Sparks Economia circolare

I doni della circolarità

 By Davide Perillo
Economia circolare

L’idea è spuntata così, imprevista e improvvisa. Da una parte c’è lui, Silvio Pasero, private banker di mestiere, dall’altra, c’è il suo cliente più importante, venditore di piastrelle e sanitari, tanti e in tutto il mondo…

«Aveva la moglie malata» racconta Pasero «così, per parlare d’affari, mi riceveva quasi sempre a casa». Si conoscono meglio, diventano amici. Pasero, che oggi ha 60 anni, ogni tanto, durante le sue visite, si porta dietro qualche sacerdote amico e altri amici missionari di passaggio in Italia: uno di questi stava in Sierra Leone, un altro viveva in Paraguay. Qualche tempo più tardi, durante quelle missioni, arrivano due container di piastrelle. «Vado allora dal mio cliente per ringraziarlo, dicendogli che non doveva… Ma lui, di contro, mi risponde: perché mi ringrazi? Guarda che da questa operazione ci guadagno. Mi sono liberato di fondi di magazzino e cose che non riuscivo a vendere. E in più, ho fatto del bene». È lì che al consulente bancario si accende la lampadina: «Vuoi vedere che il metodo del Banco alimentare può essere applicato anche all’edilizia?».

Banco Building

Non solo si può, ma funziona. Il Banco Building, realtà no profit creata da Pasero assieme a un gruppo di amici delle Compagnia delle Opere, fa oggi la stessa cosa del fratello maggiore che si occupa di cibo (e degli altri due Banchi italiani che applicano la stessa idea rispettivamente a farmaci e attrezzi informatici): raccoglie eccedenze dai produttori edili – mattoni invenduti, piastrelle di fine serie, fondi di magazzino, resi – o materiali usati ma ancora ottimi, e li ridistribuisce a missioni, no profit, ong… Lo fa in tutto il mondo, perché il bisogno, ha carattere globale. E da dieci anni, perché la prima donazione risale al 2009.
Da allora, un mattone dopo l’altro, piastrella dopo piastrella, l’operazione no profit ha raggiunto numeri che fanno abbastanza impressione: almeno 300 «cose fatte» (sul loro sito le chiamano così), con partner donatori come McDonald’s e Tim, Mapei e American Airlines – solo per citarne alcuni – e beneficiari che spaziano dalle case-famiglia di Bergamo al Don Orione in Romania, dalle missioni dei Cappuccini in Etiopia, alla onlus che aiuta gli ex bambini-soldato in Sierra Leone… «Trattiamo beni per l’equivalente di un milione di euro all’anno» dice Pasero «con un bilancio da 10mila euro e una struttura ridotta all’osso: un ufficio, tre persone fisse, compreso me che sovrintendo, ci sono Massimo Barbieri, mio cugino ed ex bancario, responsabile operazioni, sua moglie nel back office, ed altrettanti volontari, che ci danno una mano. In più ci sono quelli che coinvolgiamo volta per volta in casi diversi, per organizzare il contatto e lo scambio tra chi dà e chi riceve» prosegue Pasero. «Non abbiamo un metro quadrato di magazzino e non l’avremo mai: chi ritira, deve essere in grado di venirsi a prendere la merce». Tutto qui. I vantaggi sono evidenti, le aziende riducono i costi di magazzino e smaltimento, da manuale dell’economia circolare. Inoltre la Legge Gadda, approvata nel 2016, ha reso tutto ancora più snello e conveniente in termini di esenzioni Iva e detrazioni Irpef. In più, ci guadagna l’immagine, con ricadute utili in termini di comunicazione d’impresa.

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I vantaggi di Banco Building sono evidenti, le aziende riducono i costi di magazzino e smaltimento, da manuale dell’economia circolare (bancobuilding.it)

Una fonte di guadagno remunerativa

«Non è carità pelosa, del tipo “ti regalo qualcosina e ti faccio un favore”», osserva Pasero: «In realtà, chi dona ci guadagna parecchio». Anche per questo i donatori si moltiplicano in fretta. «Come arrivano? Per passaparola e attraverso incontri personali. Abbiamo un budget minimo che spendiamo quasi tutto sui social. Ma anche nell’epoca dei social network, vince l’incontro».
E incontro vuol dire persone, volti, storie. La storia più strana, forse, riguarda la star di Hollywood che aveva ordinato quattrocento metri quadri di marmo di Carrara per il suo attico a Manhattan. Peccato che tra l’acquisto e la spedizione, al divo succeda di cambiare fidanzata. A quella nuova, il marmo non piace. E il carico torna in Italia. Diventando un problema per il produttore fino al momento in cui Banco Building trova un altro soggetto interessato a portarlo via: attraverso le suore di Valserena è finito in Angola, dove ora fa da pavimento a una chiesa.
Ma la missione più rilevante c’entra con la Siria martoriata dalla guerra, e prende il via un anno fa. «Un’importante azienda di arredamento mi chiama e dice: “abbiamo 4mila metri quadrati di pannelli solari che non sappiamo come smaltire, sta scadendo la certificazione ma funzionano ancora benissimo, li volete?”», racconta Pasero: «D’impeto dico: sì. Ma quando arrivo a casa, persino mia moglie mi fa: “Sei un istintivo. Adesso che ci fai?”. Aveva ragione: non ne avevo idea…». Eppure, il giorno dopo («oh, esattamente il giorno dopo!») arriva una telefonata, del tutto inattesa: «Era suor Marta, una madre trappista. Mi chiamava dalla Siria, dove avevano appena aperto un convento. Mi dice: “La guerra è altrove, noi qua siamo abbastanza tranquille, abbiamo acqua e cibo. Ma non abbiamo energia. Non è che avreste dei pannelli solari?”». E lei? «Mi sono seduto: “Scusi? Può ripetere?”. “Sì, so che sembra strano, ma ci servirebbero duemila metri quadrati…”. “Ce li ho”. “E ne avete anche per il villaggio?”». Il giorno dopo, partiva l’operazione Siria. Conclusa giusto sei mesi fa, con la posa dei pannelli dopo un’avventura mica da ridere. Non solo perché il trasporto, come si può immaginare, non è stato facile, tra scorte armate e odissee burocratiche. Ma perché i pannelli contengono silicio, materiale con cui si fanno le armi e ci voleva qualcuno (tecnicamente, «un vettore internazionale») che garantisse: «Ho scritto a tutte le missioni con cui operiamo: in Burkina Faso, in Etiopia… Nel giro di 24 ore hanno risposto tutti: garantiamo noi. Anzi, suor Laura Girotto, che sta costruendo un ospedale ad Adwa, si è commossa: “Pago io il viaggio”». Pasero, da cattolico, ci vede la mano di Dio. Di sicuro è commovente leggere il diario di una missione capace di creare ponti del genere, incrociando carità ed economia circolare.

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Chi dona ci guadagna parecchio e i donatori si moltiplicano in fretta. Arrivando per passaparola e attraverso incontri personali (bancobuilding.it)

Non solo mattoni

Così come colpisce scorrere le storie che non riguardano solo i mattoni. Nel tempo, il Banco si è allargato ad altri materiali, sempre seguendo i bisogni di chi incontrava. «Durante la crisi degli immigrati a Milano, cinque anni fa, degli amici dal Comune mi hanno chiesto aiuto: servivano lenzuola per l’hub di accoglienza in Stazione centrale. Io ho guardato nell’armadio di casa e ho chiesto a mia moglie: “E queste? Sono del corredo, non le abbiamo mai usate…”. Poi mi sono detto: forse quello che succede a casa mia succede anche in altre case». Tempo pochi giorni ed era nato “un lenzuolo per un amico”. Iniziativa bissata con gli occhiali, che seguono la stessa trafila: richieste di missionari, uno sguardo intorno… E parte la raccolta di lenti e montature da riciclo.
«In questi giorni abbiamo avuto una donazione di tessuti», racconta ancora Pasero: «Qualche chilometro di jeans. Abbiamo contattato due ong: una assiste dei bimbi in Guinea Bissau, l’altra ha creato una rete di seicento sarte in tutta Italia, da Sondrio a Canicattì, per cucire abiti da donare all’Africa». Quel denim invenduto si sta già trasformando in zaini e vestiti. Per la gioia di chi riceve, ma anche di chi dà. Perché accanto al piacere – e alla convenienza – di fare del bene si possono aggiungere altri fattori, impensabili.
Pasero ricorda spesso il primo donatore del Banco appena nato. «Una storia drammatica: aveva un ordine enorme di piastrelle, il cliente non l’ha pagato ed è fallito. Il curatore fallimentare ci ha detto: se siete in grado di liberare il magazzino in una settimana, vi regalo tutto quello che c’è». E il Banco trovò un pool di opere di carità che ne avevano bisogno. «Ma non dimenticherò mai quell’uomo che, mentre i camion portavano via tutto, mi guardava con le lacrime agli occhi: “Per me è una tragedia, ma almeno so che il mio fallimento ha un senso: ne viene fuori del bene”. Io lo considero un segno». Importante, se è vero che cambia un certo modo di pensare: nell’economia circolare, persino un errore può diventare risorsa. «Anzi, se i commercialisti che trattano i fallimenti potessero tenerlo presente…».

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Nel tempo, il Banco si è allargato ad altri materiali, sempre seguendo i bisogni di chi incontrava (bancobuilding.it)

Sarebbe un altro passo di quello che Pasero chiama «un lavoro culturale, in gran parte ancora da fare: non sempre è semplice far capire che i vantaggi sono molto più grandi dei problemi». A volte trovi manager che donerebbero e capi-magazzino che, invece, preferiscono buttare via tutto per evitare complicazioni.
Ma fa parte del gioco: alle rivoluzioni, se sono vere, serve tempo. Ne servirà pure per portare a termine l’”operazione Tim”. Il gigante delle telecom da settembre 2018 sta dismettendo sette sedi, compreso il grattacielo nella zona milanese di Gae Aulenti. Tradotto in beni da riutilizzare, vuol dire centinaia di scrivanie, armadi, sedie, un bar completo di attrezzature, una cucina industriale… Ce n’è abbastanza per aiutare un piccolo esercito di opere no profit. «Quante? Vedremo», dice Pasero: «L’operazione è ancora in corso, ed è la più grande che abbiamo fatto». Pausa. Sorriso. E poi: «Finora».

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informazioni sull'autore
Davide Perillo
Davide Perillo è il direttore del mensile Tracce. Laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, il suo percorso professionale inizia con un master vinto alla scuola di giornalismo della Rizzoli. Ha scritto molti libri tra cui La fede spiegata a mio figlio (Piemme 2007).