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Gli indovini di Astana

 By Davide Perillo

Benvenuti ad Astana, Kazakhstan. Dove dal prossimo giugno, per tre mesi, si celebrerà la prossima Expo internazionale centrata su di un tema che riguarda tutti: l’energia del futuro. Davide Perillo ci porta alla scoperta di un evento che metterà in vetrina un grande paese asiatico, ricco di idrocarburi e risorse naturali, ma anche di giovani talenti che stanno diventando classe dirigente, multiculturale, attento alla rivoluzione digitale e alle energie alternative, pieno di paesaggi mozzafiato e rotte commerciali sull’antica Via della Seta… 

La sfera di cristallo è lì, in mezzo alla piazza dove si cercherà di indovinare il futuro. Ottanta metri di diametro, 26mila metri quadri di spazi all’interno, otto piani di acciaio e vetrate e un brillìo continuo di riflessi, con quel sole che splende senza scaldare l’aria. Ventisette sottozero. Normale, per un lunedì di fine autunno qui in Kazakistan. Gli operai vanno comunque avanti e indietro tra la neve, le gru lavorano senza problemi. E i quattro grandi padiglioni a semicerchio che circondano quello a forma di sfera destinato al Paese di casa, hanno già la struttura completata. Tempo sei mesi, e saranno zeppi di gente. Come il Media center, poco più là. La Congress Hall. O i palazzi della zona residenziale che ospiteranno le delegazioni, gli staff, i volontari…

Benvenuti ad Astana 2017, la prossima Expo. Centotredici ettari di superficie totale (25 solo per i padiglioni), 111 Paesi iscritti (per ora) e cinque milioni di visite attese in tre mesi di incontri, eventi e convegni che apriranno il 10 giugno per discutere un tema che ci riguarda tutti: Future Energy, appunto. L’energia del futuro. Quella che sta oltre il petrolio e il gas, che pure da queste parti abbondano. Nei suoi 2,7 milioni di chilometri quadrati (nove volte l’Italia), bagnati dal Caspio e abitati da 18 milioni scarsi di persone, il Paese piazzato nel cuore di Eurasia custodisce riserve di olio per almeno 30 miliardi di barili, in giacimenti dai nomi celebri: da Tengiz a Karachaganak, da Kurmangazy a Kashagan, entrato in produzione piena giusto lo scorso ottobre. Aggiungeteci il gas e il carbone – e l’uranio, lo zinco, il rame, il tungsteno… – e vengono fuori numeri da sesto posto al mondo per risorse minerarie.

Eppure, quando nel 2011 il Kazakistan scelse di candidarsi all’Expo Internazionale (sorella minore che si alterna all’Universale), il tema messo sul tavolo fu proprio l’altra faccia del pianeta energia: le rinnovabili. Vento, sole, geotermico, biomasse. Roba che da queste parti vale meno dell’1% del settore. Perché? «Il paradigma sta cambiando», risponde Marat Omarov, 34 anni, responsabile Contenuti ed Eventi: «Anzi, il mondo intero sta cambiando. Abbiamo visto cosa vuol dire affrontare crisi dell’energia. E dobbiamo tutti fare i conti con l’ambiente, problema enorme che chiede soluzioni urgenti, strade alternative. Noi vogliamo essere tra i pionieri, non tra chi segue la corrente. Vogliamo poter dire: “Ehi ragazzi, siamo ancora in tempo a cambiare. Diamoci da fare”».

Omarov è uno dei giovani manager operativi messi a capo dell’impresa. Inglese perfetto, modi efficienti, è un prototipo delle facce che incroci di continuo nella palazzina degli uffici, dove lavora un centinaio di persone con un’età media che a occhio resta abbondantemente sotto i 40 (a parte il board dei supercapi). Parla di «93 giorni in cui si presenteranno di continuo best practice e nuove tecnologie»; racconta dei progetti che stanno arrivando da tutto il mondo; del concorso per le start-up («partecipano in 800, ne sceglieremo 30 per presentarle qui»); del «manifesto che vorremo fosse firmato a fine Expo: un documento che fissi regole e raccomandazioni per tutti i Paesi che vogliono spingere la green economy. Sarebbe un grande contributo al cambiamento». E parla dell’evento come di una «piattaforma di incontro che permetta ad esperti, operatori, scienziati – insomma, a chi può incidere davvero – di lavorare insieme. Non so se sarà un punto di svolta, ma di sicuro sarà un momento cruciale in questo cambio di paradigma».

Marat Omarov scruta l'orizzonte e il cantiere Expo che cresce

Un momento su cui il Kazakistan ha investito parecchio. Si parla di un budget da 1 miliardo e 250 milioni di euro, comprese le infrastrutture che servono per dare un’altra spinta a una città diventata capitale giusto vent’anni fa (prima era Almaty) e cresciuta in fretta, in abitanti (sono 800mila, erano un quarto) e modernità, a giudicare dal panorama di un centro che alterna moschee bianco-dorate e grattacieli firmati Norman Foster, piramidi di vetro e strade in stile boulevard parigino.

Da quella cifra si è sforbiciato un bel po’, man mano; ma basta girare per il sito per vedere che il progetto è rimasto più che ambizioso. Trentotto strutture in totale, quattro padiglioni a tema (World of Energy sullo sviluppo delle sostenibili, Energy for the Future su risparmio ed efficienza, Energy for All sull’intreccio tra energia e globalizzazione, My future Energy per insegnare ai singoli comportamenti virtuosi), altri spazi per accogliere le delegazioni, palazzine per eventi, mostre, esibizioni. Tutto, ovviamente, a basso impatto energetico, con fotovoltaico ovunque, pale eoliche persino in cima alla Sfera, sensori per regolare la luce in base alla quantità di persone presenti, geotermico per scaldare gli edifici…

«Vorremmo che fosse un luogo per un dialogo globale su un problema così decisivo», dice Ilya Urazakov, altro manager trentenne, direttore dell’International Partecipants Department: «Ormai gli studi più seri dicono che l’inquinamento corre cinque volte più veloce di quanto si prevedesse dieci anni fa. Dobbiamo intervenire in fretta. Per questo stiamo chiedendo al mondo: mostrateci che soluzioni possiamo adottare. Ma anche il Kazakistan è un Paese ambizioso. Abbiamo molti scienziati impegnati nel settore, laboratori, studenti». In programma c’è di triplicare la quota di green energy entro il 2020 e arrivare al 10% dieci anni dopo.

Astana sotto la neve

Non sarebbe strano, per un Paese che dall’inizio del Millennio è cambiato tantissimo. «Io sono arrivato ad Astana giusto dieci anni fa, novembre 2006», racconta Bruno Antonio Pasquino, ex ambasciatore italiano in Kazakistan e Commissario generale proprio all’ultima Expo, quella di Milano: «Mia moglie è danese: a Natale tornò a Copenaghen, io restai lì perché c’era ancora da sistemare tutto. È stata via due settimane. Be’, al ritorno non riconosceva la strada che portava dall’aeroporto alla residenza. Era cambiato tutto». Una specie di Shanghai in sedicesimo, con palazzi e grattacieli che venivano su in pochi giorni e la ricchezza che seguiva lo stesso ritmo. «Il Pil in quell’anno era sui 5mila dollari a testa. Quando sono partito, nel 2011, era più del doppio (oggi siamo a 15mila, ndr). Ha presente quell’espressione inglese, sky is the limit? Ecco, l’aria che tirava era quella».

La bonanza petrolifera, certo. Ma anche una gestione politica che, con tutti i limiti del caso, ha funzionato: «Si può dire di tutto della leadership kazaka, ma è un dato di fatto che non hanno sprecato le ricchezze che avevano», aggiunge Pasquino: «Ricordo studi degli Novanta che paragonavano i 17 Paesi nati dall’esplosione dell’Urss. Tutti, da Kissinger in giù, dicevano: “Uzbekistan e Kirghizistan saranno storie di successo, il Kazakistan affonderà in qualche anno”». Non è andata così. Neanche quando il prezzo del barile ha perso colpi, l’economia ha frenato di colpo (ora si cresce a ritmi italiani) e la frontiera si è spostata dal cielo a problemi più terra-terra.

Lì è venuta fuori la lungimiranza di un Paese che, con tutti i suoi limiti, è stato capace di programmare. Di impostare piani generali, come il “Kazakistan 2030” (ora aggiornato al 2050) che può far sorridere per la parentela lontanissima con i gosplan sovietici, ma sta raggiungendo gli obiettivi di crescita e sviluppo. O programmi come il Bolashak (“Futuro”), che finanzia gli studi all’estero di migliaia di giovani a condizione che poi tornino in patria. Ma anche l’abilità nel cercare occasioni di vetrina internazionale; dalla presidenza dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nel 2010 (primo Paese musulmano e prima ex repubblica sovietica), alle Universiadi invernali che si apriranno tra poco.

Ecco come sarà il villaggio espositivo
Crollata l’Urss, quasi nessuno sapeva dov’era il Kazakistan. Poi l’Occidente ha iniziato a scoprirci per le risorse naturali. Con Expo vorremmo mostrare la straordinarietà di un Paese multiculturale piazzato su un punto di passaggio che coincide con l'antica Via della Seta...

Fino, appunto, all’Expo. Che per Omarov ha un obiettivo di fondo: prioritari: «Mettere il Kazakistan in vetrina: mostrare al mondo chi siamo, quali sono i nostri valori, che cosa intendiamo per ospitalità. Poi, renderci conto che siamo pronti ad affrontare grandi eventi su scala globale. Che possiamo prendere una cosa del genere da zero e portarla a termine. Sarebbe un punto importante per la nostra storia».

Storia che, di suo, ha qualcosa di miracoloso nel suo intreccio di etnie e religioni in cui da secoli convivono oltre cento popoli senza problemi seri e dove un ospite inatteso è detto kudaiy konak, “dono di Dio”. Ecco, di “doni di Dio” se ne aspettano tanti, da giugno in poi. Almeno due milioni, per cinque milioni di presenze «perché sarà quasi impossibile vedere tutto in un giorno solo e molti faranno almeno due ingressi», dicono negli uffici. Moltissimi arriveranno da Russia e Cina. Un 5% – si spera – dall’Europa.

«Crollata l’Urss, quasi nessuno sapeva dov’era il Kazakistan», ricorda Urazakov: «Poi l’Occidente ha iniziato a scoprirci per le risorse naturali. Con Expo vorremmo mostrare altro: il paesaggio, la gente… E la straordinarietà di un Paese multiculturale piazzato in mezzo al Continente, su un punto di passaggio che coincide con l’antica Via della Seta». Per questo si sta lavorando sulle strutture. Non solo ad Astana, dove servono alberghi e posti letto, ma anche in altre città: Karaganda, Pavlodar, Kokshetau, vicino al bellissimo lago di Borovoe… Tutti posti dove è facile per russi o cinesi fermarsi in vacanza e venire a fare una giornata in fiera.

Qui ad accoglierli troveranno 4500 volontari, in grandissima parte studenti. «Un terzo è di Astana, il resto da tutto il Paese», spiega Anosh Adrakhman, responsabile del reclutamento: «Stanno già facendo formazione: comunicazione, pronto soccorso, inglese». Che cosa ci guadagnano? «Un’occasione per servire la loro patria. E un’esperienza internazionale da mettere in curriculum».

Orgoglio e investimento, insomma. È la cifra dell’Expo: un po’ showroom del Paese, un po’ volano per l’economia. Ma in che proporzioni? Fatto cento il valore della manifestazione, quanto sarà immagine e quanto valore reale? «Bella domanda», sorride Stefano Ravagnan, ambasciatore italiano ad Astana e commissario del nostro Paese: «Quando si è deciso di concorrere per l’Expo, l’idea era soprattutto di promuovere il Kazakistan: un’occasione per consacrarne l’ascesa, per accreditarlo come un soggetto importante sulla scena globale. Ma era un momento di forte crescita. Ora lo scenario è diverso, c’è crisi anche qui. Bisogna per forza trasformarlo in un’operazione economicamente vantaggiosa». Tradotto, vuol dire non solo appalti e lavori, ma strategie. «Se si dice davanti al mondo: “Be’, finora siamo stati un Paese a carbone, ora prendiamo l’impegno di passare dallo 0,9 al 20% di rinnovabili”, tutto questo richiede piani, investimenti, qualcuno che ci creda», dice Ravagnan: «Potrebbe essere una grande piattaforma di sviluppo del settore, e anche attirare altri protagonisti qui intorno».

Qualcuno fa il paragone con altri eventi, tipo le Olimpiadi. «Giorni fa parlavo con colleghi britannici che vogliono candidare Londra all’Expo 2025», dice Pasquino: «Mi riportavano dati straordinari sull’impatto dei Giochi». Ma la pietra di paragone, ovviamente, è proprio Milano. Che Pasquino, visto il ruolo che occupa tuttora, conosce benissimo, dati compresi. «Alla fine ogni euro investito in Expo ne ha prodotti 7,2 per l’economia lombarda. Se poi calcola che a Milano abbiamo avuto 62 capi di stato, 270 delegazioni ministeriali, 50 business forum, 400 tavole tematiche e più di duemila incontri d’affari, con un centinaio di memorandum d’intesa firmati, si capisce che su eventi del genere si può discutere quanto si vuole, ma servono». Certo, Astana 2017 è più piccola, dura la metà e il tema è un po’ meno appealing del cibo. «E Milano è Milano: la gente non ci andava solo per l’Expo», ammette Omarov: «Però per noi è importante guardare lì. È stata un’esperienza di successo. Possiamo imparare molto».

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Per ora, l’hanno superata in velocità: la tabella di marcia registra due mesi di anticipo, e i padiglioni sono già in consegna alle nazioni ospiti, salvo imprevisti (uno serio c’è stato proprio a metà novembre, con il collasso di una passerella di vetro e metallo tra due padiglioni: «Difetto di progettazione», dicono). Su altri problemi, invece, la partita è pari: anche ad Astana ci sono stati inchieste ed arresti per corruzione. Ma i lavori sono a buon punto. Padiglione italiano compreso. Sarà di 895 metri quadri, più un secondo piano di servizi. «Abbiamo selezionato lo studio architettonico, poi ci sarà il bando per installazione e gestione», dice Ravagnan: «Per febbraio inizierà la realizzazione fisica. La deadline è il 26 maggio: dovremmo farcela senza problemi». Le aziende italiane che hanno manifestato interesse, per ora, sono una ventina. «Ma in Italia si sa poco persino sul fatto che ci sarà un’Expo qui l’anno prossimo… Sono sicuro che avremo le corse all’ultimo secondo»

Ma c’è un’altra cosa su cui Astana ha già battuto Milano, prima ancora del via: è il dopo. Se a Rho si discute ancora su cosa fare dell’area, e la crisi di governo rischia di fare impantanare lo Human Technopole, qui ad Astana si è già deciso cosa succederà a fine Expo. «Anzitutto, il nuovo distretto finanziario», dice Urazakov: «Il più grande della zona euroasiatica. Sarà un punto di riferimento per tutta l’area». Poi, uffici, alberghi, un megacentro commerciale, un auditorium, un museo dell’energia… E case: un intero quartiere, ovviamente all’avanguardia per risparmio energetico e con tanto di stazioni per auto elettriche.

Guardi il plastico che raccoglie tutto in scala, alzi lo sguardo verso la grande vetrata degli uffici, da dove si vede quel modellino diventare realtà in fretta, un palazzo dopo l’altro. E capisci meglio quello che ti aveva risposto Pasquino, quando gli avevi chiesto cosa gli manca del Kazakistan: «Il futuro». Prego? «Vedevo i giovani che tornavano dal Bolashak, dopo aver studiato in America o in Europa, e mi aspettavo di trovarli tristi. Invece no: erano certi di tornare in un Paese che gli avrebbe dato grandi opportunità. Che il loro futuro sarebbe stato meglio del passato. Che dice, noi questa certezza ce l’abbiamo ancora?».

Per approfondire: Il richiamo del Kazakhstan di Simonetta Sandri

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informazioni sull'autore
Davide Perillo
Davide Perillo è il direttore del mensile Tracce. Laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, il suo percorso professionale inizia con un master vinto alla scuola di giornalismo della Rizzoli. Ha scritto molti libri tra cui La fede spiegata a mio figlio (Piemme 2007).