisico: ogni opera è un invito». Ed è un «progetto reale, non roba da museo. Riguarda le cose vere: sole, acqua, terra», come ha detto a proposito delle banchine sul Lago d’Iseo. Puoi camminarci sopra, o nuotarci intorno. L’arte di Christo, insomma, non parla di energia: è energia, nasce da lì.

Ed è un motivo in più per andarla a vedere. Anzi, per viverla. Un po’ come è successo per tanti artisti recenti in cui l’energia è stata, in qualche modo, il cuore della creazione artistica. Di quadri come quelli di Mark Rothko, Jackson Pollock e dell’action painting, la pittura d’azione che faceva colare e volare i colori sulle tele per accentuare l’atto fisico (l’energia, appunto) del fare arte; o come le opere futuriste di Giacomo Balla e Umberto Boccioni, teorico del Dinamismo Plastico e autore, tra l’altro, de La città che sale, immagine-icona di una corrente artistica che più di tutte ha incarnato il mito della velocità e dell’energia. Oppure, come le “sculture elettromagnetiche” di Takis, l’artista greco che usava il vento e la forza dei magneti per creare forme metalliche che conquistarono pure i poeti della beat generation.

Ma ci sono anche artisti che hanno lavorato sulle luci, come il tedesco Heinz Mack, il newyorkese Dan Flavin – le cui installazioni di tubi di neon ipercolorate sono diventate un marchio di fabbrica – o Lucio Fontana, diventato celebre per i tagli sulle tele (altra forma di energia applicata all’atto creativo), ma famoso pure per gli Ambienti, opere ottenute lavorando sul modo in cui la luce attraversa gli spazi (uno su tutti: Fonti di energia, 1961).

Senza dimenticare la Body Art di autori come come Kazuo Shiraga o Yves Klein, che trasformano i corpi – altra fonte inesauribile di energia applicata all’arte – in sculture o pennelli viventi, o come la celebre Marina Abramovic, forse l’artista contemporanea più nota e discussa, che in tutte le sue performance diventa essa stessa, con la sua energia vitale, capolavoro d’arte.

Elenco lungo, insomma. Tutto da approfondire, perché il connubio tra arte ed energia è una costante dei secoli. Diceva Jim Morrison, indimenticato cantante dei Doors, che «ogni forma d’arte essenzialmente è energia intercettata». Ecco, Christo e i suoi fratelli lo fanno vedere. E fanno riflettere. Anche chi passa, per caso, da Hyde park.

informazioni sull'autore
Davide Perillo
Davide Perillo è il direttore del mensile Tracce. Laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, il suo percorso professionale inizia con un master vinto alla scuola di giornalismo della Rizzoli. Ha scritto molti libri tra cui La fede spiegata a mio figlio (Piemme 2007).