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Il fascino degli scarti

 By Davide Perillo

I prezzi non sono bassi: 250 euro per un paio di sneakers firmate , 450 per una borsa. E cifre in proporzione per le giacche, le poltrone, i sedili per auto. Potenza del marketing, perché il costo-base della materia prima è più economico della pelle e del sintetico e ha un grande vantaggio: non coinvolge animali o formule chimiche, ma l’economia circolare…

E dall’idea di Carmen Hijosa, imprenditrice spagnola, di recuperare le tecniche degli indigeni filippini di quattro secoli fa per rimettere in circolo gli scarti dell’ananas e ricavarne un tessuto. Si chiama Piñatex, è un brevetto di Ananas Anam, azienda di stanza a Londra, ha già vinto diversi premi (tra cui il Material Innovation Award 2018) e sta conquistando fette di mercato sempre più interessanti del settore abbigliamento e accessori. Ma soprattutto è un ottimo esempio di una tendenza che si sta facendo largo tra le realtà più attente all’ambiente (e al risparmio): il riciclo intraziendale. Ovvero, la cessione dei propri scarti di produzione ad altre imprese, spesso di tutt’altro settore, per ricavarne prodotti impensabili. Come le scarpe e le giacche in Piñatex, appunto, che vengono dalle foglie scartate dai coltivatori e dall’industria alimentare. La Hijosa ci ha messo sette anni a trovare il sistema giusto, ma adesso con 500 foglie, altrimenti destinate a finire bruciate, si può tirare fuori un metro quadro di similpelle ecologica e biodegradabile. E lo scarto dello scarto finisce a produrre biomasse.

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Aziende come Ananas Anam e i loro meravigliosi prodotti forniscono soluzioni al dannoso impatto dell'industria della moda sulla salute umana e sull'ambiente (ananas-anam.com)

Birra di corn flakes e altro

Non è una novità, soprattutto nell’alimentare, che i resti di lavorazione di un’azienda diventino materia prima per lavorazioni di profilo più basso (nel caso più frequente, mangimi per animali). Ma il boom dell’economia circolare sta generando una creatività difficile da immaginare prima. E dà vita a modelli che funzionano.
Prendete la Kellogg’s, celebre marca di corn flakes e cereali vari. Ossessionata dal problema degli scarti di produzione – fiocchi di grano o di riso imperfetti, troppo cotti, o poco colorati –, si è guardata intorno e ha trovato l’idea giusta. Dai cereali si ricava il malto, no? Ed ecco un accordo con Seven Bro7hers, birrificio di Salford (siamo nell’area di Manchester), per riciclare Rice Krispies e Coco Pops in Throw Away IPA, Sling It Out Stout e Cast Off Pale Ale, ovvero tre tipi diversi di birre. Lattine da 440 ml, edizione limitata, «sentori di cioccolato e miele», dicono gli esperti. «Ovviamente vorremmo tradurre in cibo ogni chilo di materia prima che compriamo», dice Kate Prince, manager di Kellogg’s per Regno Unito e Irlanda: «Ma la perfezione è impossibile. Così, almeno, riduciamo l’impatto sul pianeta».
È un’attenzione sempre più diffusa. Secondo un’indagine di FoodDrinkEurope, consorzio europeo dell’agroalimentare, almeno 8 aziende del settore su 10, interpellate, si dicono sensibili al problema. E i risultati si vedono. A scorrere l’ultimo report dell’associazione, che fa base a Bruxelles, si incontrano parecchie storie significative.
Get Wonky, produttore gallese di bibite, ha iniziato a ritirare dai supermercati la frutta invenduta – ma ancora buona, ovviamente – per estrarne succhi (il marchio è Flawsome drinks, “le bibite imperfette”) da mettere sul mercato con slogan magari non geniali, ma capaci di colpire, nella loro semplicità da uovo di Colombo: “From Misshapen to Marvellous”, da acciaccati a meravigliosi. Idea simile a quella che sta sviluppando, in Olanda, Provalor: raccoglie frutta e verdura che gli agricoltori non possono vendere sul mercato – per la forma o per qualche ammaccatura – e ne ricava, appunto, succhi ed estratti (riuscendo anche a vendere la polpa che rimane a produttori di salse pronte).
Sempre in Olanda, Sonnenveld ha sviluppato un sistema per produrre lievito dagli scarti della produzione di pane e affini: rimesso in circolo, vuol dire altri tagli e risparmi. Mentre in Scozia, CelluComp ha trovato il modo di non sprecare i residui della lavorazione dello zucchero e usare la polpa delle barbabietole per estrarne fibre di cellulosa che servono a produrre cosmetici e vernici.

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Sling It Out Stout, Throw Away IPA e Cast Off Pale Ale di Seven Bro7hers (sevenbro7hers.com)

Scarti, energia e pesca

E ancora: in Francia, Danone ha messo insieme 48 allevatori del plateau Gavot, in Alta Savoia, per sviluppare un progetto che parte dalla raccolta del letame prodotto dal bestiame per trasformarlo, in un impianto di metanizzazione, in 1,48 milioni di metri cubi di biogas, immessi nella rete di produzione di energia. Vuol dire migliaia di Megawatt prodotti e tonnellate di CO2 risparmiate (almeno 2mila, si calcola). In Svezia, Unilver usa gli acidi grassi di scarto della produzione di gelati come combustibile aggiunto nelle caldaie dell’impianto. Mentre gli scarti della maionese sono riciclati sempre più spesso per produrre bio-diesel.
Ma recupero e riciclo – e simbiosi con altre aziende – sono princìpi che si stanno diffondendo anche in comparti diversi. Latte e latticini, per esempio. I croati di Beljie, a fine lavorazione, recuperano il siero del latte (55mila tonnellate nei loro impianti di Darda e di Ivanić Grad) separandolo dalle acque, che finirebbero buttate, e lo rivendono come base per la produzione di biogas o mangime per maiali. Risultato: 70mila euro di risparmio all’anno. Mentre nello stesso Paese alcuni produttori di carne si sono consorziati per riciclare gli scarti di produzione e cederli ad impianti di biogas o produttori di mangimi.
Anche la pesca – settore sotto pressione, perché la materia prima inizia a scarseggiare a livello globale – sta sperimentando sempre più spesso forme di “riciclo preventivo”. Sea Chips raccoglie scarti (commestibili) e pelle di salmone che andrebbero buttati per trasformarli in snacks. Ma dal guscio di gamberi e crostacei si ricava già da qualche tempo il chitosano che serve a produrre il Craybon, altro tessuto di origine biologica che va fortissimo nel tessile (come, del resto, il Corn fiber, che viene dagli scarti del granturco, o il Bionic Yarm, da plastica riciclata).

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Le Sea Chips vengono realizzate utilizzando la pelle spesso scartata ma ricca di sostanze nutritive, il 10% del ricavo va ad associazioni di volontariato per la salvaguardia degli oceani (sea-chips.com)

Gli scarti degli altri

E dove non arriva il riciclo diretto, ci si ingegna a usare gli scarti degli altri per abbassare costi e sprechi. Prendete la fabbrica Mars di Haguenau, in Alsazia: riceve da tubature sotterranee il calore prodotto da un inceneritore di biomasse lontano un paio di chilometri, per scaldare la pasta di cacao che serve a sfornare barrette e praline. Risparmiando il 60% di energia e 8.700 tonnellate annue di emissioni. Mentre, sempre a Manchester, la stessa Kellogg’s delle birre fatte con i cereali imperfetti usa un ingegnosissimo sistema di pompe per ripescare il calore emanato dal raffreddamento delle acque di scarto, e da lì ottiene più o meno un quarto dell’acqua calda che serve per produrre corn flakes e barrette (con un taglio delle emissioni di gas del 17% negli ultimi dieci anni).
Poco più a Nord, a Fawdon, un’altra fabbrica di una multinazionale – in questo caso, Nestlé – ha ridotto gli sprechi quasi a zero. Gli scarti di produzione di dolci e cioccolato (fino a 4 tonnellate al giorno) sono separati dall’acqua e lavorati di nuovo per ottenere quella che chiamano chocolate soup, “zuppa di cioccolato”. Non si mangia ma, aggiungendo batteri specifici forniti da un’altra azienda, finisce per diventare, anche qui, biogas. Serve a coprire quasi l’8% del fabbisogno di energia della fabbrica. E le acque di scarto escono dall’impianto praticamente pulite.
Sono solo esempi, chiaro. Ma abbastanza numerosi da iniziare a fare massa critica. E, soprattutto, a generare cultura, a indicare a tutti che se si “pensa largo”, quelli che per abitudine chiamiamo sprechi possono diventare opportunità, e persino dagli errori può venir fuori qualcosa di buono.
Senza contare un altro effetto collaterale, positivo: il bene, spesso, è contagioso. E se il buon esempio viene dall’alto, tende a diventare capillare, a spingersi fuori dalle catene di produzione per infilarsi nei comportamenti personali. Un esempio? Ancora Nestlé, il colosso del cibo. Che un anno fa ha messo in piedi una campagna di comunicazione interna per spingere i suoi dipendenti a ridurre gli sprechi nella mensa aziendale. Come? Nel modo più semplice: doggy bag a prezzo ultrasimbolico, e gli avanzi, invece di finire nel secchio della spazzatura, possono essere portati a casa. Risultato: meno 30% di cibo buttato. E un circolo sempre più virtuoso.

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informazioni sull'autore
Davide Perillo
Davide Perillo è il direttore del mensile Tracce. Laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, il suo percorso professionale inizia con un master vinto alla scuola di giornalismo della Rizzoli. Ha scritto molti libri tra cui La fede spiegata a mio figlio (Piemme 2007).