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La via del petrolio

 By Daniela Scamuzzi

Una recente classifica Siae ha stabilito che tra tutti i film prodotti in Italia dal 1950 ad oggi quello più visto, subito dopo “Guerra e pace”, ’è “Ultimo tango a Parigi”, il capolavoro di Bernardo Bertolucci. Pochi sanno che una delle prime tappe della sua fulminante carriera il regista l’ha percorsa in Eni, realizzando, poco più che ventenne, il documentario “La via del petrolio”. Una copia del film è stata donata dall’archivio storico del Cane a sei zampe al Deutsches Filmmuseum di Francoforte, dove si è parlato a lungo di quanto possa essere bella l’industria raccontata da artisti geniali come Bertolucci…

Perforatrici e piattaforme possono essere belle? Certamente sì. Ma cosa accade quando l’arte diventa spinta propulsiva per il lavoro dell’industria? Se lo sono chiesti di recente esperti di cinema di tutto il mondo al Deutsches Filmmuseum di Francoforte, confrontandosi sulle migliori opere provenienti dagli archivi di Europa, Asia e Stati Uniti.  Tra queste c’era una chicca, una vera punta di diamante, donata in copia al museo tedesco, e proveniente dall’ archivio storico Eni: il documentario realizzato da Bernardo Bertolucci “La via del petrolio” (1967).

Vinzenz Hediger (Deutsches Filmmuseum, Francoforte): "Eni ha donato al nostro Museo una copia de La via del petrolio che completa la nostra collezione su Bertolucci"

Di fatto questi esperti di cinema hanno ricordato che lo sviluppo economico richiede organizzazione industriale e, dal momento che questa esige comunicazione, non può fare a meno del cinema, del documentario. Lo sapeva molto bene Enrico Mattei che, attento alla comunicazione come era, nel 1957 istituisce un Ufficio cinema. Lo affida a Pasquale Ojetti, un giornalista che con la sua conoscenza della materia lo gestisce egregiamente sino al 1983. La produzione di documentari è intensa e di alta qualità artistica.

Durante la presidenza di Mattei vengono realizzati 16 film, ma altrettanti sono i titoli pensati e approvati nello stesso periodo e, per ragioni tecniche, realizzati dopo la sua morte. Negli anni Cinquanta e Sessanta, oltre a Bernardo Bertolucci, girano per Eni registi che già realizzavano film “d’autore” come Joris Ivens, Gilbert Bovay, Valentino Orsini, i fratelli Taviani, Giuseppe Ferrara, Alessandro Blasetti, Giuseppe Taffarel, avvalendosi della collaborazione di scrittori e sceneggiatori del livello di Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Tonino Guerra.

Bernardo Bertolucci sul set di Novecento

L’incontro di Bertolucci con Mattei avviene qualche anno prima della realizzazione del film, quando il padre e poeta Attilio, direttore dal 1955 della rivista aziendale Il gatto selvatico, li presenta. Ad accomunare il giovanissimo Bernardo a Mattei è la passione per la pesca “con la mosca” e, nel corso del loro unico incontro, il presidente gli promette di portarlo con sé in Norvegia a catturare salmoni.

Ma il viaggio non si farà mai perché, poco tempo dopo, nel 1962, Mattei muore nell’incidente aereo di Bascapè.

La famiglia Bertolucci al completo: da sinistra in piedi Giuseppe, Bernardo, Attilio e la moglie Ninetta (Parma, 1958)

Nel 1964 il responsabile delle relazioni esterne di Eni, Franco Briatico, chiede ad Attilio Bertolucci se il figlio fosse interessato a fare un film “che non fosse un semplice Carosello”. Racconta il regista in un’intervista: “In quel periodo ero veramente molto depresso, perché dopo Prima della rivoluzione, che non era piaciuto per niente in Italia, né alla critica, né al pubblico, cercavo di fare un altro film e non ci riuscivo, così – continua – parlando prima con Briatico, poi con Pasquale Ojetti, elaborammo l’idea di fare un documentario di tre puntate da 50 minuti da proporre alla Rai”. Al parlato avrebbe lavorato anche Alberto Ronchey.

L’attenzione si concentra sul lavoro svolto dai tecnici dell’Agip mineraria in Iran, reso possibile dagli accordi siglati nel 1957 da Mattei con lo Scià di Persia. “Mi venne in mente – spiega Bertolucci– di fare una prima puntata sulle origini del petrolio, una seconda sul viaggio di una petroliera dal Golfo Persico sino a Genova, da dove partivano gli oleodotti e la terza proprio sul viaggio dell’oleodotto da Genova verso Ingolstadt, dove c’erano le raffinerie”.

Intervista a Bernardo Bertolucci

La via del petrolio si inserisce nella filmografia di Bernardo Bertolucci tra l’eccezionale esordio de La comare secca e i film che lo hanno fatto poi conoscere e apprezzare nel mondo, come Strategia del ragno, Il Conformista e Ultimo tango a Parigi. Il documentario, rimasto l’unico realizzato del regista, è stato trasmesso dalla Rai in tre puntate, tra il gennaio e il febbraio 1967.

Ciascun episodio ha una connotazione particolare. La prima puntata, Le origini, è spettacolare, ricca, nettamente documentaria. Si concentra sulla terra di origine del petrolio e sulla presenza magica del fuoco. Colpiscono le immagini suggestive del suk di Teheran, “un luogo magico per chi, come me, non era mai stato né in Medio Oriente, né in Nord Africa”, ricorda Bertolucci. Ci si immerge subito dopo nelle atmosfere di Isfahan, “la città dalle incredibili cupole turchesi”. Seguono le immagini e le interviste al campo base degli operai dell’Agip mineraria che lavoravano a quattromila metri di altezza, sui monti Zagros. “Io da un lato mi sentivo molto vicino agli italiani che erano là a lavorare duramente, d’altra parte mi sembrava di essere nelle Mille e una notte”.

La seconda puntata, Il viaggio, è avventurosa, ricca di citazioni poetiche e cinematografiche. Il viaggio della petroliera attraverso il canale di Suez è paragonato ai film fantastici di George Méliès. La terza puntata, Attraverso l’Europa, è fantasiosa. Il protagonista è un giornalista e poeta sudamericano, Mario Trejo, che segue il percorso dell’oleodotto da Genova a Ingolstadt, in Germania, passo dopo passo, con vari mezzi, persino a piedi. Come in un diario il protagonista delinea un viaggio che diventa anche storico e letterario.

La via del petrolio fu trasmesso dalla Rai in tre puntate andate in onda tra il gennaio e febbraio 1967

La bellezza di questo film sta nella creatività estrema che il regista ha potuto esprimere nonostante fosse un prodotto commissionato dall’industria. Bertolucci ha potuto lavorare a suo agio e senza censure. Lo racconta lui stesso: “Mi spingevano a fare un lavoro che mi assomigliasse il più possibile, al punto che oggi qualche giovane regista potrebbe essere invidioso della libertà di quel cinema, che all’epoca si chiamava industriale, che riguardava le grandi strutture industriali. Io per lo meno ebbi questa straordinaria libertà”. Quando l’arte si occupa di petrolio, perforatrici e piattaforme anche il risultato, come in questo caso, può essere straordinario…

informazioni sull'autore
Daniela Scamuzzi
Curiosa di tutto, si nutre di viaggi, scrittura, musica e street photography. Giornalista professionista con esperienze tv, agenzia e carta stampata, oggi lavora nella cineteca Eni, dove finalmente si può occupare delle sue grandi passioni: film e comunicazione.