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Il goal dell’ecosostenibilità

 By Davide Perillo

Lo hanno chiamato “Il manifesto del Telegraph”, dal nome del glorioso quotidiano inglese che lo ha lanciato giusto un anno fa. Sponsor: Michael Glove, ministro dell’Ambiente dell’allora governo May. Era il frutto di un’inchiesta tra i club della Premier League, il campionato di calcio più seguito del mondo, e sulla loro attenzione ai temi ambientali. Abbastanza alta, ma con grandi margini di miglioramento…

Come emergeva dalla classifica che analizzava 12 squadre in base a parametri che andavano dall’uso di energia rinnovabile alla raccolta dei rifiuti, fino alla sicurezza nei parcheggi per le bici. In testa, per la cronaca, c’erano Brighton e Tottenham, davanti all’Arsenal. Liverpool e Manchester City a metà classifica, lo United non rispose alle domande. Da lì, l’idea di un programma in sei punti da introdurre nella Premier: luce negli stadi solo dai led, niente plastica, opzioni vegane per i menù di bar e ristoranti, colonnine per le auto elettriche nei parcheggi e, se possibile, almeno un paio di trasferte all’anno in pullman anziché in aereo. Il sesto punto, però, era il più importante: la promozione. Cartelli, manifesti, iniziative… Ai club veniva chiesto di fare di tutto per aumentare la sensibilità tra i tifosi. E il motivo è semplice: «Le squadre di calcio sono nel cuore della gente», spiegava Shaun Spiers, direttore esecutivo di Green Alliance, una think-tank inglese sull’ecologia: «Possono fare di più, ma soprattutto possono far capire di più l’importanza di questi temi».
È vero. La Premier League, punta dell’iceberg del ricchissimo universo-calcio, è seguita ovunque: arriva in 725 milioni di case in tutto il mondo, e i sei club più famosi, da soli, collezionano 70 milioni di followers solo su Twitter. Qualsiasi cosa dicano o facciano i calciatori, i tifosi lo vedono. Lo giudicano. E, spesso, lo seguono. Vale per gli sponsor e la pubblicità, da sempre. Per campagne sociali, in tempi più recenti. Perché non dovrebbe valere anche per promuovere la sensibilità all’ambiente? E se 3 miliardi e mezzo di persone hanno visto almeno una partita dell’ultimo Mondiale, un football ecosostenibile non sarebbe un veicolo di educazione, e al tempo stesso di autopromozione, perfetto? I club, un po’ alla volta, se ne stanno accorgendo. E si muovono.

Gli sponsor abbracciano la sostenibilità

La stagione che sta per aprirsi sarà la più ecosostenibile di sempre. Molte squadre hanno aderito a Sky Ocean Rescue, un programma globale promosso dalla tv che detiene i diritti della Premier. Obiettivo: far sparire la plastica monouso dagli stadi entro il 2020, finanziare con 25 milioni di sterline progetti ecoinnovativi e, soprattutto, educare. Dovunque. Scuole e centri parrocchiali, club e associazioni. Calciatori e allenatori si prestano a fare da testimonial. Così, mentre su tweet e post dei club si legge spesso l’hashtag #PassOnPlastic, puoi vedere Mauricio Pochettino e Harry Kane, manager e centravanti-star del Tottenham, posare con la maglia di Ocean Rescue (il club ha anche annunciato il bando alla plastica nel suo nuovo stadio). O Nacho Monreal, in maglia Arsenal, promuovere l’uso del bicchiere da birra «riutilizzabile fino a 200 volte»: ci bevi, viene lavato e rimesso in circolazione (un test fatto, finora, in quattro partite dei gunners, quest’anno li proverà anche il West Ham).
Sono tappe, sempre più organizzate, di una corsa che tanti club fanno anche in proprio. Il Manchester City di Pep Guardiola, per esempio, appoggia la campagna “Show the love”, e ha risistemato il suo centro di allenamento completandolo con un impianto di riciclo che risparmia l’83% dell’acqua e impiantando 2mila alberi. Mentre i cugini-rivali dello United hanno aderito ad un’altra iniziativa assieme alla ONG americana Parley for the Oceans, nata per ripulire gli oceani. Tradotto sul campo: un kit della terza maglia, stagione scorsa (in blu, a richiamare quella della celebre finale di Coppa dei Campioni vinta contro il Benfica nel 1968), è stato prodotto in plastica riciclata. Come hanno fatto anche altre squadre legate all’Adidas (tra loro, Real Madrid, Juventus e Bayern Monaco), e con la collaborazione di Coral Mouldings, colosso inglese dell’ecoriciclo. Sempre i Red Devils, poi, hanno coniato uno slogan in proprio “Reds go Green” per indicare altre iniziative ambientali in cui si stanno impegnando. All’Old Trafford, il mitico stadio dello United, si usa acqua piovana raccolta e riciclata per annaffiare il terreno di gioco, la raccolta differenziata dei rifiuti è minuziosa e persino gli avanzi di cibo dei tifosi vengono raccolti e portati in un impianto di ecocompostaggio.

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Harry Kane per la campagna #PassOnPlastic, di Sky Ocean Rescue (Sky)

La squadra a emissioni zero

L’altro fronte, naturalmente, sono gli stadi. Dove il modello messo in piedi dall’Ajax con la sua Amsterdam Arena (l’energia arriva da 4.200 pannelli solari e da una turbina eolica, e c’è persino un sistema di stoccaggio attraverso batterie riciclate che permette di distribuire elettricità al quartiere vicino) ha dato una scossa a tanti altri. Lo stesso Arsenal, l’Huddersfield, il Newcastle e il Brighton già usano in gran parte energia rinnovabile.
Eppure, per trovare il prototipo di quello che potrebbe diventare un football pienamente ecosensibile, bisogna uscire dalla Premier e cercare in periferia, calcistica e geografica. Per la precisione a Nailsworth, Gloucestershire, 7.746 abitanti e una squadra – il Forest Green Rovers – che giocherà pure in League Two (la quarta divisione), ma può fregiarsi di un titolo unico: “The World’s Greenest Football Club”, il club di calcio più verde del mondo, come dice orgoglioso sul suo sito. Merito soprattutto di Dale Vince, il presidente, che ha comprato la società nel 2011 e vi ha impiantato subito i principi che hanno fatto la sua fortuna di imprenditore (è il fondatore di Ecotricity, una delle prime aziende nel campo dell’energia verde). Anzitutto, appunto, l’energia: 100% da rinnovabile. Sulle tettoie dello stadio, il New Lawn (5.147 posti di capienza), ci sono 180 pannelli solari a garantirla. Gasolio, zero. Nel parcheggio dei tifosi trovi le colonnine per la ricarica delle auto elettriche. Persino Etesia, il robot tosaerba a guida autonoma che tiene in ordine il terreno di gioco, è elettrico.
Similmente all’Old Trafford, poi, il campo è irrigato solo con acqua piovana ed è “free from pesticides” (senza pesticidi). Ma non basta: le maglie (a strisce orizzontali nere e verde-lime…) sono fatte per il 50% di bambù, ai giocatori è proposta una dieta rigorosamente vegana e pure i tifosi, allo stadio, trovano solo cibi veg.
Abbastanza per meritarsi, nel 2018, il primo certificato mondiale “carbon-neutral” – ovvero, emissioni zero – attribuito a una squadra di calcio. Ma soprattutto per dare un esempio. «Molti dei nostri tifosi hanno cambiato atteggiamento su certi temi», spiega Vince: «Qualcuno è diventato vegetariano, qualcun altro ha installato pannelli solari pure a casa sua».

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Le divise della stagione 2019/20 della squadra Forest Green Rovers sono composte al 50% da bambù (Forest Green Rovers)

Come Chris Latham, che si autodefinisce, scherzando, «il primo tifoso del mondo a emissioni zero», ma poi racconta semplicemente: «Prima non me ne importava molto dell’impatto ambientale di quello che mettevo nel piatto o di quanto usavo la macchina: adesso sto capendo molte cose». Esempio perfetto di un concetto di fondo, che lo stesso Vince, parlando proprio con il Telegraph, riassume così: «Tra gli ambientalisti c’è una certa tendenza a parlarci tra di noi. Con il calcio possiamo portare il nostro messaggio a un pubblico completamente nuovo». Parole simili a quelle che, per fortuna, si sentono sempre più spesso anche in altri angoli del mondo del pallone. Il Betis Siviglia, nobile un po’ decaduta ma sempre battagliera della Liga spagnola, ha appena annunciato che il suo nuovo centro di allenamento – 50 ettari, uno dei più grandi in Europa – sarà a emissioni zero: l’energia verrà da pannelli solari, rifiuti e acqua verranno riciclati, i mezzi di trasporto all’interno saranno elettrici. Mentre già in una amichevole della scorsa stagione le maglie dei giocatori (biancoverdi, da sempre…) erano fabbricate in gran parte con plastica recuperata dallo stadio, esperimento che avrà un seguito anche nella stagione che sta per aprirsi. «Sembrerà strano sentire parlare di questi argomenti da un club di football», dice Antonio Ortega, responsabile dello sviluppo internazionale del marchio: «Ma ci abbiamo riflettuto molto. E abbiamo deciso di impegnarci. Il calcio è uno degli attori più grandi della nostra società: vogliamo fare la nostra parte per migliorarla». Si vedrà. Intanto, una vetrina d’eccezione per questa svolta ecosostenibile del pallone globale potrebbero essere i prossimi Mondiali, Qatar 2022. Discussi per mille motivi – si giocherà per la prima volta in inverno, perché le temperature estive lo renderebbero impossibile –, tranne che per uno: tutti i 12 impianti (9 nuovi di zecca) dovranno essere a emissioni zero. E avranno un complesso sistema di raffreddamento che dovrebbe trasformare l’energia solare in aria fresca. Il prototipo, un mini-stadio da 500 posti, è stato costruito nel 2010: a tetto aperto e con 44° fuori, in campo ce n’erano 26. Gli emiri giurano che sarà un fiore all’occhiello del loro Mondiale. Chissà che non serva a migliorare anche il mondo fuori dagli stadi.

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informazioni sull'autore
Davide Perillo
Davide Perillo è il direttore del mensile Tracce. Laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, il suo percorso professionale inizia con un master vinto alla scuola di giornalismo della Rizzoli. Ha scritto molti libri tra cui La fede spiegata a mio figlio (Piemme 2007).