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L’altra metà del Texas

 By Mattia Ferraresi

E’ stata una particolare congiuntura nei primi anni Zero a proiettare Austin, la capitale del Texas, nel mondo dell’energia. Da una parte la bolla dot com aveva generato una flessione nel settore tech, dall’altra la crescita del prezzo del greggio stava rafforzando quello petrolifero. In questa città-incubatrice sono nate così decine di giovani aziende orientate all’ottimizzazione dell’industria energetica, questione che diventa particolarmente rilevante in un periodo di flessione del prezzo del greggio. Mattia Ferraresi c’è stato qualche settimana fa e ci racconta com’è successo che la rivoluzione digitale e la vecchia industria petrolifera del Texas si siano abbracciate in questo paradiso per millennial con barbe lunghe, birre artigianali, passione per la musica e la colonia di pipistrelli più grande del mondo…

Negli anni Sessanta i concerti di Willie Nelson erano pieni di cowboy e di hippie. Che le serate finissero spesso in rissa era naturale. Ma ai cowboy piaceva l’anima country della sua musica, agli hippie piaceva l’energia rock, nessuno voleva rinunciare al proprio idolo, e così Nelson s’è inventato un genere a metà fra i due, l’ha chiamato musica “outlaw”, e ha invitato le fazioni a sotterrare l’ascia di guerra. Più che una tregua è stato un abbraccio. E’ nato così il “modello Austin”, la capitale del Texas dove gli opposti non solo convivono, ma si tengono per mano. Michael Webber, professore di ingegneria alla University of Texas, è certo che se Austin è diventata un hub dell’energia pur non essendo una “oil city” è per via dello spirito di collaborazione incarnato da Willie Nelson. La rivoluzione digitale e la vecchia industria petrolifera del Texas si sono abbracciate in questo paradiso per millennial con barbe lunghe e birre artigianali. Oltre a insegnare ingegneria meccanica, Webber è vicedirettore dell’Energy Institute e direttore dell’acceleratore di start up sulle energie rinnovabili sponsorizzato dall’università, guida un team di una ventina di ricercatori e sei esperti di comunicazione, perché una parte consistente della sua missione consiste nell’“educare il mondo sul settore energetico”.

Qualche anno fa gli studenti che si fermavano dopo le lezioni per discutere di energia erano diventanti così tanti che ha deciso di invitarli una sera a bere una birra (forse erano un paio) da Uncle Billy’s per continuare la chiacchierata. Da quella volta sono nate le Clean Energy Beers: il primo venerdì del mese tutti sono invitati a presentarsi nel solito locale per una conversazione senza cattedre né moderatori. Si può dire ciò che si vuole, a patto che abbia a che fare con tre argomenti: l’energia pulita, la birra, il barbecue. “Vengono ottanta o novanta persone in media, è diventato un luogo di scambio di idee ma anche di networking. C’è gente che trova lavoro o immagina modi innovativi di far crescere il proprio business, qualcuno trova anche la moglie o il marito”, ride – ma non scherza – Webber. E’ una trovata che altrove sarebbe bizzarra. Non a Austin.

(SXSW è il festival di musica, tecnologia e arti visive di Austin che ogni marzo detta il tempo alla cultura dell’innovazione a livello mondiale)

La città è diventata un punto di riferimento nel panorama tecnologico negli anni Ottanta, per varie ragioni, una delle quali è la University of Texas, con la sua vocazione ingegneristica, un campus che contiene cinquantamila studenti e mette voglia di tornare a studiare per il clima di lavoro duro e spensierato che si respira. Una lavagna all’ingresso della facoltà di ingegneria annuncia: “Free Kisses”, seguono orario e numero dell’aula (altrove potrebbe sembrare bizzarro, non a Austin). Poi sono arrivate Ibm, Texas Instruments e altre grandi aziende informatiche, e hanno messo gli stabilimenti in quella che ancora oggi porta il nome di Research Boulevard. Nel frattempo in un dormitorio dell’università una matricola di nome Michael Dell assemblava e vendeva computer. Non si è mai laureato, ma oggi guida un impero da 19 miliardi di dollari.

C’era, insomma, un grande fermento attorno al settore informatico, e la cosa non è sfuggita al governo federale: “In quegli anni – continua Webber – Washington ha dichiarato due priorità per la sicurezza nazionale in fatto di tecnologia. Primo, stavamo perdendo il nostro vantaggio nei microchip. Secondo c’era una crisi dei semiconduttori, soprattutto per la concorrenza del Giappone. Così il governo ha deciso di creare un consorzio nazionale del microtech, chiamato Mcc, e ha messo la sede qui. Poi ha creato un consorzio dei semiconduttori, Sematech, e indovina un po’ dove mettono la sede? Negli anni Novanta queste due crisi erano state superate tranquillamente, ma intanto Austin era diventata ufficialmente un centro tecnologico degli Stati Uniti”. Ben presto si è scoperto che – evento raro – lo stato federale, il governo del Texas e quello della città riuscivano a collaborare in modo proficuo, senza ostacolarsi o farsi concorrenza. “Proprio come ai concerti di Willie Nelson”, dice Webber.

Il settore energetico si fonda sempre di più sui modelli matematici, sull’analisi di dati, sulle strutture informatiche, che sono il pane quotidiano della gente di Austin. Siamo diventati un player energetico, però smart

E’ stata una particolare congiuntura nei primi anni Zero a proiettare Austin nel mondo dell’energia. Da una parte la bolla dot com aveva generato una flessione nel settore tech, dall’altra la crescita del prezzo del greggio stava rafforzando quello petrolifero. Austin era una dependance della Silicon Valley nel mezzo del più petrolifero degli stati americani. “Il settore energetico si fonda sempre di più sui modelli matematici, sull’analisi di dati, sulle strutture informatiche, che sono il pane quotidiano della gente di Austin. Siamo diventati un player energetico, però smart”, spiega Webber. Nel terreno tecnologicamente fertile di Austin è cresciuto un battaglione di start up legate all’energia. Aziende come Drilling Info, che in sostanza è una “database company”, aiutano il mondo dell’Oil & Gas a prendere decisioni migliori e più velocemente”, come recita la mission, grazie a un software che consente di massimizzare l’estrazione e razionalizzare i costi. Run Title invece ha messo insieme il più grande database degli Stati Uniti sulle proprietà dei minerali, strumento che permette ai player energetici di ridurre i tempi e abbattere la burocrazia sulle compravendite di terreni. Mineral Soft calcola direttamente le entrate di ogni singolo giacimento e aiuta i player a pianificare le strategie, mentre per cercare i migliori servizi ai prezzi più competitivi nella propria area c’è Rig Up, una specie di Amazon dei servizi collegati all’estrazione. In questa città-incubatrice sono nate decine di giovani aziende orientate all’ottimizzazione dell’industria energetica, questione che diventa particolarmente rilevante in un periodo di flessione del prezzo del greggio. Austin è una città dell’energia anche se il paesaggio non è punteggiato dalle iconiche pompe petrolifere.

“E’ un’industria che sta invecchiando in fretta”, mi dice Chris Weyland, uno dei due fondatori di Oil Patch Pro, app che permette di mappare in modo chiaro e accessibile giacimenti e pozzi sull’intero territorio del Texas. Weyand è un ingegnere biomedicale abile con la programmazione e la ricerca dei dati. Non è il tipo che ama perdere tempo. Quando ha trovato lavoro in un’azienda petrolifera si è reso conto che si perdeva parecchio tempo per spiegare ai vari team – interni ed esterni – che dovevano agire nei pozzi l’esatta collocazione del giacimento. Prima di poter operare in un pozzo occorre trovarlo. Ogni giorno telefonate, sms, email fra gli uffici e gli operai per spiegare esattamente in quale mulattiera svoltare a destra, dove cercare l’ingresso della proprietà, quali indicazioni non seguire sul Gps, spesso in luoghi remoti e con poco campo. Una trafila che ripetuta decine di volte al giorno fa una certa differenza. “Il fatto più generale che queste inefficienze quotidiane illustravano – mi spiega di fronte a una tazza di caffè – è che nel settore non c’è molta propensione per la tecnologia. Si fanno le cose più o meno come si sono sempre fatte, e qui sto parlando di una cosa semplice come la comunicazione di informazioni su come raggiungere un luogo”. Assieme al suo socio, Chris Olfers, ha fatto un round di raccolta fondi da 100 mila dollari per creare un’applicazione mobile che offre una mappatura interattiva dei giacimenti, con informazioni dettagliatissime. “Sono dati pubblici, ma nei database dello stato sono di difficile consultazione, non è facile ricavare il livello di dettaglio che consente effettivamente alle compagnie di ottimizzare le operazioni. Noi offriamo alle compagnie strumenti di ricerca customizzati, aggiungendo alla base dei dati che abbiamo a disposizione anche quelli che la singola azienda vuole aggiungere per le operazioni interne, e ad ogni segnalazione aggiorniamo il database”, spiega Weyand.

Il toro in Texas non può mai mancare!
Austin è una città strana, in molti sensi...

“Keep Austin weird” è il motto di una città che è strana in molti sensi. Strana perché è una meta di creativi, un centrifugato di idee, tendenze, musica, stile, una Brooklyn che va meno di fretta e ha inverni quasi impercettibili, un posto dove ogni anno si stabilisce la colonia di pipistrelli più grande del mondo, un milione e mezzo di esemplari che stanno appollaiati sotto il ponte di Congress Avenue. Arrivano a centinaia al tramonto per vedere levarsi lo stormo infinito di pipistrelli venuti dal Messico che vanno a caccia di insetti. Diverse volte il consiglio comunale ha proposto, per ragioni di sicurezza, di aumentare la potenza delle luci sul ponte, ma l’idea è stata bocciata a furor di popolo, per il timore che le luci potessero disturbare i pipistrelli. Altrove potrebbe sembrare assurdo. Non a Austin. E’ una città talmente hipster che passeggiando per SoCo, la zona del momento, ci si domanda che fine abbiano fatti i quartieri normali, quelli dove la gente la mattina si fa la barba. Qualunque luogo comune sul Texas, dalle corna ai copripantaloni con le frange, non s’applica a Austin. Questo non è il Texas dei Bush e del rodeo, è quello di Lyndon Johnson e del SXSW, festival di musica, tecnologia e arti visive che ogni marzo dalla metà degli anni Ottanta detta il tempo alla cultura dell’innovazione a livello mondiale.

Un esempio: nel 2006 una piccola start up di San Francisco ha deciso di presentare al SXSW il suo prodotto, un social network per comunicare in tempo reale con messaggi brevi. Quando è arrivata a Austin nessuno ne aveva sentito parlare. Alla fine del festival migliaia di partecipanti commentavano i panel in tempo reale con i propri amici. Tre mesi più tardi Twitter era la next big thing. Roland Swenson, cofondatore e vicedirettore del SXSW, mi racconta che “Austin è nata come una città, non si è sviluppata gradualmente, perché quando per decidere la capitale Dallas e Houston non riuscivano a mettersi d’accordo, alla fine hanno pensato che questa zona fosse un buon compromesso”. Una città nata dal nulla, tutta concentrata sulla politica, ma ben presto anche sull’università. “Nessuno era originario di Austin, era una specie di zona franca dove tutti potevano essere quel che erano, e inoltre c’era una grande tradizione musicale, accompagnata dall’attenzione per la tecnologia. Metti insieme tutti questi elementi e viene fuori una città che ha sempre avuto più ristoranti, più club, più sale concerti e più bordelli pro capite della maggior parte delle città d’America”, dice Swenson. Giura, ridendo, che “tutto il resto del Texas ci odia, o almeno tradizionalmente era così: adesso siamo meno di sinistra di come eravamo un tempo. Ma comunque ci giudicano strani, bizzarri”. La rivoluzione digitale “ha accelerato e ingigantito la capacità attrattiva di Austin, e il SXSW ha dato il suo contributo. All’inizio la gente veniva qui perché era un campo neutro per l’industria musicale, a metà strada fra New York e Los Angeles, adesso quando mettiamo in vendita i pass, nel giro di due giorni finiscono non tanto i biglietti, quanto i posti letto della città”. C’è una controversia fra demografi locali sull’effettiva crescita della popolazione, ma l’informazione che circola, diramata dal comune, è che ogni giorno 110 persone si trasferiscono a Austin. Oggi la capitale del Texas ha quasi un milione di abitanti, quindici anni fa erano poco più della metà. Ma il suo spirito innovativo e “weird” è ancora intatto.

informazioni sull'autore
Mattia Ferraresi
Nato per errore in Lombardia, è di Modena. Prima di diventare il corrispondente del Foglio da New York è stato corrispondente da Washington, stagista, collaboratore, studente a vario titolo in quel di Milano, bevitore di Lambrusco, coautore di un libercolo su Obama. Si è innamorato fisso di Monica e a un certo punto l'ha sposata.