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La rivoluzione Marcellus

 By Mattia Ferraresi

Le viscere della Pennsylvania nascondono un oceano di gas naturale di proporzioni russe o mediorientali, un gigante da 30 mila miliardi di metri cubi di gas destinato a rivoluzionare la geopolitica dell’energia. Mattia Ferraresi ha viaggiato nelle contee  attraversate dal mega giacimento Marcellus, tra fienili rossi in stile olandese, recinti con le mucche e i cavalli, i resti ammonticchiati della desertificazione industriale e le comunità operaie sofferenti che s’arrangiano nelle roulotte. Da queste parti si gioca un pezzo importante del rilancio economico Usa e, contemporaneamente, della partita per la Casa Bianca tra Donald Trump e Hillary Clinton…

“Per raggiungere il pozzo devi arrivare alla chiesa battista di Springville, poi girare a destra, tenendoti il lago sulla sinistra”. “Ma no, sulla destra!”. “Dici? Pensavo si arrivasse anche dalla strada 29”. “No, guarda che quello è l’altro pozzo”. “Ah, già!”. “Ci scusi sa, ma quando ci vivi in mezzo è facile confondersi, ce ne sono talmente tanti!”.

La strampalata conversazione avviene al tavolo di un vecchio diner della cittadina di Montrose, in Pennsylvania, davanti a un paio di uova strapazzate servite su una fetta di pane di segale. La signora che gestisce il ristorante e la sua collega uscita apposta dalla cucina spiegano, con la gentilezza della gente di campagna, che ormai gli impianti per l’estrazione sono parte integrante del paesaggio, se uno non li va a cercare non li vede nemmeno: soltanto in questa contea, Susquehanna, ci sono 1.079 pozzi attivi, celati dai boschi che ricoprono una terra ricca di fiumi e laghi. Anche se sono state integrate nell’immaginario collettivo, è chiaro a tutti che quelle torri metalliche che si levano verso il cielo sono i segnacoli di una gigantesca rivoluzione in atto da anni. Soltanto che è una rivoluzione tranquilla, che ha rovesciato il sistema economico e industriale dell’area senza strepiti.

Il panorama mostra soltanto una parte della storia. La superficie è dominata dagli umidi boschi a tinte autunnali e dai viottoli sterrati che non portano da nessuna parte. Ci sono i cartelli elettorali piantati nei frontyard fra le zucche scavate e le ragnatele di Halloween, i fienili rossi in stile olandese con impressa la “stella della Pennsylvania”, i recinti con le mucche e i cavalli, i trattori da America anni Cinquanta, i resti ammonticchiati della desertificazione industriale, con le comunità operaie sofferenti che s’arrangiano nelle roulotte. Su ogni casa campeggia la bandiera a stelle e strisce. Sono pezzi di normalità americana, a metà fra un quadro di Grant Wood e la cinematografia d’essai sulla rust belt.

Le profondità invisibili del terreno nascondono però un oceano di gas naturale di proporzioni russe o mediorientali, un gigante da 30 mila miliardi di metri cubi di gas che secondo alcuni conteggi è il secondo al mondo, superato soltanto dal South Pars, nel sottosuolo di Qatar e Iran. Il nome di questo colosso intrappolato nello scisto è Marcellus e cela sotto di sé un altro giacimento, forse perfino più vasto, di nome Utica. Marcellus si estende su un’area che comprende l’Ohio, la Pennsylvania, lo stato di New York, la West Virginia, lambisce il Maryland e il Kentucky, seguendo l’andamento degli Appalachi. Se questi stati si unissero per formare una nazione indipendente saremmo di fronte alla terza potenza del mondo in fatto di gas.

Le due aree più calde dell’estrazione sono il sudovest della Pennsylvania, nell’area di Pittsburgh, e poi la parte nordorientale dello stato, al confine con quello di New York, che due anni fa ha introdotto una moratoria sul fracking. Da allora ci sono almeno una quindicina di cittadine di confine che chiedono invano di poter passare dal lato della Pennsylvania per godere dei benefici della rivoluzione.

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Paul Goydan, capo del settore energia di Boston Consulting, dice che nella sua carriera non ha mai visto uno sviluppo energetico di queste proporzioni negli Stati Uniti. Da quando nel 2008 sono iniziate le estrazioni, Marcellus è passato “da zero a un miliardo di piedi cubici praticamente all’istante, e nel giro di cinque anni i miliardi di metri cubici sono diventati sedici. A un certo punto le compagnie hanno smesso di trivellare non soltanto per il calo dei prezzi ma perché non c’erano infrastrutture per il trasporto e lo stoccaggio sufficienti a sostenere il ritmo dell’estrazione”. Nemmeno il North Dakota, simbolo della rivoluzione dello shale oil, è cresciuto così tanto in così poco tempo. “Per i media la storia del Dakota era più affascinante – dice Goydan – perché comunità rurali quasi disabitate nel giro di pochi anni sono diventate città dominate dai ‘mancamp’, mentre la zona di Marcellus era già molto sviluppata, quindi il contrasto qui è meno evidente. Ma da un punto di vista dei numeri questa è una rivoluzione più significativa”.

Nel 2010 Timothy Considine, professore di economia della University of Wyoming, ha condotto il primo studio comprensivo sull’impatto economico di Marcellus. Ha messo insieme un po’ di numeri dei primi anni di estrazione e ci ha costruito sopra un modello predittivo: “Sono stato aspramente criticato allora – spiega Considine – perché dicevano che le stime di produzione erano esagerate, fuori scala. Secondo i critici lo avevamo fatto in malafede, perché lo studio era in parte finanziato da associazioni in favore delle estrazioni petrolifere. La realtà, quasi otto anni più tardi, è che si è estratto molto più gas di quanto avevamo previsto e l’impatto economico è stato decisamente maggiore”. L’inverso vale per l’impatto ambientale, fortemente amplificato dai critici del fracking che, sottolinea Goydan, “molto spesso non vengono nemmeno dagli stati interessati”: “Se guardiamo i dati, estrarre gas è più sicuro che viaggiare in aereo: in questi anni si sono registrati incidenti di rilievo in un centinaio di siti in tutti gli Stati Uniti, tutti dovuti a violazioni di standard che sono adeguati”, spiega.

Il tipico paesaggio agricolo della Pennsylvania

Ad ogni incrocio fra le cittadine di Lenox e Dimock, passando per Kinglsey e Brooklyn, ci sono cartelli che invitano i proprietari terrieri a cedere i diritti per l’estrazione di gas. Il meccanismo delle royalties è il grande motore di un’economia che in un tempo ormai lontano era basata sul settore manifatturiero. “Questa è la culla della rivoluzione industriale americana che nei decenni è diventata l’emblema della crisi della manifattura, Marcellus e Utica offrono una possibilità enorme di riscatto per queste comunità”, spiega Jackie Stewart, direttrice del centro di ricerca Energy In Depth.

Il primo utilizzo del gas è la produzione di energia elettrica: il 33 per cento dell’elettricità viene dal gas naturale, ed è la stessa quota prodotta attraverso la combustione del carbone, risorsa abbondante soprattutto in West Virginia e Wyoming ma che le regolamentazioni per la protezione dell’ambiente stanno rapidamente mandando in pensione. Questo apre spazi di manovra per il settore del gas, e gli stati sotto cui giace Marcellus si stanno attrezzando per attirare la working class rimasta senza lavoro nelle miniere di carbone.

Questa è la culla della rivoluzione industriale americana che nei decenni è diventata l’emblema della crisi della manifattura, Marcellus e Utica offrono una possibilità enorme di riscatto per queste comunità...

Anche il settore petrolchimico si è gettato su questa rivoluzione silenziosa. Shell ha da poco ufficializzato la costruzione di un impianto per lo sfruttamento dell’etano nell’ovest della Pennsylvania, al confine con l’Ohio, decisione significativa che dà corpo alla logica degli investimenti di lungo periodo orientati alla diversificazione che lo stato tenta di agevolare da anni. Non sono soltanto i seimila posti di lavoro temporanei e i seicento che creerà una volta in funzione, ma si stratta della prima pietra di un intero settore produttivo ancora da immaginare. L’operazione è stata agevolata con sgravi fiscali da 1,6 miliardi di dollari nel giro di 25 anni.

“Con i sottoprodotti dell’estrazione si fabbrica una varietà enorme di materie plastiche, anche i pannelli solari. E’ l’esempio perfetto per spiegare che le rinnovabili da sole non possono esaurire la nostra dipendenza dai combustili fossili”, dice Stewart. Il problema, semmai, sono le infrastrutture: “Costruire nuovi gasdotti richiede tempi lunghissimi per ottenere i permessi e avviare i lavori” spiega Stewart, “ed è proprio questo l’anello debole del ciclo produttivo di Marcellus”.

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Il fracking della Pennsylvania non è soltanto il teatro di un boom passeggero, ma da qui passano le possibilità di riconversione industriale della rust belt, che è diventata catalizzatore e simbolo della depressione, esistenziale ed economica, della più grande potenza del mondo. Non è un caso che la corsa per la Casa Bianca si svolga essenzialmente sullo sfondo di questi paesaggi placidi e poco appariscenti ma dove ribolle qualcosa di profondo e viscerale. Sulle case le scritte “for sale” rincorrono quelle “for president”, intervallate da “for prison”, augurio poco simpatico formulato all’indirizzo di Hillary Clinton.

Nate Silver, il grande maestro dei sondaggi elettorali e direttore del sito FiveThirtyEight, ha avanzato la teoria che, a prescindere dall’esito del voto dell’8 novembre, la Pennsylvania sta rimpiazzando l’Ohio come microcosmo ideale e centro nevralgico della demografia elettorale. L’operaio bianco frustrato e arrabbiato è il tipo antropologico che domina questo ciclo elettorale segnato in maniera indelebile dall’uragano di Donald Trump, che con le sue parole d’ordine protezioniste e anti immigrazione ha cercato di rianimare innanzitutto a quella classe operaia che un tempo si sentiva protetta dal partito democratico e dai sindacati. E’ un mondo tradizionalmente invisibile e silenzioso, di tendenza astensionista per scetticismo programmatico verso la politica, il popolo che Nixon ha ribattezzato “maggioranza silenziosa” e Reagan ha corteggiato con inaspettato successo. Una volta si chiamavano “Reagan Democrats”. Andando però a zonzo per le contee come quella di Luzerne, storica roccaforte democratica, tutta questa apatia repubblicana non si percepisce. Il nome di Trump è ovunque.

I suoi cartelli blu punteggiano i crocicchi e i campi lungo le strade, qualcuno esagera mettendo davanti a casa pupazzi trionfanti a grandezza naturale con l’iconica chioma bionda, mentre accanto a lui la riproduzione di Hillary, umiliata con un vestito a righe da prigioniero, agonizza. Si tratta di elettori che non si sono mai lasciati affascinare da un candidato repubblicano, ma il furore iconoclasta e anti establishment di Trump, che pur in modo sghembo incarna in qualche forma il sogno americano, è in grado di scaldare i cuori di chi si sente abbandonato, senza voce, senza eroi ai quali guardare e senza santi a cui votarsi.

Trump è un miraggio in questi luoghi dell’esistenza che sono stati raccontati da una vasta letteratura in occasione delle elezioni, dal fortunatissimo memoir “Hillbilly Elegy” di J.D. Vance a “White Trash” di Nancy Isenberg fino a “Strangers in Their Own Land”, mirabile studio di Arlie Russell Hochschild. Alcuni anni fa questa sociologa di Berkeley si è resa conto che esisteva, fuori dai confini delle accademie di tendenza liberal, un’America che le era totalmente estranea. Ha deciso così di esplorare questa terra straniera all’interno dei confini nazionali.

Nelle contee di Susquehanna e Lycoming la simpatia per Trump è anche più elettrica e pervasiva, ma queste sono lande storicamente repubblicane, dove l’agricoltura è preponderante rispetto all’industria. Se i sondaggi mettono la Pennsylvania nella colonna dei democratici con un buon grado di certezza è soprattutto per la forte densità di elettori “blu” nelle aree di Philadelphia e Pittsburgh, ma in mezzo ci sono la rust belt in cerca d’autore e le immortali terre agricole, con le loro sofferenze storiche e i loro asset da sfruttare. Come Marcellus e Utica.

Trump da queste parti ha trazione anche per le sue promesse di sfruttare le risorse energetiche revocando o piegando al suo volere qualunque ostacolo a livello di regolamentazione. Hillary è favorevole al fracking e la sua guerra spietata al carbone rivela uno sguardo favorevole sul settore del gas naturale, deve però accontentare la corrente del partito che la incalza da sinistra, il popolo millennial di Bernie Sanders che mette la protezione dell’ambiente al primo posto nella classifica delle priorità, e che promette di disertare le urne o di votare Hillary con il naso turato.

Goydan fa notare però che dal punto di vista degli operatori del settore, “questo è un momento di equilibrio tutto sommato positivo fra regolamentazione e industria, è un assetto virtuoso”. In questo senso, spiega l’analista di Boston Consulting, “chi ha fatto investimenti su Marcellus ha interesse a favorire un percorso di continuità e stabilità politica, evitando cambiamenti troppo repentini”.

Per approfondire: Il gas Usa alla conquista del mondo a cura di Abo.net

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informazioni sull'autore
Mattia Ferraresi
Nato per errore in Lombardia, è di Modena. Prima di diventare il corrispondente del Foglio da New York è stato corrispondente da Washington, stagista, collaboratore, studente a vario titolo in quel di Milano, bevitore di Lambrusco, coautore di un libercolo su Obama. Si è innamorato fisso di Monica e a un certo punto l'ha sposata.