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L’alba delle gomme masticate

 By Simonetta Sandri

Indicata, nel 2010, fra le venti donne che cambieranno il mondo, oggi l’Università di Brighton la inserisce fra le “Women of Impact”, per pensiero, idee e capacità di portare cambiamenti innovativi. È la Product Designer Anna Bullus, classe 1984, e ha una missione: riciclare i chewing gum gettati…

Che il rifiuto possa ormai ritrovare una nuova vita e trasformarsi in cosa utile, lo abbiamo già visto. Se poi la possibilità arriva anche per quegli oggetti che spesso ci si impiastricciano sotto le suole delle scarpe, i chewing gum masticati (o “cicche”), l’utile si unirebbe al dilettevole. Qualcuno ci ha pensato, finalmente, partendo non solo dal fastidio che ogni serio camminatore prima o poi ha dovuto affrontare ma, soprattutto, dai dati. I chewing gum, infatti, rappresentano una spesa annuale nel mondo di circa 14 miliardi di sterline e il secondo tipo di rifiuto nelle strade, dopo i mozziconi di sigaretta. In Gran Bretagna, si spendono circa 50 milioni di sterline l’anno per riparare a tale danno. Ecco allora l’idea di Anna Bullus, classe 1984, ex studentessa della University of Brighton’s College of Arts and Humanities: la raccolta e il riciclo. Studiando la chimica del chewing gum, Anna ne ha scoperto l’ingrediente principale, la gomma base, comunemente nota come una gomma sintetica, un tipo di polimero simile alla plastica, chiamata poliisobutilene, la stessa che si trova nelle camere d’aria delle ruote della bicicletta e che è ottenuta da prodotti petrolchimici, raffinati da combustibili fossili come il petrolio.
Se la giovane designer arriva subito a comprendere come la gomma da masticare, una volta gettata, possa rappresentare un materiale versatile e potenzialmente utile, il problema restava quello di convincere le persone a “donare” le loro gomme invece di gettarle, lasciarle con disattenzione e noncuranza sul selciato delle strade e delle vie cittadine, più o meno eleganti e frequentate. Come parte integrante della sua strategia Anna crea allora un cestino rosa brillante dalle forme tondeggianti, a forma di bolla (come non andare subito al ricordo dei Big Bubble?), dove raccogliere le gomme masticate: il Gumdrop®, che può essere appeso all’altezza della testa, fatto esso stesso di gomma da masticare riciclata, il Gum-tec® (un polimero, da lei creato, con alcuni ingredienti ancora top-secret, che ha chiamato BRGP, Bullus Recycled Gum Polymer).

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Il raccoglitore di gomme masticate Gumdrop®

Un messaggio accanto ai cassonetti spiega che qualsiasi gomma raccolta sarà riciclata in nuovi oggetti. Risultato? L’università di Winchester è stata fra le prime ad adottarli: circa 8.000 persone vivono e lavorano nel campus e le autorità volevano tenerlo pulito dai rifiuti di gomma. Dopo l’installazione di 11 contenitori, per rafforzare il messaggio, sono state distribuite, agli studenti del primo anno, centinaia di tazze da caffè fatte di gomma riciclata. Diciotto mesi dopo, l’Ateneo nota un calo di gomme masticate gettate per le strade del campus e espande lo schema. Lo stesso esperimento di successo è stato effettuato dall’aeroporto di Heathrow, nelle stazioni ferroviarie del Great Western Railway, a Legoland, all’aeroporto di Southampton e in tanti altri luoghi. Non la soluzione del problema ancora, ma un buon inizio. La seconda parte della sfida di Anna era rappresentata dal reperire partner industriali disposti a riciclare della vecchia gomma per produrre nuovi oggetti. Ecco allora arrivare il supporto di un impianto di riciclaggio a Worcester, uno specialista di stampa della plastica a Leicester (Amber Valley), o, più recentemente, Wrigley, un gigante dell’industria che ha accolto l’idea di sperimentare la trasformazione delle cicche in oggetti. Le gomme di scarto vengono scaldate e rilavorate, alcune suole di scarpe sono fatte allora di chewing gum. Una bella ottica rovesciata se si pensa a quante volte da lì sotto si è cercato di staccarle…

Gumshoe®, la prima scarpa fatta di chewing gum

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informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.