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La strategia dello yoga

 By James Crabtree

Ispirato a Gandhi, il piano indiano contro la CO2 prevede, entro il 2030, un incremento delle rinnovabili al 40% rispetto al mix energetico attuale, grazie anche al sostegno ambientalista del premier Modi. Il vero problema? Per raggiungere i suoi obiettivi, l’India necessita di denaro e di tecnologia, due nodi al centro della importante #Cop21 in corso a Parigi. Il capo dell’ufficio di Mumbai del Financial Times, James Crabtree, racconta i progetti energetici del gigante asiatico, sospeso tra sviluppo e contenimento delle emissioni… 

(Questo articolo è un’anticipazione tratta dal numero 30 della rivista Oil in uscita nei prossimi giorni)

Alla vigilia dell’importante vertice sul cambiamento climatico in corso a Parigi, l’India è stata l’ultimo paese a rendere noto il proprio piano di riduzione delle emissioni di carbonio. Il ritardo è stato accuratamente studiato per far coincidere la divulgazione del piano con l’anniversario della nascita di Mohandas Gandhi, il 2 ottobre. Ognuno dei paesi che sta prendendo parte ai negoziati di Parigi aveva già presentato il proprio piano INDC (Intended Nationally Determined Contributions, contributi programmati e definiti a livello nazionale) proponendo degli impegni che, considerati nel loro insieme, potrebbero rappresentare il fondamento di un tanto auspicato accordo volto a limitare l’aumento della temperatura globale. Il contributo finale dell’India ha assunto toni piuttosto informali con riferimenti allo yoga e ad antichi testi in sanscrito vedico, incorporando anche una citazione di Gandhi che sembra quasi un rimprovero alle nazioni più ricche del mondo: “La terra ha risorse sufficienti per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di tutti”. Eppure, sebbene il tono del documento sembri confermare la linea che il paese ha sempre propugnato con decisione, ossia l’idea che i paesi industrializzati dovrebbero sobbarcarsi tutti i costi delle azioni future di rimedio ai cambiamenti climatici in atto nel pianeta, gli impegni contenuti segnalano inequivocabilmente un atteggiamento del tutto nuovo.

Una trasformazione che punta sulle rinnovabili

Tanto per cominciare, l’India ha promesso di limitare l’intensità di carbonio della sua economia (il quantitativo di gas serra emesso per unità di prodotto interno lordo) portandolo a un terzo rispetto al 2005. Stando al piano, l’impiego di energie rinnovabili aumenterebbe rapidamente, raggiungendo 350 gigawatt entro il 2030, un livello quasi dieci volte superiore a quello attuale, con un balzo in avanti particolarmente netto nel settore fotovoltaico. Inoltre, pur nel contesto di un progressivo aumento delle emissioni di carbonio, l’impegno prevede che nel 2030 il 40 percento dell’energia sia prodotto con l’impiego di combustibili non fossili.“Si tratta di un cambiamento radicale per l’India, pertanto l’obiettivo è molto ambizioso”, ha affermato il Ministro dell’ambiente Prakash Javadekar in occasione della presentazione del piano INDC a Nuova Delhi, riferendosi in particolare all’obiettivo relativo all’intensità energetica. Molti osservatori si sono detti concordi: “È un piano straordinario, ricco di dettagli estremamente utili”, afferma Davis Waskow, direttore dell’iniziativa sul clima del World Resources Institute. “Se verrà applicato con successo, rappresenterà un vero passo in avanti”.

L’ambiziosa politica energetica dell’India è uno dei fattori che incoraggiano un cauto ottimismo tra gli attivisti del clima, fiduciosi nel fatto che due settimane di intense negoziazioni a Parigi possano concludersi con un accordo ragionevole. Se ciò avverrà, il coinvolgimento dell’India sarà cruciale. La terza economia dell’Asia si colloca già tra i maggiori produttori di gas serra al mondo, superata solamente dalla Cina e dagli Stati Uniti. Considerando poi le previsioni di crescita del paese per i prossimi decenni e le vaste riserve di carbone a basso costo presenti nel suo sottosuolo, appare pressoché impossibile che senza l’impegno di Nuova Dehli si possa raggiungere un patto globale di successo volto a limitare gli aumenti di temperatura. Raggiungere un simile accordo rimane comunque un compito estremamente complesso. Molti ritengono che per centrare l’obiettivo di riferimento della politica globale sul clima, ossia il mantenimento dell’aumento della temperatura globale entro due gradi celsius rispetto ai livelli antecedenti alla rivoluzione industriale, il vertice di Parigi rappresenti l’ultima possibilità dopo numerosi fallimenti, dal protocollo di Kyoto del 1997 che gli Stati Uniti non hanno mai firmato al vertice di Copenaghen del 2009, conclusosi con un nulla di fatto.

Fondamentale l’impegno anche dei paesi in via di sviluppo

Questa volta i negoziatori hanno cambiato tattica, affidando a ciascuna nazione il compito di presentare i propri obiettivi specifici (gli INDC appunto) prima delle trattative. Questo nuovo approccio ha coinciso con un più ampio cambiamento di vedute: le economie emergenti, come la Cina e l’India, hanno iniziato a considerare responsabili dell’azione per il clima non solo i paesi occidentali, ma anche le economie in via di sviluppo. “Ogni paese deve valutare ciò che può realizzare in concreto”, ha affermato Saleemul Huq, climatologo dell’International Institute for Environment and Development di Londra. “In passato si tendeva soprattutto a spingere gli altri paesi ad attivarsi, evitando di impegnarsi in prima persona; anche per questo l’India è stata spesso considerata un elemento di disturbo, poco incline a collaborare, per quanto concerne le questioni climatiche”. In passato l’India è stata convinta sostenitrice dell’idea che la responsabilità morale dei problemi climatici ricadesse esclusivamente sui paesi più ricchi, responsabili, sin dalla rivoluzione industriale, della quasi totalità delle emissioni di carbonio a livello globale. Questo cosiddetto “principio di equità” ha sempre rappresentato il fulcro della strategia negoziale degli LMDC (Like-Minded Developing Countries), un blocco molto influente costituito da una serie di paesi emergenti.

Questo convincimento dell’India, di fatto, era ampiamente giustificato. Pur producendo un grande quantitativo di carbonio, le emissioni pro-capite dell’India sono relativamente scarse e nettamente inferiori rispetto alla Cina, dove a causa del rapido sviluppo recente hanno raggiunto un livello superiore alla media mondiale. L’India è uno dei paesi meno sviluppati del mondo e rientra anche tra i più vulnerabili al cambiamento climatico, con centinaia di migliaia di cittadini che si troveranno ad affrontare grosse difficoltà, dalle siccità alle migrazioni interne. Diversi altri fattori, in seguito, hanno contribuito progressivamente a rendere meno netta la contrapposizione tra paesi come l’India e le nazioni più ricche dell’OCSE. Il più significativo è stato l’accordo bilaterale siglato lo scorso novembre tra Stati Uniti e Cina, con l’impegno da parte di quest’ultima a ridurre (per poi azzerare completamente) gli incrementi delle emissioni entro il 2030. Il provvedimento è stato accolto molto favorevolmente a livello globale, ma ha destato alcune perplessità in India, quasi fosse una conferma del fatto che la Cina, l’economia emergente più importante al mondo, aveva abbandonato gli altri paesi in via di sviluppo ignorando il principio secondo cui sarebbe l’occidente a dover risolvere i problemi climatici di cui è responsabile. Si sono poi susseguiti molti altri accordi bilaterali, compreso quello concluso in gennaio tra America e India. “Oggi si sono costituite coalizioni molto più complesse rispetto alla semplice contrapposizione tra paesi sviluppati e paesi in via sviluppo, e questo semplifica il raggiungimento di un accordo”, afferma Waskow. “In merito ad alcune questioni, ad esempio, gli Stati Uniti si sono allineati con il Sudafrica e con il Brasile e non con gli altri paesi ricchi; le alleanze di oggi sono molto eterogenee”.

 

Il mix energetico indiano

Cento miliardi di dollari per il solare

Queste sono alcune delle motivazioni alla base della nuova politica climatica dell’India, anche se il nuovo slancio propositivo è in gran parte emerso dopo l’elezione del Primo ministro Narendra Modi avvenuta lo scorso anno. Leader riformista, Modi è un deciso sostenitore delle energie rinnovabili e in particolare dell’energia solare già ampiamente diffusa a Gujarat, la sua città natale. All’inizio di quest’anno, Modi ha annunciato l’intenzione di investire 100 miliardi di dollari per incrementare entro il 2022 la produzione di energia solare, passando dai quattro gigawatt attuali a 100 gigawatt, e arrivare complessivamente a quota 175 gigawatt di energia prodotta da fonti rinnovabili. Con il piano INDC di ottobre l’obiettivo è stato reso ancora più ambizioso, come parte del nuovo impegno dell’India a produrre il 40 percento di energia usando combustibili non fossili. “L’India ha alzato gli obiettivi in materia di energie rinnovabili e combustibili non fossili, che già erano piuttosto impegnativi”, afferma Arunabha Ghosh, direttore del Council on Energy, Environment and Water, un think-tank con sede a Nuova Delhi. Secondo Ghosh si tratta di obiettivi di enorme rilievo, soprattutto considerando quello che sarebbe il quadro alternativo: entro il 2050 tre quarti dell’energia sarebbe prodotta sfruttando le enormi riserve di carbone dell’India e le energie rinnovabili inciderebbero solo per un decimo. Il paese si propone invece di aumentare l’uso delle fonti rinnovabili, portandolo a livelli raggiunti solo da pochi paesi ricchi come la Germania, e per giunta in tempi molto più brevi. “Si tratta di un cambiamento enorme rispetto a ciò che ci si sarebbe potuti aspettare”, afferma.

Questo nuovo approccio dell’India non manca comunque di suscitare un certo scetticismo: in primo luogo, alcuni dubitano che la crescita delle energie rinnovabili sia un obiettivo fattibile. Passare da 4 a 100 gigawatt in soli 7 anni, infatti, richiede un’espansione senza precedenti. Il passato dell’India in tal senso non è molto confortante: i piani volti a incrementare significativamente l’uso di fonti come l’energia nucleare o l’energia prodotta dal carbone si sono sempre scontrati con ostacoli di ordine politico. Lo svolgimento delle aste per il solare e la sottoscrizione degli innumerevoli nuovi contratti energetici sono soggetti a una burocrazia decisamente invasiva. Ciononostante, sono in pochi a ritenere improbabile un significativo incremento nella produzione di energia dal sole. Secondo Sumant Sinha, amministratore delegato della società operante nel campo delle energie rinnovabili ReNew Power, con un netto incremento verso la fine del decennio, l’obiettivo dei 100 gigawatt potrebbe anche essere realizzabile. “Non vi è alcun motivo per dubitarne”, afferma.

Sebbene il piano sembri confermare la linea che debbano essere i paesi industrializzati a sobbarcarsi tutti i costi delle azioni future di rimedio ai cambiamenti climatici in atto nel pianeta, gli impegni contenuti segnalano inequivocabilmente un atteggiamento nuovo

La sostenibilità è subordinata ai finanziamenti

L’altra ondata di scettici si focalizza invece sul post-2022. Se realmente Modi riuscirà a raggiungere il suo primo obiettivo relativo alle fonti rinnovabili, centrare anche l’obiettivo previsto per il 2030 non dovrebbe essere difficile; alla luce di questo, gli obiettivi INDC sembrano addirittura poco ambiziosi. “Dopo il 2022, per raggiungere il secondo obiettivo non saranno necessari incrementi enormi e a mio avviso il governo si è lasciato un margine decisamente ampio”, afferma Sinha. Alcuni attivisti hanno inoltre criticato il fatto che l’India, a differenza della Cina, non abbia ancora comunicato la data a partire dalla quale le emissioni inizieranno a calare. Più in generale, per raggiungere i suoi obiettivi, l’India necessita di denaro e di tecnologia, due tematiche al centro del difficile negoziato di Parigi. Quello dei finanziamenti è un grosso problema: secondo le stime del paese, il soddisfacimento degli impegni presi richiede un investimento pari a 2,5 bilioni di dollari. In una certa misura, il denaro proverrà da fonti interne, ma come per altri paesi in via di sviluppo, la prospettiva è che sia in gran parte fornito dalle nazioni più ricche. A livello teorico, le economie industrializzate si sono impegnate a stanziare 100 miliardi di dollari l’anno per l’iniziativa Fondo verde per il clima, ma i contributi sono attualmente molto inferiori alle previsioni. Gran parte di questo denaro andrebbe a finanziare lo sviluppo di nuove tecnologie, altra tematica controversa. Secondo Ghosh sono necessari nuovi accordi finalizzati allo sviluppo di tecnologie come l’immagazzinamento e la gestione dell’energia stessa.

Pur essendo oggetto di crescenti critiche in Europa, anche il carbone pulito dovrebbe assumere un ruolo prioritario: “Il carbone continuerà a costituire una parte importante del sistema di produzione energetica. Non si tratta di scegliere tra utilizzare il carbone o non utilizzarlo, quanto piuttosto di sostituire il carbone tradizionale con un carbone più pulito”. Ad ogni modo, persuadere le economie industrializzate a investire liquidità o a condividere le proprie tecnologie avanzate rimane uno degli ostacoli più grandi da superare per poter raggiungere un accordo a Parigi. Nel complesso, i climatologi hanno fiducia nel fatto che anche solo un accordo relativamente soddisfacente possa generare importanti risultati. Sommando tutti gli impegni assunti nei vari documenti INDC, difficilmente il vertice si concluderà con un piano capace di limitare il riscaldamento globale a 2 gradi. Ad oggi, anche considerando gli importanti contributi di paesi come l’India e la Cina, appare più probabile il raggiungimento di un accordo che preveda un limite di poco inferiore ai 3 gradi. Ad ogni modo, dopo il fallimento delle passate negoziazioni, molti ritengono che il vertice di Parigi possa segnare l’avvio di un processo che porterà, nel tempo, alla concretizzazione dell’obiettivo più ambizioso, con la piena partecipazione di paesi come l’India. “Se vogliamo fare un confronto con il passato, il piano dell’India è piuttosto ambizioso; tuttavia, se lo mettiamo in rapporto con quelle che sono le nostre necessità, i nostri sforzi sono ancora insufficienti”, afferma Huq. “Dobbiamo pensare alla fase successiva del processo e fare di più… Comunque, se partiamo tutti con questo livello di ambizione e raggiungiamo un accordo, sarà sempre più facile affrontare le sfide future”.

informazioni sull'autore
James Crabtree
James Crabtree è responsabile dell’ufficio del Financial Times a Mumbai, dove gestisce l’edizione del giornale per la divisione India. In precedenza, ha lavorato come Comment Editor del contro-editoriale. Prima di entrare a far parte del FT, Crabtree ha svolto l’incarico di Deputy Editor di Prospect, il principale mensile britannico di politica, questioni di interesse pubblico. È tornato al giornalismo dopo aver lavorato come consulente di politica per l’Unità strategica del Primo Ministro britannico e in vari think tank nel Regno Unito e in America. Ha inoltre trascorso diversi anni negli Stati Uniti, inizialmente come Fulbright Scholar alla Kennedy School of Government della Harvard University.