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Un oceano di CO2

 By Eniday Staff

Se n’è già parlato in queste pagine virtuali. Ci sono tre maniere per ridurre le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera: produrne sempre di meno, raccoglierla e imprigionarla nelle viscere della terra oppure aiutare la natura in quei processi che la trasformano

La terza sembra offrire molteplici opportunità, molte delle quali, però, appaiono venate da confusione e fraintendimenti. Vediamo allora di che si tratta, facendo riferimento alle proposte avanzate in questo ambito in un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico creato dalle Nazioni Unite. La definizione ufficiale è la seguente: tecnologie a emissione negativa. In pratica si tratta di mettere a punto processi artificiali oppure di aiutare processi naturali capaci di sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera. Quanta anidride carbonica? Tanta, tantissima. Per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto alle temperature medie precedenti all’era industriale, bisognerebbe togliere dall’atmosfera circa 20 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno per i prossimi ottant’anni (per avere un’idea, le emissioni di CO2 dell’Italia sono state, nel 2017, pari a circa 430 milioni di tonnellate), un lavoro che rievoca la leggenda di Sisifo! D’altra parte, si presenta una straordinaria opportunità: gli oceani. Se 20 miliardi di tonnellate all’anno sembrano tante, basta metterle a confronto con il volume complessivo delle acque marine, che vale 1.376 milioni di chilometri cubi, in tonnellate, qualcosa come 1,376 seguito da 18 zeri. Naturale, quindi, che ai tecnici che si occupano di geoingegneria sia venuta l’idea di proporre e, in qualche caso, di sperimentare processi capaci di sfruttare le acque oceaniche come luogo dove sequestrare l’anidride carbonica.

La ricerca analizza alcune ipotesi 

Nel 2016 è stato così costituito un gruppo di ricerca presso le Nazioni Unite, il GESAMP, destinato a valutare le ipotesi finora messe sul tappeto, soprattutto per stimarne le ricadute in termini di riduzione della CO2 atmosferica e le eventuali ricadute negative in termini ambientali. Il primo rapporto del GESAMP è stato pubblicato nel marzo scorso e riguarda 27 progetti, che spaziano dall’aggiunta di schiume riflettenti sulla superficie degli oceani all’affossamento del carbonio negli abissi marini. Di tutto, insomma. E le ipotesi di lavoro praticabili, a giudizio degli esperti del GESAMP, non sono risultate molte. Ad esempio: fertilizzare le acque marine con del ferro, allo scopo di aumentare la crescita del fitoplancton, che assorbe grandi quantità di CO2 e che può così portarla con sé sotto l’innocua forma di carbonio nelle profondità marine, quando i microrganismi cessano il loro ciclo vitale. Oppure: polverizzare acqua di mare in finissime goccioline per favorire la formazione di nuvole, le quali, riflettendo l’irraggiamento solare, permetterebbero di ridurre le temperature superficiali del pianeta. Ancora: pompare acqua marina profonda a bassa temperatura verso la superficie oceanica per abbassare la temperatura dell’aria e contribuire limitare il riscaldamento del pianeta.

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Il fitoplancton è un insieme di organismi in grado di sintetizzare sostanza organica a partire dalle sostanze inorganiche disciolte, utilizzando la radiazione solare come fonte di energia

Al vaglio alcuni esperimenti

Buone idee? Forse, e purtroppo, solo apparentemente. Anzitutto perché per essere efficaci dovrebbero essere applicate su grandissima scala, con tutte le difficoltà pratiche che ne deriverebbero. In secondo luogo, per gli effetti che queste azioni potrebbero avere sull’ecosistema marino, effetto a sua volta infinitamente amplificato dalle necessariamente vaste dimensioni degli interventi. Per quanto attiene la fertilizzazione delle acque, gli esperimenti finora sviluppati, soprattutto quelli condotti nelle acque al largo del Cile, hanno fatto intravedere non poche complicazioni: certo, la crescita del fitoplancton è risultata molto intensa, ma al prezzo della deposizione di microalghe sui fondali marini, suscettibili di decomporsi in breve tempo per eccessivo affollamento e scarsezza relativa di ossigeno, al punto di liberare significative quantità di metano, un gas che, se liberato in atmosfera, presenta un potere schermante oltre venti volte superiore a quello dell’anidride carbonica.

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Le microalghe possono essere molto utili per contrastare le emissioni di CO2, ma si sono rivelate anche dannose durante gli esperimenti di fertilizzazione delle acque (Algaennovation)

Gli esperimenti relativi alla formazione di nuvole a partire da micro goccioline di acqua di mare si sono impantanati ancora prima: colpa del fatto che l’acqua marina è piena di minuscoli organismi viventi e di materiale organico che ostruiscono facilmente qualsiasi polverizzatore. I soli esperimenti compiuti sono stati realizzati con acqua demineralizzata a cloruro di sodio e, del resto, basta pensare di mettere acqua di mare nel ferro da stiro a vapore per rendersi conto che non è un processo facile da ammaestrare. Infine, l’idea di pompare acqua freddissima verso la superficie del Pacifico si è subito scontrata con l’evidente conseguenza di una riduzione drastica dell’ossigeno disciolto, con conseguenze negative sia sul fronte della pescosità, sia su quello della proliferazione del fitoplancton ghiotto di anidride carbonica. Gli scienziati del Gesamp sono relativamente ottimisti, secondo loro alcune buone idee possono essere affinate e messe in atto, magari non su grandissima scala, ma questo a condizione che vengano attuate rigorose verifiche sull’efficacia degli interventi e sulle conseguenze ecologiche che possono determinare, applicando protocolli condivisi dalla comunità scientifica e lasciando al loro posto certe fantasie da sognatori del web.

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