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La Mecca delle rinnovabili

 By Criselda Diala-McBride

La finanza islamica è uno dei segmenti che crescono più velocemente nel settore finanziario globale. Con asset stimati per un valore di 1 trilione di dollari e una crescita anno su anno pari al 16 per cento, secondo gli esperti possiede un enorme potenziale per finanziare progetto verdi e sostenibili, inclusa l’energia rinnovabile. Necessari a diversificare l’economia dei paesi arabi nella stagione del barile basso e del climate change

La finanza islamica rappresenta una frazione minuscola (circa l’1%) del settore finanziario globale, eppure la sua crescita nel corso degli ultimi anni è stata impressionante. EY (ex Ernst & Young) ha comunicato che gli asset bancari islamici hanno superato il traguardo di 1 trilione di dollari globalmente nel 2015 e entro il 2020 il profitto complessivo del settore dovrebbe lievitare oltre i 30 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuale previsto a due cifre. Altre stime valutano addirittura il settore al sorprendente record di 4 trilioni di dollari entro il 2020.

Spesso definita come “capitalismo etico”, la finanza islamica è un tipo di sistema finanziario che rispetta le leggi islamiche (o Sharia). Ruota intorno al principio islamico di cooperazione, di conseguenza i rischi e i profitti associati ad un investimento sono condivisi tra gli investitori. Secondo la Sharia gli interessi sono proibiti, il che impedisce lo sfruttamento degli investimenti. Inoltre la finanza islamica non si impegna in settori che considera proibiti dalla legge.  Questi settori includono tabacco, alcool, prodotti a base di carne suina, pornografia e gioco d’azzardo.

Negli ultimi anni sono invece aumentate le richieste di prodotti finanziari conformi alla Sharia, come mutui, prestiti, titoli e assicurazioni, poiché la popolazione musulmana mondiale è cresciuta e le nazioni che la rappresentano diventano economicamente più forti. Tuttavia, gli standard etici dietro alla finanza islamica hanno anche attratto investitori non musulmani in paesi come il Regno Unito, la Francia, gli Stati Uniti e il Giappone, che hanno messo le mani sull’emissione di sukuk o titoli islamici.

Foto tratta da www.theatlantic.com

Le prospettive per la finanza islamica sono quindi generalmente ottimiste, anche se il settore deve ancora rendersi conto del proprio potenziale nel raccogliere i capitali necessari a finanziare programmi di energia rinnovabile.

Ashar Nazim, partner, Global Islamic Banking Center a EY, spiega non a caso che “se la finanza islamica investe in asset di energia rinnovabile è cosa naturalmente appropriata, considerando l’aspetto etico e sociale del settore. In ogni caso la sfida si giocherà sulla disponibilità di talenti da mettere in campo e sulla capacità di strutturarsi in questo ambito”.

Anche Bank Negara Malaysia conferma che l’attenzione sulla protezione dell’ambiente e sulla sostenibilità è conforme ai dettami della finanza islamica, tesa al potenziamento del welfare generale della società. Nonostante questo, “la finanza islamica finora è rimasta marginale nel finanziamento green sui mercati globali”. Che cominciano ad essere significativi.

Citando infatti le cifre del United Nations Environment Program (UNEP), il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, Salam Awawdeh, partner e leader di Energia e Risorse a Deloitte Middle East, conferma che gli investimenti mondiali in energia verde nel 2014 sono cresciuti di un solido 17% arrivando alla cifra di 270 miliardi di dollari. Secondo Awawdeh non ci sono prove che la finanza islamica stia contribuendo significativamente all’investimento nelle rinnovabili sebbene abbia un ruolo crescente nell’investire in progetti energetici ad ampio raggio.

Ad esempio Saudi Aramco ha finanziato una raffineria con titoli islamici per un valore superiore a 6 miliardi di dollari; Dolphin Energy Limited della EAU ha finanziato parzialmente una serie di gasdotti per circa 1 miliardo di dollari di sukuk, e anche Petronas in Malesia ha annunciato di puntare strategicamente a raccogliere il 30% delle sue richieste di capitali nuovi in sukuk.

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“Parallelamente, la saudita SABIC è stata emettitrice chiave di sukuk per un certo numero di anni attraendo una forte base di investitori istituzionali, regionali e internazionali”, continua Awawdeh. “Anche altri progetti legati all’energia in Bahrein, EAU e Turchia hanno anche fatto ricorso alla finanza conforme alla Sharia. Un trend destinato a crescere considerando la fame di strumenti finanziari alternativi nei mercati di capitali globali”.

Interessante anche la visione di Hatim El Tahir, direttore dell’ Islamic Finance Knowledge Center di Deloitte nel Medio Oriente e Nord Africa, dove si stimano investimenti necessari nel settore energia per circa 900 miliardi di dollari di investimenti, con le rinnovabili in prima linea per soddisfare la domanda crescente di energia. “Finanziare questi progetti è diventato più sfidante ai causa dei rischi geopolitici e della recessione economica mondiale”, precisa El Tahir.

El Tahir e il suo team a Deloitte Middle East sono convinti che i corporate sukuk rappresentino un’opzione pratica per colmare un vuoto negli investimenti convenzionali di capitale. Il motivo è che sono “visti dagli investitori e dagli operatori soprattutto come una classe di asset di investimento responsabile a livello sociale, offrendo un diverso profilo rischio-ritorno per investitori ed emettitori”.

In sostanza se il contributo della finanza islamica a sostegno delle energie rinnovabili è probabilmente ancora minimo, iniziano ad aprirsi finestre di opportunità in paesi come la Malesia e gli EAU, dove il concetto di “sukuk verdi” viene sviluppato usando titoli che sono conformi alla Sharia.

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