Sparks Economia circolare

La miniera in uno smartphone

 By Andrea Signorelli
Economia circolare

Che cosa rappresenta una medaglia olimpica? I sacrifici compiuti dagli atleti, le sveglie all’alba, gli allenamenti incessanti, le vittorie, le sconfitte e le ambizioni; tutto ciò diventa parte integrante di quelle medaglie…

Nelle Olimpiadi di Tokyo del 2020, però, i premi al collo dei campioni conterranno anche qualcosa in più: il desiderio di ridurre il tremendo impatto ambientale che i rifiuti elettronici stanno affliggendo al nostro pianeta.
L’oro, l’argento e il bronzo con cui verranno create le 5mila medaglie olimpiche proverranno infatti da milioni di vecchi smartphone, computer e altro ancora; tutti donati dai cittadini giapponesi nel tentativo di dare una seconda vita a dispositivi che, ogni giorno, vengono buttati o dimenticati per anni in qualche cassetto. I rifiuti elettronici, infatti, non sono soltanto uno dei prodotti più dannosi dal punto di vista ecologico, ma sono una vera e propria miniera inutilizzata da cui è possibile ricavare metalli preziosi e non solo.
In meno di due anni, i giapponesi hanno donato 47.500 tonnellate di rifiuti elettronici, tra cui 5 milioni di smartphone, dai quali sono stati finora estratti 28,4 chili di oro (rispetto ai 30,3 necessari), 3.500 kg di argento (su 4.100) e tutti i 2.700 chili di bronzo che saranno utilizzati per le medaglie.

Una miniera nel tuo smartphone

Ma allora, quanti metalli preziosi vengono sprecati quando smettiamo di usare uno smartphone? Secondo le stime dell’ONU, nel 2018 sono state buttate qualcosa come 320 tonnellate di oro e 7.200 di argento; per un valore complessivo di quasi 20 miliardi di euro. Non si tratta di cifre simboliche, quindi, ma di una vera propria miniera d’oro che potrebbe essere sfruttata in un’ottica di economia circolare. D’altra parte, secondo uno studio condotto dalle Università di Pechino e di Sidney, in una tonnellata di rifiuti elettronici si possono trovare 350 grammi d’oro, contro i 5-6 grammi che vengono estratti in miniera da una tonnellata di materiale grezzo (senza contare il minor impatto ambientale della loro lavorazione rispetto all’estrazione).
Non c’è di che stupirsi, considerando che ogni singolo smartphone contiene circa 0,034 grammi di oro, 0,34 grammi d’argento, 0,015 grammi di palladio e addirittura 25 grammi di alluminio e 15 grammi di rame. E questo è solo l’inizio: gli smartphone contengono anche svariati materiali che sono molto diffusi sulla crosta terrestre ma la cui estrazione è complessa: ittrio, lantanio, terbio, neodimio e altri ancora. Considerando che nel 2019 saranno venduti 1,5 miliardi di smartphone (la maggior parte dei quali sostituirà apparecchi con solo uno o due anni di vita), si capisce quanto un corretto riutilizzo o riciclo dei nostri dispositivi tecnologici potrebbe avere un positivo impatto ambientale ed economico.
Ed è anche per questo che, attorno al mondo del riciclo degli smartphone e dei computer, stanno nascendo delle piccole nuove industrie. La più importante è sicuramente quella dei gioielli creati a partire dai rifiuti elettronici, un mercato che ha già raggiunto un valore di 2 miliardi di euro e che entro il 2023 – secondo quanto riportato dal Financial Times – potrebbe arrivare a 3,6 miliardi. Tra i pionieri di questa nuova piccola industria c’è la designer britannica Eliza Walter, che con il suo brand Lylie’s crea collezioni di monili per le quali vengono utilizzati esclusivamente oro e argento riciclati da dispositivi elettronici.

Non è la sola a lavorare in questo settore: negli Stati Uniti, l’artista di New York Amanda Preske utilizza anche i processori per decorare collane, braccialetti, anelli e altro; mentre, a Los Angeles, Nikki Reed ha collaborato con il colosso dell’informatica Dell per creare una serie di 14 creazioni di design sfruttando sempre i rifiuti elettronici (parte di una più ampia oprazione di Dell, che dal 2008 ha lanciato un programma per il riciclo di dispositivi obsoleti in 83 paesi del mondo).
“L’estrazione di metalli dai rifiuti elettronici, e la produzione anche di lingotti d’oro o di rame, promette di essere un business molto profittevole”, ha spiegato alla BBC Veena Sahajwalla, docente all’Università del New South Wales (Australia). Nel suo laboratorio, Sahajwalla ha creato una “miniera urbana” in cui tutte le parti di smartphone, computer e televisori vengono disassemblate e riutilizzate. L’investimento per creare un laboratorio di questo tipo non è da poco, circa 300mila euro, “ma può essere ripagato in due o tre anni per poi diventare effettivamente redditizio”, ha spiegato sempre la docente.

L’avanzata della spazzatura elettronica

Tutti questi progetti rappresentano solo il primo passo per iniziare ad affrontare un problema già oggi serissimo e che non riguarda solo lo spreco di oro e argento. Sempre secondo i dati delle Nazioni Unite, ogni cittadino europeo produce ogni anno, in media, 15 chili di rifiuti elettronici (smartphone, tablet, computer, televisori e tutti gli altri elettrodomestici); mentre a livello globale il totale ha ormai raggiunto le 50 tonnellate annue. Cifre destinate ad aumentare ulteriormente, a causa della frequenza con cui cambiamo i nostri smartphone, tablet, computer e smartwatch (senza considerare l’imminente boom dei dispositivi legati alla internet of things, che, secondo le stime, saranno 75 miliardi entro il 2025).
Ovviamente, tutti questi device – costituiti da batterie, chip, sensori, cavi, schermi – non possono essere buttati nella spazzatura di casa, ma vanno trattati negli appositi centri RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche). Purtroppo, solo il 10% degli smartphone viene smaltito correttamente; la maggior parte rimane invece negli armadi o finisce addirittura in discarica.
Ogni volta che aggiriamo il processo corretto, però, contribuiamo a peggiorare la situazione di luoghi infernali come Agbogbloshie (Ghana), la più grande discarica del mondo all’interno della quale lavorano 70mila persone, avvolte in una nube di diossina e sempre a contatto con sostanze tossiche. Disassemblare, smaltire e riciclare correttamente dispositivi contenenti vetro, plastica – e anche sostanze altamente tossiche come cadmio o piombo – è quindi di cruciale importanza.

Come dare nuova vita agli smartphone

Nel nostro piccolo, comunque, ognuno di noi può fare qualcosa per evitare che i rifiuti elettronici diventino un’ulteriore emergenza ambientale. Oltre a smaltirli correttamente (e limitare il loro ricambio), è infatti possibile dare ai vecchi smartphone una nuova vita. Per esempio, una app come Anymote Smart (acquistando in aggiunta un piccolo dispositivo a infrarossi) permette di trasformare lo smartphone in un telecomando universale con cui manovrare la televisione, il condizionatore, l’impianto hi-fi e altro ancora.
Se invece desiderate acquistare una piccola telecamera di sorveglianza, potete benissimo risparmiarvi la spesa (ed evitare di accumulare un altro dispositivo) e utilizzare allo stesso scopo un vecchio smartphone. Basta scaricare l’applicazione Alfred (per Android e iOS) e avrete a disposizione una telecamera da piazzare ovunque; magari per tenere d’occhio i neonati quando ci troviamo in un’altra stanza o per vedere che cosa combina il cane quando non siamo in casa.
Il riutilizzo più affascinante, però, è un altro: invece di buttare lo smartphone, possiamo donare il suo potere di calcolo alla scienza grazie al progetto Boinc, dell’università di Berkeley. Boinc può sfruttare qualunque smartphone connesso a un wi-fi per farlo diventare parte del suo network (usando l’apposita applicazione) e utilizzarlo per ricerche in campo medico, fisico, matematico e altre ancora.
Il mondo della scienza ha infatti bisogno di un potere computazionale sempre crescente: considerando che tutti gli smartphone del mondo, messi assieme, hanno una potenza anche 100 volte superiore di quella dei supercomputer, si capisce quanto prezioso possa essere il processore di un iPhone inutilizzato. Il vostro vecchio smartphone potrà così lavorare, in completa autonomia, al servizio del progetto scientifico di Boinc che più vi affascina. Molto meglio che finire in discarica.

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informazioni sull'autore
Andrea Signorelli
Milanese, classe 1982, scrive del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Collabora con La Stampa, Wired, Esquire, Il Tascabile e altri. Nel 2017 ha pubblicato “Rivoluzione Artificiale: l’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti” per Informant Edizioni.