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La centrale sempre accesa

 By Simonetta Sandri

Dove sorgeva una vecchia centrale elettrica, la GES-2, nel centro di Mosca, sul lungofiume Bolotnaya, nascerà un nuovo centro didattico e museale firmato da Renzo Piano. Il progetto verrà realizzato grazie all’impegno della fondazione V-A-C di Leonid Mikhelson, l’uomo a capo del colosso degli idrocarburi Novatek, che ha invitato Piano a occuparsi della riqualificazione del sito. Lo scorso ottobre l’architetto italiano ha presentato il suo progetto al sindaco di Mosca, Sergeij Sobianin. Teresa Iarocci Mavica è la curatrice italiana incaricata della direzione artistica della fondazione V-A-C che ha vinto la sua personale sfida nel far incontrare due mondi: l’Italia migliore e l’energia di ora e di allora. GES-2 oggi è un luogo spento, buio e sono sempre di meno i moscoviti che la ricordano come un simbolo dell’“udarnik” sovietico. Sarà un vero incontro fra energie e di energie. Il centro didattico, organizzato in spazi flessibili, sorgerà su un’area complessiva di 31.000 metri quadri. Il nuovo polo verrà inaugurato a inizi 2019 e accoglierà 750.000 visitatori all’anno. L’azzardo futurista si salda con la volontà di tenere insieme contemporaneo e tradizione: alle spalle della centrale, nel vuoto industriale che oggi la fa sembrare un pezzo di taiga, vi sarà un bosco di betulle. Di quelle betulle simbolo della Russia…

(Le foto dei rendering sono pubblicati per gentile concessione della fondazione V-A-C)

C’era una volta un luogo quasi magico che produceva elettricità sulle sponde di un fiume elegante e maestoso, una sfavillante lanterna delle fiabe che illuminava l’imponente città. C’era una volta il lavoratore sovietico, l’udarnik, la sua dedizione al lavoro e la sua voglia di cambiare il mondo. L’impegno per il futuro, il rispetto per il proprio passato.

«Qui porterò la luce – ha detto Renzo Piano al Sindaco moscovita Sergeij Sobianin alla presentazione ufficiale del progetto – questo posto produceva luce, e io le garantisco che tornerà a farlo, sarà una lanterna magica nel cuore di Mosca». La luce si (ri)costruisce piano piano, così come la pace, come la storia, come la città.

E in questo luogo, che tanto ha significato per la città di Mosca, questa bellezza tornerà a riunire persone intorno alle idee e al dialogo che solo la potente energia della cultura può portare. Pronti a entrare in un luogo che sa di antico e di moderno insieme?

L'esterno della ex centrale che verrà ristrutturata da Piano

Intorno alla stazione elettrica da poco in disuso (la GES-2), progettata dagli architetti Vasily N. Bashkirov e Vladimir Grigor’evič Šuchov (inventore, nel 1890-1892, di un nuovo tipo di caldaie tubolari: verticali e orizzontali) e inaugurata nel febbraio 1907 per alimentare i tram della città, la gente si potrà un giorno ancora incontrare, potrà sostare in biblioteca, andare al cinema o ascoltare musica. Le otto caldaie a vapore Fischer-Gamper, delle sale macchine e dei due turbogeneratori Brown-Boveri alimenteranno oggi l’energia delle idee. Le quattro canne fumarie in muratura, alte ciascuna 64 metri, avranno e daranno nuova vita.

D’altra parte, Renzo Piano ha iniziato la sua carriera costruendo un museo come se fosse una fabbrica (il Centre George Pompidou di Parigi) e oggi non può che provare a fare il contrario, trasformare una fabbrica dismessa in un polo multifunzionale che produca energia culturale, un vero e proprio laboratorio, a due passi dal Cremlino, in cui l’arte diventi una cosa viva, da progettare, da fabbricare, da produrre, da condividere, facendola girare per il mondo intero. Tradizione, contemporaneo, modernità e natura si fonderanno insieme in questo progetto: verrà mantenuta la struttura originaria della fabbrica, immergendola in un bosco inclinato di betulle, cui si arriverà attraverso un percorso che partirà da un giardino interno. Il bosco coprirà la visuale, non si vedrà il ponte dei Patriarchi (uno dei più amati dai moscoviti) né la Chiesa del Cristo Salvatore ma solo i colori di una natura che avvolgerà e isolerà lo spettatore, abbracciandolo calorosamente.

Il lungo fiume e la centrale all'inizio del secolo scorso

Lo stesso Renzo Piano, nel libro La responsabilità dell’architetto (Conversazione con Renzo Cassigoli, Passigli Editore), ricorda come il suo sia un lavoro misto di memoria e oblio, un mestiere da curioso, quasi da artigiano, un connubio fra arte e scienza, alla cui base vi siano emozioni, un lavoro pervaso dalla leggerezza che bisogna comunque sempre avere dentro, un insieme di tecnica, spiritualità e creatività, un mescolare le discipline come un pittore con i colori della sua magica tavolozza.

E qui a Mosca, i pezzi del mosaico ci sono tutti e sono davvero tanti: un edificio che è stato storia nella storia, la cultura, l’arte, la poesia, la curiosità, l’ingegno, il dinamismo, la gioventù, il socialismo (nel senso apolitico della parola), il lavoro, la tecnologia, le energie rinnovabili (vento-sole-geotermia), la natura, la scienza, il colore trasparente e la potenza della luce. E la lista potrebbe essere ancora lunga. Ma la luce, soprattutto, qui come in altri progetti di Piano, resta il filo conduttore.

Interno della centrale elettrica, 1910

Bisogna, poi, non più far esplodere le città ma farle implodere, riassorbire i vuoti urbani creati dal processo di deindustrializzazione, recuperare quei “buchi neri” provocati dalle aree industriali che si andavano liberando man mano che la città, crescendo, rendeva necessario lo spostamento delle attività produttive.

Per quanto questo ragionamento fosse pensato da Piano soprattutto per le periferie, come non ritrovare tutti questi elementi nella fabbrica GES2 del quartiere di Ottobre Rosso, ex-area industriale che fino al 2007, ospitava la fabbrica di cioccolato più antica della Russia e che oggi è diventato il vero centro culturale di Mosca, dove tutto è condivisione, sperimentazione e tendenza, fra gallerie d’arte, locali e scuole di fotografia e design, che fanno respirare l’aria della città in evoluzione?

Uno schizzo di Renzo Piano

Il progetto, un po’ parco, un po’ laboratorio di ricerca e luogo di incontro (in questo concetto, ricorda l’auditorium musicale di Roma), prevede che la galleria centrale ospiti mostre e installazioni e gli altri spazi interni librerie, un ristorante, un caffè e ambienti per corsi e conferenze.

Il bosco di betulle a forma quadrata (gesto semplice ma chiaro, deciso e forte), poi, riempie e delimita uno spazio dove indugiare. Importante che sia di betulle perché in estate sarà verde, mentre d’inverno i suoi alti ed eleganti tronchi bianchi trasmetteranno la sensazione di una “fonte di luce” che s’irradia dall’edificio principale (sempre la luce…). E poi la betulla (berioza) simboleggia la grande, operosa e orgogliosa Russia.

Non ho mai amato nulla quanto un bosco di betulle. Anche ora, mentre scrivo, sento l’inconfondibile odore dei nostri boschi, dei nostri alberi tanto amati (Fëdor Dostoevskij)

Anche qui si è “rubato” dall’ambiente circostante, dalla natura e dai suoi elementi: le pietre, l’acqua, gli alberi, i colori, il vento, l’aria, il sole, la luce, l’energia della terra. Rispettandolo. Ci saranno, infatti, i pannelli solari, le due alte ciminiere che raccolgono l’aria e la riciclano nel sistema di aerazione e di condizionamento, la geotermia. In inverno si prenderà l’aria fresca dai due tubi, all’altezza di 70 metri. In un tubo si aspira l’aria, nell’altro si smaltiscono i rifiuti. L’acqua del vicino canale Vodootvodny sarà, invece, usata in estate, per raffreddare lo spazio, evitando così di utilizzare energia da combustione di idrocarburi.

L’acqua unisce, è continuità, è sorgente di bellezza, come scriveva il poeta russo Iosif Aleksandrovič Brodskij, Premio Nobel per la letteratura nel 1987. E poi questo edificio fa da ponte metaforico tra il presente e il passato, il vecchio e il nuovo, un vecchio ritornato a nuova vita, tra un’energia e un’altra, tra due rive di un fiume potente e forte che alla fine unisce, proprio vicino a un altro ponte reale, quello citato dei Patriarchi. Su un’acqua che è anche un crogiuolo multietnico, lo specchio di mille storie vissute, costruite dal tempo…

informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.