Sparks

La terra fredda che produce caldo

 By Simonetta Sandri

Un viaggio attraverso Novij Urengoi, la cittadina quasi metafisica alla frontiera del mondo, nella Siberia Occidentale, che sorge su un territorio che contiene il 74% del gas della Federazione Russa. Secondo una leggenda nordica Urengoi significa “figlia del sole” ma oggi essa vuol dire soprattutto “città del gas”. Inesistente fino al 1980, ci vivono 116mila anime (una popolazione cresciuta del 230% in meno di un decennio). A legarla a Eni il gemellaggio del 1999 con San Donato Milanese e l’accordo strategico del 2006. Intorno alla cittadina vi sono poi i Nenets, le popolazioni nomadi che Giuseppe Tornatore, già nel 1999, aveva fotografato, in una tundra siberiana avventurosa, misteriosa e lontana da tutto. Un viaggio quasi nostalgico, a ritroso nel tempo, dentro una terra fredda che produce caldo. Abolendo le distanze e gustando la stroganina…

Ps. La foto di copertina e quelle nel reportage sono di Claudio Brufola, quelle nella fotogallery in fondo di Giuseppe Tornatore.

La luce è poca, la luce è fioca. Neve, silenzio, sussurri, una cartolina bianca avvolgente, di quelle degne di una favola a lieto fine che da bambini ci cullava i pensieri stanchi prima di addormentarci. Neve, la stessa passione di Yuko Akita, quella che, nel candore, porta idee e vento di novità. Un candore che qui rasserena e lascia pensare alla bellezza del mondo.

“…Yuko Akita aveva due passioni.

L’haiku.

E la neve.

L’haiku è un genere letterario giapponese. E’ una breve poesia di tre versi e diciassette sillabe. Non una di più.

La neve è una poesia, una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio.

Ha un nome. Un nome di un candore smagliante.

Neve…”

Maxence Fermine, Neve

Al caldo di un camino generoso e scoppiettante, sfogliamo libri di fotografie in bianco e nero di questa terra, apparentemente inospitale ma nella realtà accogliente e affascinante. La Siberia. La frontiera del mondo, dove d’inverno, il giorno più lungo dell’anno dura meno di un’ora e mezza e le temperature raggiugono i -30/-35 gradi, con punte fino a -50. Brrrr… Dove l’estate dura all’incirca un mese al massimo l’anno.

Ci avviciniamo alla città di Novij Urengoi, nel distretto autonomo dello Yamal-Nenets, una sessantina di chilometri a sud del Circolo Polare Artico. Per arrivare fin qui attraversiamo la taiga e sfioriamo il disco rosso acceso del sole in cielo, che ci guarda fisso, sicuro, immenso. Ci troviamo nel più profondo nord dove sotto una sabbia spessa e gialla riposa il ghiaccio eterno. Quello all’aria aperta darà origine a castelli, statue e sculture che saranno la gioia di molti bambini.

Non esistono più distanze, le immense foreste accolgono uno sguardo che si era perso nell’orizzonte quasi rarefatto, una scultura che simboleggia lo sgorgare del gas dalle vene della terra ci dà il benvenuto. Un monumento che inizialmente si trovava alla periferia della città sulla strada per l’aeroporto ma che con la sua espansione si è ritrovata velocemente al suo centro.

Poco lontano un altro monumento, quello al Circolo Polare Artico (il “Polarnyi Krug”), una sfera fatta con cerchi d’acciaio dipinti di azzurro, ricorda al visitatore dove si trova. Fa freddo, inutile ricordarlo ancora. Urengoi, secondo un’antica leggenda nordica “figlia del sole”, oggi vuol dire soprattutto “città del gas”. La cittadina è un vero “inno al lavoro”, monumenti di memoria socialista, immersi nella tradizione ma senza alcun culto della personalità, se ne stanno comodamente adagiati sulla candida neve delle vie cittadine. L’“udarnik” era il lavoratore ultra-produttivo, derivato dall’espressione russa “udarny trud”, e qui le persone hanno tutte lavorato con orgoglio e grande voglia di crescere e di sviluppare il loro ingegno e le proprie risorse infinitamente generose. Inesistente fino al 1980 (quell’anno ottenne lo status di città, se pur fondata nel 1973), oggi ci vivono circa 116.000 anime, una popolazione aumentata del 230% in meno di un decennio.

Non solo. Novij Urengoi ha un curato museo del gas, 38 scuole materne (i giovani sono una risorsa), 24 scuole, 7 istituti di specializzazione e 11 ospedali. La Yamal Oil and Gas University, fondata nel 1982, prepara i futuri professionisti del settore. Non ci stupiamo, perché siamo nella città di Gazprom. Qui l’80% della popolazione lavora nel settore energetico, il più alto stipendio medio della Federazione (circa 55.000 rubli al mese). Il 30% della popolazione ha meno di 18 anni.

Secondo le indicazioni del Museo cittadino del Gas, ai tempi dell’Unione Sovietica qualche misterioso tecnico inviato da Mosca restò intrappolato nel ghiaccio. Scoprì così uno dei più vasti giacimenti di metano al mondo destinato a resistere fino a oggi

I bambini corrono per le strade, le guance rosse e rubiconde, felici, incuranti del freddo gelido, protetti dai loro cappotti pesanti dal cappuccio di pelo, abbracciati da lunghe sciarpe colorate fatte a mano e guanti che la nonna ha mantenuto nel baule di legno per lungo tempo. Per le strade, odore di pagnotte di pane appena sfornate che escono, bruciacchiate e rotonde, da imponenti forni di pietra. E’ il “lepeshka”, fatto di uova fresche e morbido burro, da mangiare con la panna acida. Vecchie signore camminano piano piano per non scivolare, giovani amiche si dirigono verso il cinema Oktiabr. Intimità. Tutto sa di casa. Casa, sì, anche perché questa terra accoglie i più grandi giacimenti di gas naturale del mondo: nella regione dello Yamal si produce il 74% del gas della Federazione Russa. Secondo la leggenda popolare queste risorse sarebbero state scoperte qui per caso da un nomade; secondo le indicazioni del Museo cittadino del Gas, invece, ai tempi dell’Unione Sovietica qualche misterioso tecnico inviato da Mosca restò intrappolato nel ghiaccio e iniziò a piantare le trivelle nel terreno. Scoprì così uno dei più vasti giacimenti di metano al mondo destinato a resistere fino a oggi.

A legarla a Eni, il gemellaggio del 1999 con la città di San Donato Milanese e l’accordo strategico con Gazprom del 2006. Ma non solo. Alcuni accordi del 2008 e del 2012, che rientrano nel modello di cooperazione di Enrico Mattei che l’azienda non ha mai abbandonato, hanno assicurato, per alcuni anni, supporto per lo sviluppo del campo dell’educazione della cultura, dello sport e della formazione professionale. Così ad esempio, nel 1999, Eni ha aperto a Novij Urengoi una biblioteca multimediale, che ha permesso a molti giovani di chattare e parlare con tutto il mondo, e, fra il 2008 e il 2014, ha ospitato bambini di famiglie meno abbienti nelle colonie estive di Cesenatico.

Intorno alla cittadina vi sono poi i Nenets (“nenec” significa “uomo”), quelle popolazioni nomadi che Giuseppe Tornatore, già nel 1999, aveva fotografato appassionatamente e quasi avidamente, in una tundra siberiana avventurosa, misteriosa e lontana da tutto. Una popolazione indigena di origine samoieda che vivono ancora qui (non sono più di qualche migliaio), come più di cent’anni fa, dormendo sotto tende coniche di pellame (le “chum”). Il popolo delle renne. Secondo gli ultimi dati Census del 2010, nella Federazione Russa sono oggi presenti 45.000 Nenets. Parlano il “nenec”, utilizzata nella letteratura locale e insegnata nei distretti scolastici delle richiamate regioni. Si dividono in due gruppi distinti, la cui differenziazione si basa essenzialmente sulle diverse attività economiche praticate: quelli della Tundra (stanziati nel nord), che traggono sostentamento dall’allevamento delle renne e i Chandejar o Nenets della Foresta, che vivono invece di caccia e pesca. Un terzo gruppo, i Nenets Kominized (gente di Yaran) è emerso come il risultato dei matrimoni tra Nenets e membri della tribù Ižma, di etnia Komi.

Organizzati in “brigate” si muovono con le loro candide renne una settantina di volte l’anno, percorrendo centinaia di chilometri alla ricerca del lichene bianco indispensabile a questi animali. La loro vera fonte di sostentamento, per tutto, dalla carne alla pelle. Le culle dei bambini sono di legno e le culla il vento. Tutto, dalla cucina alle relazioni, è gestito dalle donne, gli uomini un po’ cacciano. Nella tenda, che può ospitare più di 10 persone, si potranno assaporare la carne di renna cotta o il pesce congelato (coregoni e salmoni bianchi) tagliato a fette sottilissime, la stroganina (dal russo “strogat”, piallare le assi). Mentre da lontano arriverà l’eco del tradizionale brindisi “za nas, za vas, za gas”, alla nostra salute, alla vostra e a quella del gas, e nell’aria ci sembrerà di sentire le note di Dmitri Shostakovich o di Sergei Rachmaninov.

informazioni sull'autore
Simonetta Sandri
Simonetta è nata a Ferrara e dopo gli ultimi anni a Mosca oggi lavora a Roma. In Eni dal 2003 come HSE Manager, ora si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e temi ambientali emergenti. Da sempre appassionata di scrittura, ha pubblicato su riviste italiane e straniere ed è autrice del romanzo “Il Francobollo dell’Avenida Flores”. Coltiva la passione per la fotografia. Da Algeria, Mali, Libia e Russia, dove ha vissuto lavorando per Eni, ha tratto ispirazione.