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La città del sole

 By Mattia Ferraresi

Le Hawaii sono un avamposto della rivoluzione solare. In una fresca serata degli anni Settanta un giovane idraulico di nome Jim Whitcomb voleva farsi una doccia dopo una giornata di lavoro, ma l’acqua era fredda. Il vecchio padrone di casa risponde alle sue lamentele indicando una cisterna scura sopra il tetto: “Niente sole, niente acqua calda”. Un paio di mesi più tardi Whitcomb aveva progettato un sistema di conversione dell’energia solare, e oggi guida Haleakala Solar, uno dei principali produttori di pannelli dell’arcipelago. Migliaia di imprenditori hanno seguito le sue orme, progettando nuovo tecnologie e cercando nuovi modi per contenere i costi di produzione. Mattia Ferraresi racconta la sfida dell’avamposto hawaiano per emanciparsi dalle irripetibili condizioni geografiche e climatiche che rendono questo posto unico, trasformando questo luogo da eccezione a regola, laboratorio energetico da replicare altrove…

La fila di passeggeri se ne sta con il naso spiaccicato ai finestrini per vedere le sabbie immacolate dove andrà ad arenarsi non appena l’aereo avrà toccato terra e alcune fanciulle locali avranno offerto i lei floreali; ma appena oltre le spiagge e il blu intenso del mare hawaiano, dove il paradiso lascia spazio al traffico purgatoriale di Honolulu, si aprono vaste distese di pannelli solari montati sui tetti di villette a schiera disposte a grappoli. Per chi non ha gli occhi foderati di turismo è impossibile non notare, dall’alto, la potenza fotovoltaica di uno stato dove il 12 per cento delle abitazioni è sormontato da pannelli solari, una “cartolina dal futuro”, come l’ha definita qualcuno. E’ il primo fra i cinquanta stati che si è dato l’obiettivo di vivere esclusivamente di energie rinnovabili entro il 2045.

Notare che le Hawaii sono un posto molto soleggiato sfonda la barriera del luogo comune (a dirla tutta, in questa landa tropicale non ci sono nemmeno le mezze stagioni) ma la potenza solare batte anche su tutto il sud degli Stati Uniti, nella Sun Belt che è anche benedetta dagli spazi vuoti e pianeggianti che mancano in questo grappolo di isolotti dove l’uomo si è inerpicato e abbarbicato per secoli sulle pendici vulcaniche. Ma là, nel continente, il solare è ancora sfruttato timidamente, mentre qui alle Hawaii si vive della forza della natura, e Honolulu è diventata la città del sole, anche se non ha le sette cinta di mura immaginate da Tommaso Campanella.

Villette e pannelli solari a perdita d'occhio...

Certo, la geografia conta. Le Hawaii sono un arcipelago di otto isole abitate in mezzo all’oceano Pacifico, a sei ore di volo da Los Angeles, sette da Tokyo, dieci da Sydney. Portare idrocarburi da queste parti è costoso. In nessun altro stato americano la benzina costa tanto, e al prezzo della logistica si aggiungono le scelte fiscali, che impongono accise sulla benzina seconde soltanto a quelle della California. Anche l’energia elettrica, generata in larghissima parte da petrolio e gas naturale, costa tre volte e mezzo in più della media nazionale. Inoltre, il rispetto dell’ambiente è una questione dotata di sporgenze religiose per i nativi hawaiiani, e per tutti gli altri la natura è di gran lunga la prima sorgente di ricchezza: il 40 per cento del pil dello stato e l’80 per cento dei posti di lavoro sono legati al turismo, dominatore assoluto del ciclo economico. Sotto l’impulso di queste particolarissime condizioni, le Hawaii hanno spinto come nessun altro l’acceleratore sull’energia solare: il 2011 è stato l’anno glorioso dell’espansione dei pannelli sui tetti, con un incremento del 259 per cento. L’anno precedente era stato “soltanto” del 167 per cento, mentre quello successivo del 248 per cento. Nel 2015 il 6 per cento dell’energia elettrica dello stato derivava dal sole.

C’è stato un momento in cui le compagnie che installavano pannelli hanno iniziato a darsi battaglia a suon di spot televisivi, il mercato dell’energia solare è diventato luogo di competizione e marketing fra piccole e medie imprese che si rivolgevano direttamente ai consumatori, il tutto sostenuto da generosi incentivi statali. Se di recente il ritmo delle installazioni è leggermente calato rispetto a quell’età dell’oro è soltanto perché il fermento del settore privato si è scontrato con la rigidità della rete e elettrica e quella delle utility che la gestiscono. La domanda di energia solare è condivisa dal 95 per cento della popolazione, ma la rete energetica non è pronta per flussi del genere, quindi ci sono migliaia di licenze congelate e clienti in attesa di un nihil obstat da parte delle autorità. Sempre più hawaiani, spazientiti dalle strettoie del sistema, hanno deciso di andare “off the grid”, di disconnettersi completamente dalla rete e provvedere alle proprie esigenze energetiche con pannelli e batterie. E’ in questa tensione naturale fra settore privato e rete pubblica che lo stato cerca nuove vie per la diversificazione del portafoglio energetico.

Le Hawaii sono un avamposto della rivoluzione solare. In una fresca serata degli anni Settanta un giovane idraulico di nome Jim Whitcomb voleva farsi una doccia dopo una giornata di lavoro, ma l’acqua era fredda. Il vecchio padrone di casa ha risposto alle sue lamentele indicando una cisterna scura sopra il tetto: “Niente sole, niente acqua calda”, ha detto. Un paio di mesi più tardi Whitcomb aveva progettato un sistema di conversione dell’energia solare, e oggi guida Haleakala Solar, uno dei principali produttori di pannelli dell’arcipelago. Migliaia di imprenditori hanno seguito le sue orme, progettando nuovo tecnologie e cercando nuovi modi per contenere i costi di produzione. Oggi la sfida dell’avamposto hawaiano consiste nell’emanciparsi dalle irripetibili condizioni geografiche e climatiche che rendono questo posto unico. Lo sforzo corale della comunità energetica è trasformare questo luogo da eccezione a regola, laboratorio energetico da replicare altrove. “Possiamo diventare un modello se le utility mostreranno di essere flessibili e accetteranno una logica di competizione e collaborazione”, mi dice Richard Wallsgrove, biondissimo direttore della Blue Planet Foundation che si aggira con la sua camicia hawaiana fra vecchi videogiochi arcade e cimeli dell’universo di Tetris.

La fondazione è parte del ramificato impero di Henk Rogers, imprenditore dei videogame e attivista dell’ambiente che ha fatto fortuna distribuendo su console il leggendario gioco inventato dall’ingegnere russo Alexey Pajitnov. Si è stabilito nel regno delle rinnovabili, in una villa che va avanti con la forza degli elementi, per essere nel punto più avanzato dell’innovazione, e negli uffici dove Wallsgrove mi conduce si respira il clima informale della start up. In un angolo c’è anche il preistorico computer con i caratteri cirillici su cui Pajitnov ha programmato Tetris. Wallsgrove parla dei “cambiamenti culturali” che la corsa ai pannelli solari ha indotto nel popolo hawaiano, e non è soltanto questione di coscienza ambientale: “Si tratta di dipendere sempre meno da fonti che sono instabili in termini di costi” e indica uno schermo in cui si vede in tempo reale la distribuzione dell’energia dell’intero stato fra le varie fonti. Nella luce abbacinante di metà mattina il solare fornisce oltre il trenta per cento dell’elettricità. Uno degli scopi della fondazione è fare in modo che quella percentuale cresca. Wallsgrove è convinto che saranno le isole a salvare il mondo: “Avere condizioni svantaggiose per l’approvvigionamento dell’energia, cosa che accomuna le isole, specialmente le più remote, ti costringe a cercare soluzioni più efficienti, a essere smart”.

Matthias Fripp, ingegnere elettrico della University of Hawaii, ha messo a punto un modello per l’integrazione intelligente delle fonti rinnovabili, e nei suoi studi sostiene che nelle isole del pacifico “l’obiettivo di passare al cento per cento alle energie rinnovabili può essere raggiunto usando le tecnologie esistenti e a un costo ragionevole”. Non servono cambi di paradigma o rivoluzioni, basta sfruttare in modo intelligente gli elementi a disposizione: alle Hawaii hanno un particolare talento per quest’arte.

Tetris alle Hawaii: queste isole non finiscono di stupire...
Le Hawaii sono la frontiera della rivoluzione solare che si sta preparando negli Stati Uniti, transitando dai pannelli sui tetti alle centrali per la produzione di energia su larga scala...

Si mangia pizza e si brinda con intrugli molto salutari negli uffici di RevoluSun, uno dei player più flessibili e innovativi nel mercato dell’energia solare. Si festeggia un po’ perché è venerdì, un po’ perché è nell’aria la firma di un accordo importante con un partner che sviluppa batterie di ultima generazione. Colin Yost, fondatore dell’azienda, saluta questa nuova partnership come un ennesimo invito all’innovazione per i gestori della rete elettrica ancorati a un modello sorpassato. “La combinazione virtuosa fra i pannelli solari e le batterie è un altro strumento di pressione. Non ho nulla contro le utility e i gestori pubblici, ma sono loro stessi a cacciarsi in una spirale mortale se si rifiutano di cambiare e continuano ad applicare idee centraliste”, dice con l’aria del disruptor.

Yost è arrivato all’energia solare dal lato dell’attivismo ambientalista. Si vedeva come un grande avvocato difensore del pianeta minacciato, e alla scuola di legge in Oregon ha incontrato una ragazza hawaiiana che poi è diventata sua moglie. E’ stata lei ad aprirgli le porte della città del sole. Ora dirige un’azienda con novanta dipendenti uniti da un certo atteggiamento attivista, che da queste parti si accorda molto meglio con lo spirito del mercato che con le protezioni immobiliste dello stato. Questo è soltanto un frammento della rivoluzione solare che si sta preparando negli Stati Uniti, transitando dai pannelli sui tetti alle centrali per la produzione di energia su larga scala. Secondo i dati del dipartimento dell’Energia, nel corso del 2016 negli Stati Uniti verranno installati impianti solari per una capacità di 9,5 gigawatt, più di qualunque altra fonte di energia, incluso il gas naturale.

RevoluSun e la sfida ai gestori della rete

Nella downtown di Honolulu, un centro d’affari che va di fretta, lontano dalle rappresentazioni televisive tutte surf e ukulele (forse l’ambiente urbano delle Hawaii compare fugacemente solo in Magnum P.I., per i cultori degli anni Ottanta) c’è anche un acceleratore di start up a tema energetico che è perfettamente in linea con la vocazione cittadina. Lauren Tonokawa, addetta alla comunicazione, mi mostra l’open space dove si svolgono le attività dell’Energy Excelerator, iniziativa nata nel 2013 da una partnership con la marina militare – presenza difficilmente eludibile in questa landa di frontiera – e il dipartimento dell’energia, che attrae e sviluppa talenti da tutti gli Stati Uniti e a livello globale. Su una parete c’è “l’album di famiglia” dell’acceleratore, con le immagini delle start up che in questi anni sono transitate per gli uffici di Honolulu. “Il solare e le risorse idriche sono le aree in cui vediamo maggiori movimenti, ma c’è anche un forte sviluppo nei software per l’ottimizzazione e negli strumenti per le utility”, dice Lauren.

Da queste parti sono passate aziende come TerViva, che commercializza una leguminacea per la produzione di biodiesel che cresce anche nei terreni più infertili, oppure Ballast, che con l’arte del design ottimizza le batterie al litio che sono cruciali per una fonte intermittente come quella solare. Bidgely è una start up di animo indiano, sviluppata in California e portata a maturazione alle Hawaii, dove ha perfezionato il sistema per disaggregare i dati di consumo energetico dei vari elettrodomestici casalinghi, tracciabili in tempo reale con l’apposita app. E’ uno strumento che lavora sulla percezione dei consumi, altrimenti racchiusi in contatori e indici numerici complicati da decrittare per chi non ha dimestichezza con il settore. Lauren l’ha installata da poco, e mi fa vedere sul suo smartphone quanto consuma il frigorifero in questo momento e qual è stato il picco energetico della settimana, il tutto tradotto istantaneamente nella più comprensibile delle unità di misura, il denaro.

(Il mitico Tom Selleck in Magnum, P.I.)

Praticamente tutte le idee, i progetti di sviluppo, i piani di riforma, i disegni di legge, i decreti attuativi, i dispositivi e i mandati sulle energie rinnovabili passano dalla scrivania di Chris Lee, deputato democratico e capo della commissione per l’energia e la protezione ambientale. Un ruolo che in altri stati è minore, quasi cerimoniale, qui è cruciale, collegato com’è a tutti i settori che sorreggono l’economia hawaiana. Lee ha trentacinque anni, la faccia pulita e un eloquio ambizioso di stampo obamiano, ma in versione hawaiiana (Obama è nato a poche miglia da qui, ma non è un genius loci). Preferisce lo zaino alla ventiquattr’ore.

C’è una scuola di giovani politici locali di belle speranze simboleggiata da Tulsi Gabbard, deputata a Washington che ha lasciato la carica di vicecapo del partito democratico per poter sostenere apertamente Bernie Sanders alle primarie democratiche. Lee sembra uscito dalla stessa fucina. Nel suo ufficio, al secondo piano del palazzo del Congresso, un edificio a pianta quadrata di gusto discutibile sormontato da un’ode alla giustizia in lingua locale, “Ua Mau ke Ea o ka Aina i ka Pono”, Lee spiega che “abbiamo costretto le utility a ragionare in modo diverso con la forza dei numeri: i dati aggiornati all’ottobre del 2015 dicono che abbiamo realizzato in un anno 237 milioni di dollari in risparmi sull’energia grazie alle rinnovabili”. La forza politica necessaria a fare pressione sull’azienda municipalizzata, dice Lee, è stata creata da “un cambiamento sociale e culturale che non dipende solo dalla coscienza ambientalista che è parte della nostra tradizione, ma deriva dal fatto che la gente non vuole più dipendere da un mercato dell’energia oneroso e imprevedibile. In questo senso, i pannelli sui tetti sono stati un vettore fondamentale del cambiamento di mentalità”.

Lee racconta di intere comunità, nelle isole minori, che si sono da anni completamente staccate dalla rete elettrica pubblica, e l’obiettivo dell’autonomia è ormai alla portata di molti: “Anche un mio vicino di casa lo sta facendo, e come posso biasimarlo?”. “In un mondo ideale  – continua Lee – c’è una rete efficientissima a cui tutti siamo connessi e che ci fornisce energia a bassissimo costo. Nel mondo reale c’è un contrasto di interessi fra le utility e i consumatori. Non vogliamo certo danneggiare la rete pubblica, ma non possiamo sostenere un sistema che non risponde ai bisogni della gente”.

All’attenzione del Congresso hawaiiano ci sono due disegni di legge sui crediti fiscali per le batterie, provvedimenti inediti che puntano a fare per lo “storage” dell’energia elettrica quello che gli incentivi del governo hanno fatto per i pannelli solari. Nella città che si regge sul sole, fonte inesauribile ma intermittente, lo stoccaggio è un tema particolarmente rovente. Le Hawaii possono diventare un modello? Lee non ha dubbi: “Siamo isolati, ma abbiamo una rete che connette milioni di persone, è abbastanza grande per provare che se si può innovare qui, si può innovare dappertutto”…

 

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informazioni sull'autore
Mattia Ferraresi
Nato per errore in Lombardia, è di Modena. Prima di diventare il corrispondente del Foglio da New York è stato corrispondente da Washington, stagista, collaboratore, studente a vario titolo in quel di Milano, bevitore di Lambrusco, coautore di un libercolo su Obama. Si è innamorato fisso di Monica e a un certo punto l'ha sposata.